REMO - 5/6/1997
Intervento Mafia/Economia Utente Performa
Integrale
Riciclaggio, Bikford, Debrie,

COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA E COMANDO GENERALE DELLA GUARDIA DI FINANZA
«Bilanci e prospettive della lotta al riciclaggio» Palermo, 9 e 10 luglio 1998 Palazzo dei Normanni - sala Duca di Montalto L'intervento giudiziario nella lotta al riciclaggio 9 luglio 1998

Grazie alla Commissione Parlamentare Antimafia e alla Guardia di Finanza per questo convegno. Io debbo aggiungere anche un grazie a quanti - e sono operatori di polizia giudiziaria, operatori dei settore bancario - mi hanno aiutato nell'elaborare alcune riflessioni, fornendomi dati ed indicazioni.
Vorrei cominciare con qualche considerazione in punto stime del fenomeno. Qualcosa ha già detto un attimo fa Piero Vigna. E sappiamo che le stime più recenti ci dicono che le organizzazioni criminali hanno un fatturato pari al 2 per cento del PIL mondiale: circa 850 mila miliardi di lire, di cui 700 mila provenienti dal solo traffico di stupefacenti. In Italia, nel ‘97, il volume d'affari delle organizzazioni criminali (italiane e straniere), sulla base di informazioni fornite dalla Confcommercio, sarebbe stato di 130 mila miliardi di lire.
Questi sembrano i dati più attendibili, ma questo è settore in cui altri dati si incrociano ed è difficile avere delle certezze. Soprattutto perché manca un quadro scientifico certo di riferimento; mentre, invece, un quadro scientifico - più sicuro, più concreto, più affidabile - di riferimento sarebbe estremamente utile, quantomeno per tre motivi.
Innanzitutto, perché un'analisi dei costi e dei benefici riguardante le risorse da utilizzare nell'attività di contrasto dovrebbe correttamente basarsi proprio su credibili elementi di calcolo.
In secondo luogo, perché soltanto la dimensione economica dell'economia criminale - identificata correttamente, quantificata correttamente - può permettere ragionamenti affidabili, inconfutabili, sui flussi di reddito che vengono sottratti agli investimenti, ai consumi e al risparmio. Altrimenti non si può tenere conto, con cifre affidabili, del potenziale di distruttività proprio dell'economia criminale.
E poi c'è un ultimo motivo. Nel Duemila - nelle statistiche ufficiali europee - anche, per certi profili, il peso dell'economia criminale dovrà essere inserito nell'economia legale. Perché, secondo la Gazzetta Ufficiale della Comunità europea, rientrano nella definizione di produzione del reddito anche alcune attività proibite dalla legge (come la produzione di droga e lo sfruttamento della prostituzione).
Ma, a parte le cifre (che sono più o meno attendibili; ma che - ci si attesti sui livelli più bassi o si preferisca veleggiare verso i livelli più alti - sono comunque meritevoli di grande attenzione e capaci di suscitare una robusta preoccupazione), restano significative le espressioni usate dal presidente Violante per dare un'idea dell'entità globale del fenomeno. Violante ha definito gli appartenenti alle organizzazioni criminali come «un esercito di persone mai esistito così numeroso nella storia dell'umanità», «con una pari facilità di ricambio dei caduti e dei prigionieri» (è quanto Vigna ci ha ricordato un attimo fa), «con una pari capacità di armamento», «con una simile disponibilità finanziaria così capace di utilizzare mezzi, sedi, apparecchiature, servizi dell'avversario (cioè dei sistemi legali e democratici), così poco distinguibile dall'esterno».
Per quanto concerne lo specifico delle esperienze scaturenti da indagini, investigazioni di polizia e conseguenti indagini giudiziarie. Abbiamo la normativa in tema di sequestro e confisca dei beni appartenenti a soggetti indiziati di militare in associazioni criminali di stampo mafioso; e poi l'art. 12 sexies della legge 356 dell'agosto '92, legge che consente la confisca penale quando la provenienza dei beni non trovi giustificazione lecita.
Bene. Questi strumenti sono risultati utili, adatti alle circostanze; ma hanno funzionato soprattutto, se non esclusivamente, contro i patrimoni immobiliari mafiosi: le cose che si vedono. Contro le cose che non si vedono, contro la ripulitura finanziaria... le difficoltà... aumentano e, obiettivamente, i successi non sono così numerosi come sul versante immobiliare.
Il riciclaggio finanziario delle cosche, infatti, non si ferina nelle banche italiane. Oggi gli istituti di credito sono più prudenti. Negli ultimi tempi, per merito della legge 197 del '91contro il riciclaggio, sono aumentate le collaborazioni degli istituti bancari; ma le cosche, conseguentemente, si fidano di meno. Seguono l'esempio di Tangentopoli: trasferire i soldi nei paradisi fiscali, e penali (Panama, Bahamas, Isole Cayman). Si rivolgono a studi finanziari in Lussemburgo, in Liechtenstein: studi capaci di pianificare - nel senso più ampio del termine - gli investimenti, con piani elaborati su misura. E qui le indagini di investigatori e magistrati si arenano.
Oltre alla generale difficoltà di dimostrare il collegamento tra mafioso-trafficante e riciclatore (per via di società intestate a prestanome, trucchi contabili, scarsa collaborazione - quando non opposizione - delle istituzioni straniere), il riciclaggio telematico lascia ancora meno tracce. Carabinieri del ROS, finanzieri del GI CO, poliziotti dello SCO, agenti della DIA, tutte le forze dell'ordine in generale sono impegnate al lavoro investigativo su ripuliture internazionali, sofisticate, sfuggenti. Si tratta di colpire le nuove generazioni di mafiosi; ma possono passare anni. E, talora, queste indagini possono anche rimanere senza risultati apprezzabili.
C'è, poi, il problema del delitto presupposto: traffico di armi, traffico di droga, estorsioni, tangenti, truffe CEE e quant'altro. Di solito, senza un delitto presupposto, la ripulitura del denaro sporco è molto difficile da dimostrare. Sono rare, almeno allo stato degli atti, le indagini anti-riciclaggio capaci di vivere in modo autonomo.
Esiste, infatti, il problema del collegamento tra i gruppi criminali e i soggetti che poi pongono in essere le più sofisticate tecniche di riciclaggio. Se questo riciclaggio è di tipo finanziario, la ricostruzione a ritroso dei vari passaggi di ripulitura rischia di frantumarsi e di non approdare a nulla. Perché, molte volte, è come risalire la corrente di un fiume impetuoso, in piena, al contrario: dovendo superare tutta una serie di sbalzi e di dislivelli che sicuramente non facilitano questo cammino, appunto, a ritroso.
Migliore è il procedimento inverso. Partire dal delitto presupposto (traffico di armi, stupefacenti - ripeto - e quant'altro) e procedere attraverso gli snodi del riciclaggio. Il percorso è ancora molto difficile; ma questa volta - per così dire - è in discesa, meno problematico. Ma le indagini sono sempre, anche in questo caso, tortuosissime.
Venire a capo dei percorsi della ripulitura del denaro sporco è arduo; anche perché sono pochi i collaboratori di giustizia in grado di fornire spiegazioni valide. Bisogna soprattutto far conto su strumenti investigativi non sempre efficacissimi; e, di conseguenza, su tempi molto lunghi.
Dell'aspetto economico del crimine - secondo la nostra esperienza - si occupano direttamente i capi, i boss. Gli altri membri del clan possono sapere di omicidi; partite di eroina, cocaina; premi, punizioni. Nulla o quasi nulla, di solito - almeno allo stato degli atti e delle conoscenze - sanno (sono in grado di sapere), dicono (sono in grado di dire) sulla fine ultima del denaro. Tanto nel caso di acquisti di appartamenti in città quanto nelle ripuliture finanziarie, la risposta più frequente è "Non so niente".
Le crepe, allora, si aprono soltanto dopo centinaia di intercettazioni, pedinamenti, appostamenti, certosine analisi bancarie (nelle quali le nostre forze dell'ordine sono sicuramente all'avanguardia per intelligenza e capacità investigativa). Indagini, però (soprattutto in passato e ancora oggi frequentemente in molti casi), rallentate - quando non addirittura impedite - dalle istituzioni straniere.
Avevo una serie di considerazioni su quel che l'esperienza giudiziaria ha messo in evidenza quanto all'utilizzazione da parte della criminalità organizzata di strutture sane, penetrate attraverso l'intimidazione, il condizionamento degli assetti proprietari, la forza di penetrazione - apparentemente legale - derivante dalla disponibilità di ingenti mezzi finanziari. Ma posso saltare tutte queste considerazioni perché il comandante del ROS, generale Mori, ha già amplissimamente sviluppato - e con ampiezza di particolari concreti - il tema.
Voglio parlare di alcuni profili che scaturiscono dall'esame della normativa vigente in campo nazionale e da alcune prassi applicative nel settore bancario. Il primo profilo
già stato ampiamente trattato ed è la mancata costituzione dell'anagrafe dei conti bancari (manca il decreto del Tesoro che avrebbe dovuto essere emanato entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge, che è del '91).
Le conseguenze - per primo il generale Mosca Moschini e con lui l'avvocato Granata ce ne hanno parlato - sono diverse. La prima è scoraggiare il ricorso agli accertamenti bancari. La polizia giudiziaria, non potendo attingere ad una banca-dati centralizzata, per conoscere l'eventuale esistenza di rapporti bancari in capo a singoli indiziati vede allungarsi a dismisura i tempi investigativi; con conseguente spreco di risorse, dovendo interessare tutti gli istituti di credito operanti a livello nazionale. Sul piano concreto tutto ciò si traduce in un ostacolo alle indagini patrimoniali volte ad accertare l'origine e la consistenza dei capitali mafiosi.
Altre considerazioni (anch'io rassegnerò una relazione scritta alla Presidenza) avrei voluto fare, ma mi manca il tempo, su certe prassi utilizzate dalle banche con riferimento ai certificati di deposito. Ma, anche qui, un accenno importante ha fatto il generale Mosca Moschini e, quindi, posso saltare questa parte. Arrivando subito (se ho ancora un po' di tempo) alle considerazioni conclusive che non possono non riguardare il profilo internazionale del riciclaggio.
Io proverei a dire alcune cose, secondo un'ottica che necessariamente deve diversificarsi da quella che chi mi ha preceduto ha seguito.
Vorrei dire che, per affrontare questo problema del riciclaggio internazionale, è necessario (preliminarmente necessario, secondo me) dividere gli Stati in due grandi categorie. Prima categoria: Stati nei quali è spiccata la preferenza per l'integrità finanziaria. Seconda categoria: Stati che considerano, viceversa, l'integrità finanziaria uno svantaggio.
Per i primi Paesi (quelli che potremmo chiamare virtuosi, avversi al riciclaggio), le transazioni finanziarie realizzate ai fini di occultare l'origine di una certa disponibilità patrimoniale costituiscono un costo, generano numerose distorsioni, gravi danni (tra questi: la corruzione nel sistema politico, l'alterazione delle condizioni di concorrenza nel mercato).
Gli altri Stati, invece, tendono ad ostacolare molto meno il fenomeno. Per vari motivi. La criminalità organizzata reca a questi Paesi danni molto limitati. Questi Paesi o sono molto piccoli, sperduti in mezzo al mare; o sono gli Stati dell'ex blocco sovietico; o, infine, sono Stati nei quali la criminalità - in passato - ha trovato limitati spazi (per esempio, la Svizzera). Questi Paesi, insensibili all'accrescimento del potere delle organizzazioni criminali internazionali, non sono incentivati a sostenere alcun costo per il controllo del riciclaggio. Non solo. Paradossalmente, sono incentivati a favorirlo. Non è un mistero che numerosi Paesi - i cosiddetti "paradisi fiscali" - traggono forti vantaggi dallo svolgimento sul proprio territorio di transazioni finanziarie e altre operazioni la cui localizzazione ha come unico fine la minimizzazione degli oneri fiscali o l'aggiramento di normative di controllo, altrove più stringenti. Per questi Paesi, l'attività di riciclaggio presenta effetti positivi. Consente loro di arricchirsi con le commissioni sulle transazioni, con le tasse pagate dalle società che si insediano sul territorio di questi Paesi per sfuggire a normative più severe. Mentre va considerato anche il fatto che questi Paesi non risentono degli effetti negativi dovuti alle attività della criminalità organizzata, che - con un perverso patto, tacitamente approvato - si impegna a non infastidire questi così utili collaboratori.
Tanto premesso, per avviarmi davvero alla conclusione sono possibili forme di coordinamento internazionale alla lotta antiriciclaggio (forme di coordinamento effettive, sostenibili e credibili) in quanto si tenga conto e si parta da questo presupposto della diversa sensibilità delle autorità rispetto al fenomeno del riciclaggio, a secondo del Paese in cui questo fenomeno viene considerato. Diversa sensibilità che scaturisce da svariati fattori. E, al riguardo, va sottolineato che la necessità di difendere l'integrità dei sistemi finanziari con controlli di varia natura apparentemente si muove in direzione opposta rispetto alle politiche bancarie in atto. Perché le politiche bancarie in atto sono volte - per accrescere le dimensioni e l'efficienza degli scambi - a ridurre l'azione di intervento delle autorità di controllo.
Questa diversa sensibilità provoca poi una disomogeneità dell'offerta di regolamentazione tra i diversi Paesi; per cui, in alcuni Paesi - pur di non introdurre granelli di sabbia nei movimenti di capitale - si preferisce tollerare l'introduzione massiccia di fango di altra natura. Dunque, una disomogeneità che probabilmente ha contribuito a rafforzare il fenomeno criminale; disomogeneità che può - molto schematicamente - vedere, da un lato, alcuni Paesi, essenzialmente industrializzati, che hanno messo in moto un processo di competizione in severità; mentre altri Paesi (di nuovo, molto schematicamente), sostanzialmente non industrializzati, hanno messo in movimento un processo opposto (più splicito, passivo) di competizione in lassismo. Ecco un fenomeno negativo: dualismo regolamentare. La disomogeneità tra Paesi, o gruppi di Paesi, che finisce per aumentare le possibilità delle organizzazioni criminali transnazionali di giostrare tra regolamentazioni diverse; vanificando in tal modo anche gli sforzi delle legislazioni più severe.
E partendo da questo presupposto (una categoria di Paesi orientata in un certo senso, una categoria di Paesi orientata in senso tutt'affatto diverso; conseguente disomogeneità assoluta delle risposte intervenienti nei primi o nei secondi Paesi), bisogna cercare di ottenere quella armonizzazione delle legislazioni nazionali che è assolutamente indispensabile per non soccombere.
E qui servono, indubbiamente, le sanzioni di cui ci ha già parlato Piero Vigna; ma io credo che debbano, queste sanzioni, combinarsi anche con incentivi. I Paesi meno intransigenti nell'azione di contrasto sono spesso caratterizzate da strutture economico- finanziarie deboli; potrebbero essere molto sensibili ad interventi incentivanti, le loro economie, così da indurli a rafforzare le difese contro il riciclaggio, omogeneizzando la propria disciplina con quella degli altri Paesi.
Perché è evidente - e di questo siamo assolutamente tutti convinti, e tutti quanti ce lo siamo ripetuto oggi - che la lotta al crimine organizzato, e di conseguenza al riciclaggio dei proventi illeciti, per essere efficace deve essere internazionale. Mentre ancora oggi, purtroppo, permane la differenza tra l'internazionalizzazione delle forme più pericolose di criminalità e il carattere prevalentemente nazionale, ancora oggi, delle normative penali, che sono la base dell'azione di contrasto.
Questa differenza non agevola, anzi ostacola l'efficacia degli interventi. Dunque, occorre una strategia globale di contrasto, armonizzata a livello internazionale. Per tentare quantomeno di individuare e aggredire l'oligopolio criminale nel momento di maggiore vulnerabilità, che è segnato dall'immissione nel mercato di un anomalo flusso di risorse di origine illecita.
Ha ragione il prefetto Monaco nel segnalarci che questo non è soltanto un problema amministrativo-­contabile, economico-finanziario; ma è un problema, davvero, di democrazia. Grazie per la vostra partecipazione. E spero anche per la vostra attenzione. Dipende da me, naturalmente, riuscire a non farla calare.
Non ho la pretesa di essere uno specialista di questi problemi. Molte volte, scherzando su me stesso (ma mica tanto), sostengo che dove comincia il logaritmo finisco io. Perché, quando si tratta di cifre e di numeri, di problemi di carattere economico (confesso, devo confessarlo fin da subito), non è che mi sento moltissimo a mio agio. Quindi, i miei limiti sono quelli che nascono dall'incompatibilità col logaritmo. Scusatemi, ma ci provo lo stesso.
Sappiamo di una progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei capitali. Conosciamo conseguentemente l'affermarsi di un mercato globale delle monete, dei cambi, dei titoli. Sappiamo anche che tutto ciò, purtroppo, ha reso obiettivamente più agevole il riciclaggio. Riciclaggio che, ormai, deve essere studiato, pensato a livello internazionale.
Viviamo in un mondo in cui i capitali e le persone si muovono con estrema facilità. Di tal che sono aumentate, enormemente aumentate, le possibilità che la ripulitura del denaro sporco sia fatta lontano dal luogo in cui il denaro è stato acquisito.
Sappiamo che il problema della criminalità organizzata è quello di separare il denaro accumulato dalla fonte di accumulazione. Cercare di occultare, rendere non più riconoscibili e decifrabili le fonti di arricchimento illecito. In altre parole, cercare di trasformare il potere d'acquisto del denaro illecitamente acquisito da potere d'acquisto potenziale in potere d'acquisto effettivo.
E, per far questo, la criminalità organizzata deve esporsi, la mafia deve uscire da quel guscio di clandestinità programmata, sistematica, che la caratterizza, è la sua forza organizzativa. E, siccome queste sono operazioni non di poco momento evidentemente (sono oggi il cuore, il cervello delle organizzazioni criminali mafiose), l'esposizione - con tutta probabilità, quasi certezza - riguarda settori non periferici, anzi centri nevralgici dell'organizzazione: quadri quantomeno medio-alti, se non di vertice. Ed allora incidere, riuscire ad incidere sul versante del riciclaggio è importante non soltanto per l'aggressione ai patrimoni mafiosi, ma anche perché questo è un veicolo molto significativo per intaccare la forza organizzata di queste associazioni. A livelli non soltanto periferici, non soltanto marginali, non soltanto di strada, ma - ripeto - di vertice, o quantomeno medio-alti.
Ma, se sappiamo tutto questo, ci è molto chiaro che le possibilità di intervenire efficacemente contro il riciclaggio diventano minori quanto più la ripulitura del denaro sporco avviene lontano dal luogo di produzione dell'arricchimento illecito. E questa lontananza ormai oggi è, se non la regola, sicuramente un accadimento molto, molto, molto frequente.
Due parole sul quantum, per quanto concerne la ricchezza accumulata dalle organizzazioni criminali. Non è facile questa quantificazione. I dati che circolano sono molto diversi, eterogenei. Ma noi possiamo attestarci sui livelli minimi, oppure veleggiare verso i livelli massimi; in un caso come nell'altro - anche se ci fermiamo ai minimi - avremo dati letteralmente preoccupanti, se non addirittura sconvolgenti. Per usare un linguaggio sicuramente non appropriato dal punto di vista tecnico, più mass­mediatico che altro, ma è lo stesso linguaggio che adoperano alcuni esperti ONU per dare con immediatezza le dimensioni del problema... Sono, dunque, esperti dell'ONU - sia pure semplificando, sia pure sintetizzando - che parlano di un dollaro su tre, un lingotto su tre, una transazione su tre - su scala mondiale - riconducibili all'illecito, alla criminalità organizzata. Bankitalia è un po' più prudente. Parla di un flusso mondiale annuo di ricchezza di provenienza illecita tra i 300 e i 500 miliardi di dollari. Vale a dire il 2% del PIL mondiale. Ma, attenzione, secondo Bankitalia in Italia siamo al 4% del Pil nazionale.
Qualche tempo fa (mi scuserà il dottor Pepi se cito la concorrenza; ma è una concorrenza nazionale, quindi non dovrebbe aversela troppo a male), il Corriere della Sera ha pubblicato... Tra l'altro, anche su questo dobbiamo riflettere: pagina interna, taglio basso, senza il rilievo che questi problemi - a mio avviso - dovrebbero avere. Di recente vi è tornato - più o meno con gli stessi accenti - Giorgio Bocca su Repubblica. Ma sono prese di posizione sporadiche, occasionali, quando capita capita... Non c'è una ricerca e - conseguentemente - un'informazione sistematica, cadenzata, meditata. Ripeto, non occasionale, non quando capita capita. Su questi temi che, per altro (questa è una mia opinione, cercherò di esporla), sono veramente fondamentali oggi; e dai quali non possiamo prescindere se vogliamo capire quel che sta succedendo e soprattutto quello che potrebbe succedere.
Corriere della Sera (taglio basso, scarso rilievo), articolo di Ennio Caretto, corrispondente USA. Che voglio citare perché (ormai, coi tempi che corrono, è quasi obbligatorio premetterlo...) dei magistrati non ci si fida più, sempre meno ci si fida... Non so se sia giusto, se sia sbagliato; dal mio punto di vista, naturalmente, è totalmente sbagliato. Ma, quando si discute di queste cose, è bene non fidarsi. Voglio dire: è legittimo che qualcuno di voi possa pensare "Questo lavora tutto il giorno in inchieste di mafia; potrà anche essere in buona fede, però chi mi dice che non sia condizionato - magari inconsapevolmente - dal lavoro che quotidianamente è chiamato a fare? Chi mi dice che, senza rendersene conto, non veda mafia dap­pertutto?" E allora non facciamo parlare il magistrato, non facciamo parlare il poliziotto o il carabiniere che possono sembrarvi, potete legittimamente ritenere che - magari inconsapevolmente - siano troppo coinvolti nella mischia investigativa. Facciamo parlare organismi terzi, asettici: raccolgono dati, li elaborano e li redistribuiscono.
E' quello che fa Caretto. Che fa parlare prima di tutto un certo David Bickford, esperto olandese in frodi bancarie evasioni fiscali, riciclaggio. Ha calcolato che, nel '96, il Pil della criminalità organizzata in tutto il mondo era di mille miliardi di dollari: il doppio - come abbiamo visto - o ben più del doppio, rispetto ai calcoli di Bankitalia. Ma - torno a dire - saranno 300, 500 o 1000 miliardi di dollari, le cifre sono sempre spaventose. Il calcolo di David Bickford è significativo perché - se fosse quello reale - sarebbe superiore ai bilanci di ben 150 paesi delle Nazioni Unite. E ancora più preoccupante è il dato in prospettiva. Nel senso che - in dieci anni (1986-1996) - il giro d'affari del crimine organizzato si è quintuplicato, costituendo un exploit che non è riuscito nella storia a nessuna multinazionale.
E' quella che gli esperti chiamano globalizzazione della criminalità. Fenomeno che sicuramente conoscete e che sicuramente sempre di più dovrete studiare nel vostro corso di studi.
Caretto cita ancora John Kerry, presidente di un sottocomitato USA contro narcotici, crimine e mafia. Autore di un libro (quando scriveva Caretto non era ancora comparso, ma adesso è in vendita in USA), intitolato La nuova guerra. Dove si esprime sostanzialmente questo concetto: il vero, nuovo ordine mondiale è quello criminale. E le organizzazioni criminali, in pratica, formano la terza grande potenza, dopo America e Russia.
Poi, se vogliamo, c'è l'opinione di James Woosley, ex capo della CIA. E qui, di nuovo, volendo possiamo anche diffidare un po'. Sapete che, caduto il comunismo, qualcuno sostiene che la CIA è alla ricerca di un nuovo nemico. Può darsi che qui ci sia, inconsapevolmente magari, la ricerca di un nuovo nemico mondiale. Ma - anche facendo la tara - l'opinione di Woosley, se proiettata sui dati che conosciamo, è un'opinione assolutamente affidabile. E ci dice: il crimine organizzato minaccia sia la sovranità delle nazioni sia la stabilità mondiale. E' una questione di sicurezza, oltre che di legalità.
E tutto questo riguarda l'intero mondo. Il titolo del pezzo di Caretto era Si chiama mafia il vero villaggio globale. E in questo villaggio globale - non dobbiamo dimenticarcelo mai - il nostro Paese occupa il suo posto: perché le 5 grandi della globalizzazione della criminalità sono la mafia russa, la jakuza giapponese, le triadi cinesi, i cartelli colombiani e la nostra mafia italiana.
Anche se, sempre più frequentemente (e questo ce lo dobbiamo ripetere orgogliosamente), stiamo diventando non più soltanto il Paese della mafia ma anche il Paese dell'antimafia. Vi prego, di nuovo, di non credere alle mie parole ma di andare a sfogliare le principali delibere degli organismi europei (Consiglio dei ministri e Parlamento). E troverete una serie di raccomandazioni o di decisioni a livello legislativo, vincolanti per tutti i Paesi membri, che sostanzialmente, per dirla in poche battute, sono il modello italiano proposto all'Europa. Per i reati associativi... si fa riferimento addirittura a una norma antimafia, il 513, che avevamo, ma abbiamo - per il momento, almeno - tolto dal nostro ordinamento. Lo dico soprattutto rivolto a voi che siete nati, operate... opererete (io spero tutti quanti, senza necessità di trovare collocazione altrove) in Sicilia. L'orgoglio di essere siciliani... Perché, se ci sono problemi e questa è stata ed è ancora la terra della mafia, questa è stata e sta diventando sempre di più - proponendosi come un modello europeo, letteralmente - anche la terra dell'antimafia. La terra di un'orgogliosa riscossa, anche sul piano tecnico-investigativo, contro queste cose.
Dunque, un carattere transnazionale di questi fenomeni, che va sempre più amplificandosi. Non soltanto per la integrazione dei mercati di capitali (di cui abbiamo già detto), ma anche per il notevolissimo grado di sofisticazione che hanno ormai raggiunto gli strumenti finanziari.
E, qui, parliamo un attimo di utilizzo della moneta elettronica. Fenomeno che richiama sempre di più l'attenzione delle autorità di controllo perché la vulnerabilità che questi strumenti tecnici (il massimo dei massimi della modernità) introducono nei presìdi contro il riciclaggio è un dato obiettivo, che è bene conoscere. Le grandi organizzazioni criminali sanno sfruttare molto bene la tecnologia telematica per trasferire fondi attraverso la trasmissione di ordini.
Voi sapete - credo di non avere molto da insegnarvi da questo punto di vista - quali sono le principali reti telematiche utilizzate principali reti telematiche utilizzate. Il mio inglese è un po' come la mia capacità di giocare con i logaritmi, quindi scusatemi per la pronunzia. Le principali reti telematiche sono:
- SWIFT: Società di Telecomunicazioni Interbancarie Finanziarie Mondiali;
- WIRE TRAN
- SFERS: Trasferimento elettronico via cavo di denaro;
- CHIPS: (questa è la principale) Sistema elettronico per il trasferimento di fondi gestito dall'Associazione Stanze di Compensazione di New York, la più importante bancastanza di compensazione degli USA, alla quale aderiscono 126 banche;
- FEDWIRE: il principale sistema di trasferimento elettronico di fondi degli USA.

Questi trasferimenti telematici di denaro rappresentano un veicolo di riciclaggio oggi particolarmente impiegato. Perché? Perché offrono garanzie di riservatezza e consentono tempi di trasferimento elettronico, da una parte all'altra del pianeta, velocissimi: occorrono soltanto 20 minuti.
E questo, naturalmente, comporta tutta una serie di problemi per le indagini. Se si rilevano trasferimenti sospetti, prima di tutto andranno acquisiti i documenti relativi presso le istituzioni finanziarie: in modo da poterli analizzare e utilizzare per spunti investigativi.
Ma questo lo sanno anche i riciclatori; i quali, conseguentemente, evitano di inviare il denaro sporco da ripulire direttamente all'ultimo beneficiario. Provvedono (con intelligenza criminale che non può essere disconosciuta e della quale si deve sempre tenere conto, perché altrimenti si gioca a prendersi in giro) a complicare le possibilità di individuare il trasferimento di fondi illeciti con svariati artifizi e transazioni multiple - prive di apparenti ragioni - utilizzando banche, numerose banche, intermediarie. Poi questi fondi - inviati mediante trasferimenti telematici a società off shore - vengono normalmente fatti rientrare "a pioggia", molte volte sotto forma di prestiti legali a società. Ciò che conferisce - è evidente - un'apparente legalità all'operazione, creando contestualmente un tortuoso percorso documentale che rende difficile, obiettivamente difficile, risalire all'origine della transazione.
Questa la realtà. Questa la realtà: che voi conoscete e che noi operatori dobbiamo conoscere per misurarci anche con queste difficoltà e vedere - per quanto possibile - di escogitare le contromisure, gli antidoti, gli anticorpi necessari per non assistere soltanto passivamente a questo fenomeno che è in costante crescita.
Non assistere soltanto passivamente significa porre i problemi della cooperazione internazionale. Su questo versante alcuni passi avanti sono stati compiuti. C'è una fortissima spinta da parte della comunità internazionale - nei suoi organismi più rappresentativi e più specializzati nel settore - a reagire. Reagire in varie direzioni per contrastare la circolazione di fondi di provenienza illecita e sul piano della vigilanza e sul piano della armonizzazione fiscale. La stagione delle diagnosi si può dire conclusa. La stagione delle terapie (delle terapie concrete, delle terapie valide) è, invece, ancora sostanzialmente agli inizi. Il sistema bancario offre ancora protezioni intrecciate col segreto, spesso impenetrabili anche ai giudici penali dei vari paesi. In molti paesi manca una legislazione adeguata. Le legislazioni dei vari paesi - quando adeguate - non si armonizzano, non riescono ad integrarsi, a coordinarsi a sufficienza tra loro. E così le polizie, e così le magistrature. C'è difficoltà di vigilanza sugli intermediari.
Ecco tutta una serie di fattori che complessivamente considerati rendono, purtroppo, obiettivamente agevole - nei centri finanziari off shore - il riciclaggio dei proventi delle attività criminali. E contro questi centri finanziari off shore ci si scaglia sempre a parole; ma poi, nei fatti, ancora poco (per non dire nulla) concretamente oggi si fa dalla più parte dei paesi, che pure strillano.
Le Banche internazionali hanno succursali insediate in questi centri finanziari; i controlli della casa­madre finanziaria sono spesso, troppe volte, impediti e resi difficili. E qui - di nuovo - per quanto riguarda il nostro Paese, siamo all'avanguardia, siamo di esempio. La Banca d'Italia, da anni, ormai non autorizza l'apertura di filiali di banche nazionali nei centri finanziari off­shore. Se così facessero tutti i paesi che dicono di voler essere interessati alla soluzione di questi problemi, un passo avanti notevole e significativo sarebbe indubbiamente compiuto.
E c'è, infatti, il problema di escogitare dei rimedi. Abbiamo descritto questa situazione. Molte cose si possono fare. Vediamo, di quelle che si potrebbero fare, quelle - di nuovo - suggerite da organismi specialistici, facenti capo prevalentemente alle Nazioni Unite (e ancor più in particolare: il Fondo Monetario Internazionale).
Per limitare i flussi del denaro di provenienza illecita verso questi centri finanziari off-shore un primo rimedio potrebbe essere quello di fare obbligo - alle istituzioni finanziarie dei paesi nei quali la legislazione è già adeguata - di segnalare le operazioni eseguite in contropartita con paesi il cui livello di difesa sia insufficiente tutte le volte che queste operazioni appaiono prive di un'evidente, lecita motivazione economica.
Un altro ancora più radicale rimedio è suggerito esplicitamente (consigliato, richiesto formalmente) dal Fondo Monetario Internazionale, che - per statuto - si occupa di tutelare il buon funzionamento dei mercati mondiali. Ed è l'applicazione di vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che si rifiutano di aderire alle regole comuni. Il Fondo Monetario Internazionale suggerisce di applicare una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o in uscita verso questi paesi, verso questi paradisi fiscali. Tassa accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di tutte le transazioni. Una specie di quarantena, una specie di embargo finanziario. Ovviamente destinato a cessare quando lo stato colpito si adegui alle normative antiriciclaggio.
Sono forti le misure proposte, suggerite, richieste, consigliate dal Fondo Monetario Internazionale. Possibili? Ciascuno di noi può avere le sue opinioni. In un senso o nell'altro. Non è questo che interessa in questa sede, in questo momento. C'è l'embargo su Cuba. C'è l'embargo sull'Iran... Ripeto, non importa sapere come la pensiamo di uno o dell'altro o di tutti e due. Importa constatare che l'embargo in certi casi - squisitamente politici, prevalentemente politici - viene praticato.
Qui ci sono minacce (lo vedremo, concludendo) per la democrazia che - a mio parere - non sono assolutamente inferiori a quelle che possono venire, pensandola in un certo modo, da questa o quell'altra situazione che ha portato - concretamente, storicamente, ancora attualmente - a forme di embargo.
Perché la necessità di sanzioni, anche robuste? Perché i rischi sono gravissimi. Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a causa proprio del riciclaggio. Quale che sia l'entità del fenomeno: abbiamo visto stime alte e stime basse, ma sempre stime enormemente preoccupanti. Comunque il fenomeno preoccupa per due fondamentali profili. La distorsione che le attività criminali introducono nelle economie legali, assorbendo risorse che potrebbero, dovrebbero (l'abbiamo sentito esposto molto in dettaglio e mnlto scientificamente, in maniera più appropriata di quanto non riesca a fare io) essere allocate altrove in maniera legittima. E poi squilibri, profondi, che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario.
Riflettiamo. Non avremo mai riflettuto abbastanza su questo dato. Gli operatori sani, gli operatori puliti vengono ad essere pesantemente svantaggiati. Perché è evidente che il gioco della concorrenza è turbato gravemente da chi dispone di risorse finanziarie ingenti, acquisite in modo illecito. Con costi pesantissimi in termini di violenza, intimidazione, sopraffazione, corruzione, stragi. Ma a costo economico zero: il vantaggio rispetto alla concorrenza pulita è notevolissimo. Il risultato finale (di nuovo, facendo parlare gli esperti: soggetti al di sopra di qualunque coinvolgimento investigativo o repressivo), valutano gli esperti, rischia di essere disastroso. I prezzi delle attività finanziarie, i tassi di interesse e i tassi di cambio ne vengono distorti. Il loro contenuto informativo ne risulta indebolito. Tutti fenomeni, questi, che provocano opacità nei mercati. Riducono la fiducia del sistema finanziario e nel sistema finanziario. E, se non c'è fiducia, questo significa rischio di frenare, inceppare la crescita dell'economia.
Attenzione, che abbiamo parlato fin qui di piano internazionale. Vorrei aprire soltanto una brevissima parentesi anche sul piano nostro interno. Tutti ci diciamo, ci ripetiamo (mi auguro che non stia diventando un luogo comune...) che l'aggressione alle ricchezze mafiose è la nuova frontiera.
Tutti stiamo cercando di fare quello che rientra nelle competenze di ciascuno, nelle possibilità, nelle capacità anche tecniche di ciascuno per attrezzarci al meglio. Ma non sempre le valutazioni complessive sono soddisfacenti, da questo punto di vista. Per chiudere la parentesi, voglio farvi un unico esempio. Il 30 dicembre ‘91 è stata approvata la legge n. 413 (andatevela a leggere, vi prego). All'art. 20, comma 4, voi troverete (e probabilmente lo sapete già) l'istituzione di un'anagrafe dei conti e dei depositi: struttura accentrata, deputata alla raccolta e conservazione dei dati relativi ai rapporti continuativi esistenti tra clientela e intermediari (intermediari bancari e finanziari). Questa anagrafe sarebbe molto utile per le autorità inquirenti. Perché? Perché eviterebbe costose, spesso inutili, richieste a tappeto ai numerosissimi intermediari (queste richieste partono e poi non tornano mai indietro; o si perdono, si disperdono... Dio solo sa quale impiego effettivo, concreto si riesca poi davvero a farne...). E, soprattutto, consentirebbe di conoscere agevolmente i rapporti continuativi esistenti tra il soggetto e l'intero sistema bancario e finanziario; e, quindi, di concentrare e rendere rapide le ricerche.
Indispensabile, fondamentale, elementare per quanto riguarda l'effettività, l'efficacia delle inchieste sul riciclaggio. Ebbene. Legge n. 413 del 1991... legge! già legge dello Stato! Oggi, mi pare, siamo nel 1998. Di anni ne sono passati... Questa legge è lettera morta! Questa legge è inattuata! Eppure è legge dello Stato...
E attenzione... (rubo ancora, se posso, qualche minuto...) che questi non sono soltanto problemi che investono l'economia, nazionale e mondiale. Sono problemi che vanno ben oltre l'economia.
Di nuovo, vorrei far parlare altri... E questa volta Christian Debrie, che ha scritto un'operetta intitolata Democrazia senza voce. In questo scritto Christian Debrie esamina il problema di quelli che lui chiama i nuovi oligarchi: operatori finanziari a livello internazionale, mondiale, in grado di spostare - 24 ore su 24, in tempo reale (abbiamo visto: 20 minuti) - da una parte all'altra del globo somme enormi. Delle quali non hanno neanche la titolarità e che gestiscono, praticamente, senza controllo.
Ed è su questa mancanza di pratici controlli che si sofferma e ci invita a soffermarci Christian Debrie. Perché la mancanza di controlli effettivi sempre è un rischio, storicamente ma anche ontologicamente, per la democrazia. Rischio che porta Debrie, appunto, a parlare di democrazia senza voce.
Attenzione. Perché Debrie si riferisce soprattutto al capitale che si sposta - di paese in paese - alla ricerca di una collocazione migliore. Fino al capitale cosiddetto opaco. Perché in fuga dalle tasse o in fuga dai paesi poveri del terzo mondo, in vista di possibilità di migliore remunerazione. Ma se noi alla circuitazione di questi capitali aggiungiamo quella del capitale sporco - nella dimensione che abbiamo vista (capitali di provenienza criminale) - allora, se vogliamo essere presuntuosi (e i magistrati, lo sapete, sono accusati di essere altro che presuntuosi... Persino molto arroganti...), possiamo permetterci di sviluppare il pensiero di Debrie. Nel senso che il rischio non è soltanto di una democrazia senza voce, ma il rischio è anche di una democrazia senza democrazia. Svuotata di effettività. La linea di confine tra economia sporca e economia pulita tende a farsi sempre più sfumata.
Questo significa non soltanto pericoli effettivi crescenti di inquinamento, avvelenamento dei mercati liberi, dei mercati normali. Questo significa anche pericoli di condizionamento da parte della criminalità organizzata nei confronti della politica: una specie di assedio del crimine organizzato nei confronti della politica, quantomeno di pezzi della politica. Per vedere di individuare quei settori, quei momenti, quei passaggi, quei segmenti, quei pezzetti che possono essere penetrati, condizionati dalla corruzione, dall'intimidazione. Per ottenere dalla politica misure più favorevoli alla propria economia. E la propria economia, quando si tratta di mafia, sappiamo che è - attraverso il riciclaggio - un'economia di inquinamento, di avvelenamento dei mercati.
Ma, se questo è vero (e questo è, purtroppo, vero), il rischio non è più quello di una democrazia senza voce, ma di una democrazia senza democrazia. Una specie di scatola vuota. Svuotata della sua credibilità, della sua sostanza, di fiducia. Possibile. Anche per effetto di questa presenza massiccia, sul versante economico, dei poteri criminali mafiosi.
Ovviamente, non è che vada per il meglio... Neanche catastrofico. I rimedi ci sono. I rimedi si possono attuare. I risultati - con questi rimedi - sono, se non sicuri, molto probabili. Bisogna conoscere la situazione e tenerne conto e adoperarsi perché i rimedi intervengano davvero, concretamente. Altrimenti la situazione, se continuasse ad andare avanti nei termini che ho cercato di esporre, davvero ci espone tutti quanti a certi rischi.
E, per finire... davvero, per finire... Voglio dirvi come molte volte si predichi bene e si razzoli male. Lotta contro il riciclaggio... Globalizzazione dei mercati... Criminalità organizzata vero villaggio globale... Terza potenza mondiale... Pericoli per la democrazia... E, però, poi?
C'è un fenomeno, scarsamente conosciuto (almeno dai non addetti ai lavori. Voi siete assai più addetti ai lavori di quanto non sia io. Magari... anzi, senza magari... penso lo conosciate), che gli esperti - di nuovo - definiscono in una maniera che può sembrare un po' grossolana ma perfettamente rispondente alla realtà del fenomeno. Intendo riferirmi a quello che gli esperti, appunto, chiamano "riciclaggio finanziario internazionale all'ingrosso". Che cos'è? (qui vado a leggere, perché bisogna essere precisi e... comincia un po' il logaritmo...).
Molte banche estere, private banche estere, realizzano una forma di raccolta di fondi sul mercato internazionale per le proprie necessità finanziarie che si articola, si struttura in questo modo: si rivolgono a soggetti che dispongono di ingenti capitali, capitali che si vogliono investire per un lasso di tempo che oscilla fra uno e dieci anni. Quando gli investitori vogliono tener conto, riferirsi soprattutto all'affidabilità della banca emittente. E quindi sono banche estere di primaria importanza.
I tagli di emissione dei titoli sono molto elevati (10, 25, 50 milioni di dollari), in genere fissi. I titoli, una volta emessi, possono essere ceduti o scontati presso qualsiasi operatore o banca (ivi compresa quella emittente); o possono circolare tramite girata.
Ecco un segmento importante del mercato internazionale di capitali non regolamentato, non pubblicizzato dai mezzi informativi ufficiali mediante diffusione; e, quindi, scarsamente conosciuto.
I prezzi sono fissati in modo differenziato per ogni operazione e per ogni titolo, nonché per ogni passaggio di proprietà dello stesso titolo. In sostanza, le transazioni di questi strumenti finanziari avvengono con modalità non uniformi e non codificate. Realizzando quel segmento di mercato internazionale non regolamentato di cui ho parlato prima.
Un mercato, tutto sommato, poco trasparente. Si caratterizza anche per le connotazioni degli operatori e dei clienti. Nonostante, infatti, che si tratti di titoli esclusivamente bancari, il mercato si svolge fuori del sistema bancario ed è gestito da operatori non istituzionali (providers) che collocano i titoli attraverso reti di agenti sui principali centri finanziari di tutto il mondo.
L'attività di questi operatori tra mercati differenti e non integrati determina, da un lato, un filtro tra le parti contraenti e, dall'altro, un aumento del costo a causa delle elevate commissioni percepite.
La clientela che acquista i titoli deve rispondere a un'unica condizione: disporre di ingenti fondi liquidi che - per motivazioni di tipo economico o di altra natura - non intende destinare a forme di investimento, bancario o finanziario, di tipo tradizionale.
La complessiva opacità degli investimenti viene elevata dalla presenza di mediatori e di società di comodo che possono tenere agevolmente celata l'identità dei reali investitori.
Ecco. Un mercato molto particolare che - per la sua struttura, ontologicanmente - mostra un'evidente vocazione ad assolvere compiti di riciclaggio finanziario di rilevanti importi (donde la formula "riciclaggio all'ingrosso").
Questi sono dati che ho desunto da una relazione di un funzionario della Banca d'Italia ad un convegno organizzato dal CSM. Sono dati ufficiali. Sono riflessioni di un esperto di settore, che più esperto non si può.
Io ho finito. C'è una riflessione che dobbiamo fare complessivamente. Forse che tutto questo è l'interfaccia della modernità? Qualcuno (per ora sommessamente, ma non c'è da dubitare che - prima o poi - meno sommessamente) comincia a teorizzarlo, teorie di questo tipo vanno serpeggiando. Io... (qui esprimo un'opinione personalissima che mi mette a rischio di essere, ancora una volta, accusato di essere un giudice etico... queste cose qua... che non capisco bene cosa significano, ma che altrettanto serpeggiano...). Con questa modalità non se ne tollerano... Perché se tutte queste cose avessero a essere in qualche misura tollerate, se con tutte queste cose si dovesse accettare una forma - sia pure a basso livello - di convivenza perché è l'interfaccia della modernità, bene - torno a dire - è una modernità pericolosa per la democrazia. E a me la democrazia non sembra un valore che possa essere diversamente valutato, considerato, difeso, a seconda delle fasi storiche che stiamo vivendo. E' un valore davvero fondamentale, quale che sia la stagione che stiamo attraversando. Grazie della vostra pazienza.

Risposte alle domande del pubblico

Non ho molto da aggiungere. C'è una difficoltà di base, naturalmente, che è sottintesa, anzi è spesso esplicitata dalla stessa domanda.
Questa è un'economia non soltanto sommersa, questa è un'economia segreta. E segretata con sistemi criminali. Conseguentemente, dati se ne possono ricavare soltanto utilizzando alcune spie, utilizzando alcuni rilevamenti sintomatici. E' un po' come per il traffico degli stupefacenti: quale sia l'ammontare complessivo con certezza nessuno lo sa. Lo si calcola, di anno in anno, usando come indicatore le quantità di stupefacenti sequestrate e assumendo come indicatore, appunto, a seconda delle oscillazioni, questo dato per proiettarlo sul traffico complessivo.
Qui la cosa è ancora più complicata dal fatto che riciclaggio significa investimento in attività di per se stesse legali, apparentemente ineccepibili. Oltretutto con forme sofisticate, che ostacolano anche soltanto l'individuazione, anche soltanto la sospettabilità di qualcosa di illecito e di losco al di sotto. Questa prima difficoltà si aggiunge alla difficoltà - per quanto specificamente riguarda la magistratura - che la magistratura è un'istituzione per definizione diffusa; e, quindi, parcellizzata attraverso questa diffusione sul territorio. Ciascuna Autorità Giudiziaria in qualche modo tende a raccogliere i suoi dati, ma non c'è una vera e propria centralizzazione dei dati medesimi. Io, mi dispiace, non li ho qui; ma - per quanto riguarda la Procura di Palermo e, conseguentemente, la Sezione Tribunale Misure di prevenzione - dati relativi ai sequestri operati... (e questi, mi impegno, li avevo). Sono dati rilevantissimi, però riguardano soltanto i patrimoni mafiosi di tipo, appunto, patrimoniale: case e terreni. C'è l'altro - assai più importante, oggi - settore degli investimenti in campo finanziario; relativamente al quale, invece, i dati sono decisamente più esigui e anche più difficili, proprio, da cogliere per i motivi che ho cercato di esporre.
Qualcosa di più per quanto riguarda... (la mia, ripeto, è una conoscenza dal punto di vista quantitativo) per quanto riguarda la raccolta, l'elaborazione e la centralizzazione dei dati si potrebbe avere se passa un discorso di riforma nel momento all'esame del nostro Parlamento, che dovrebbe adottare proprio in quest'ambito le competenze della Procura Nazionale Antimafia. Ma questo è un discorso ancora de iure condendo, in divenire; che, oltretutto, incontra qualche difficoltà. Non da me personalmente, che sono favorevole; ma da parte di altri autorevolissimi colleghi che vi vedono - con tutto il rispetto per le persone, con tutto il rispetto per gli Uffici - qualche pericolo, potenzialità di pericolo, per un'eccessiva centralizzazione: creazione di una vera Superprocura, al di là del linguaggio massmediatico.

Cioè di un sistema finanziario internazionale con caratteristiche tali di scarso controllo e di presenze (forti, robuste, in massiccia crescita) di componenti nere, illegali, criminali; con conseguente necessità, quantomeno forte tendenza ad assediare la politica per cercare di condizionarla (intervenendo laddove si individuino fenditure, punti deboli, disponibilità).
Situazione, complessivamente considerata, per cui non soltanto il rischio di una democrazia senza voce, ma il rischio di una democrazia senza democrazia. Di una democrazia ridotta ad una specie di scatola vuota. A forma, più che a sostanza.
Questo è il rischio concreto - non soltanto in prospettiva, ma già in varie parti del mondo incombente - dei poteri criminali di tipo mafioso. E, quanto più crescerà la riflessione su questo dato (secondo me assolutamente incontrovertibile), tanto minore dovrebbe conseguentemente diventare il rischio di quell'abbassamento della guardia, di quel depotenziamento delle strutture di contrasto (compresa la magistratura, comprese le Procure della Repubblica istituzionalmente incaricate di trovare risposte adeguate su questo versante). Che, invece, è uno dei problemi - quantomeno uno dei temi - di cui di questi tempi nel nostro Paese intensamente si sta discutendo.
Grazie.

Ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non preoccupare molto(?)
vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che vi(?) rifiutano una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o in uscita verso questi paesi. Tassa accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di tutte le transazioni. E misure concrete sono al circuito finanziario internazionale (sempre più vasto, sempre più esteso), controllato da quelli che chiama, Christian Debrie fa soprattutto riferimento al circuito finanziario capitali o capitali, comunque, che si spostano alla ricerca di una maggiore remunerazione.
Ma se, accanto a questo circuito finanziario opaco, collochiamo... E deve essere collocato accanto. Perché i due circuiti si confondono, si mescolano grazie proprio all'opacità del sistema complessivo. Alla ricerca sistematica di opacità che favoriscono determinate operazioni finanziarie, a partire dalla spregiudicata - troppo rigorosa, molte volte - tutela del segreto bancario, fino a rendere opache molte parti del mercato e facile - conseguentemente - la confusione tra circuiti grigi e circuiti neri. Se, accanto al circuito opaco o al circuito grigio, collochiamo il circuito di capitali neri (dei capitali illegali, dei capitali criminali), e se teniamo conto del fatto che la circuitazione di questi capitali neri è in crescita; e - comunque - già oggi (ripeto saranno 500 miliardi di dollari, saranno 1000 miliardi di dollari; sarà la cifra di Bankltalia, sarà la cifra dell'esperto olandese) siamo a livelli impressionanti...

Oggi della risposta alla mafia è quella del l'attacco ai patrimoni mafiosi, alle ricchezze mafiose, allora delle due l'una. O ci si crede veramente, e allora si farà di tutto per attrezzare convenientemente gli organi investigativi e giudiziari (quindi comprese anche le Procure della Repubblica). Oppure è incompatibile una affermazione di nuova frontiera assolutamente nevralgica contro i patrimoni con l'accettazione - anche soltanto l'accettazione passiva - di un indebolimento, di un raffreddamento degli spazi di intervento delle Procure. Pur combinando, naturalmente, l'incisività con tutto ciò che ha a che fare con il rispetto delle regole, delle garanzie e quant'altro.
E sono - le questioni che si collocano sulla frontiera delle ricchezze mafiose - questioni davvero di dimensioni, qualità, portata, implicazioni, conseguenze gravissime. Sappiamo tutti della progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei capitali. Sappiamo tutti dell'affermarsi di un mercato globale delle monete, dei cambi e dei titoli. Sappiamo tutti che questa situazione complessiva ha reso più agevole il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, a livello internazionale.
In un mondo in cui le persone e i capitali si muovono con facilità ed è possibile, quasi fisiologico, che la ripulitura del denaro sporco sia fatta lontano - sempre più lontano, quanto più possibile lontano - da dove quel denaro è stato acquisito, il riciclaggio è un momento debole per le organizzazioni criminali mafiose. E' il momento in cui il potere d'acquisto soltanto potenziale della ricchezza accumulata si tra sforma in potere d'acquisto effettivo. E' un momento necessario. Comporta una certa qual esposizione di sé, come organizzazione mafiosa, nel momento in cui si deve realizzare questo passaggio da potere d'acquisto potenziale a potere d'acquisto effettivo. E siccome sono operazioni che sicuramente non coinvolgono i "picciotti di strada", questa esposizione sfiora e qualche volta molto da vicino interessa gli assetti più nevralgici, coperti, protetti, delle organizzazioni. Non sicuramente quelli periferici, di per ciò stesso più esposti, più visibili. O più facilmente visibili.
I rischi qualche volta che l'organizzazione mafiosa - i suoi momenti nevralgici e, quindi, particolarmente coperti - deve correre attraverso il riciclaggio sono diminuiti, a causa di questa internazionalizzazione dei fenomeni di cui stiamo parlando, con la conseguente possibilità di operare sempre più lontano dai luoghi di acquisizione illecita del denaro le operazioni di blanchissage di queste ricchezze illecite.
Tanto più che il carattere transnazionale del fenomeno è stato amplificato - oltreché da quella che ho ricordato come integrazione dei mercati dei capitali - anche dal notevole grado di sofisticazione raggiunto dagli strumenti finanziari e dalla notevolissima possibilità delle varie mafie (per le quantità di denaro che hanno a disposizione, per le capacità di corruzione che sono inevitabilmente connesse a queste quantità di denaro) di avvalersi - direttamente o indirettamente, reclutandoli o corrompendoli - anche dei migliori cervelli disponibili su piazza.

La natura, la velocità, il volume delle transazioni possono essere di ostacolo all'identificazione, alla ricostruzione di operazioni finanziarie anomale. E le preoccupazioni maggiori - lo sappiamo - riguardano l'emissione di moneta elettronica da parte di organismi finanziari non sottoposti a vigilanza.
La riflessione teorica su questi problemi e sulla gravità delle conseguenze che ad essi si ricollegano se non conclusa, è sicuramente molto avviata. E' cominciata la spinta o si è rinnovata però, se è molto avviata - avviata magari addirittura a conclusione - la stagione della riflessione e della presa di coscienza circa l'importanza delle implicazioni di questi fenomeni, appena agli inizi (stenta addirittura a decollare) è la stagione della traduzione in cifra di operatività concreta della riflessione teorica.
Non ha fatto seguito un'idonea armonizzazione delle legislazioni in materia. Me no che mai la previsione di un sistema di sanzioni per i paesi che non aderiscono alle regole stabilite in sede internazionale.
Io credo (e con me molti esperti - esperti qualificati - di economia e di banca) che tutti i paesi dovrebbero adottare misure ai fini di una prevenzione e repressione del fenomeno; mentre la regola - ancora oggi - è che i comportamenti adottati dai vari Stati non sono uniformi. Spesso, addirittura, non sono neanche coerenti.
La protezione offerta da un segreto bancario impenetrabile anche per il giudice penale; lacune; mancanza di una legislazione adeguata; problemi nella collaborazione da parte delle magistrature locali; la difficoltà di vigilare sugli intermediari. Ecco. Tutti fattori che rendono agevole - nei centri finanziari off-shore - il riciclaggio di proventi delle attività criminali.
L'efficacia delle norme definite dall'autorità dei maggiori paesi, spesso (troppo spesso) oggi è ancora attenuata dall'atteggiamento di tolleranza verso il riciclaggio di questi centri finanziari. Per le succursali e filiali di banche internazionali insediate in questi centri finanziari, i controlli della casa-­madre e delle autorità di vigilanza sono spesso impediti o resi difficili.
E qui - per fortuna - dobbiamo registrare un segnale positivo per quanto riguarda il nostro Paese, se è vero - come è vero - che là occorre trovare dei rimedi concreti per la limitazione dei r(?). E' possibile colpire le organizzazioni criminali nella fase di inserimento del denaro nei circuiti finanziari legali, quando sia assicurata la collaborazione degli intermediari. E un'altra misura volta a contrastare il fenomeno è suggerita - e maniera più ufficiale, più autorevole non si può - dai vertici del Fondo Monetario Internazionale. Eppure si stenta ad applicarli. Si tratta di applicare vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che rifiutano di aderire alle norme antiriciclaggio. Il Fondo Monetario Internazionale ha suggerito di o non solo necessarie, ma anche particolarmente urgenti. Perché i rischi quali sono se la situazione attuale continua a perpetuarsi senza interventi di contrasto efficaci, concreti, validi? Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a causa proprio del riciclaggio. La distorsione che le attività criminali introducono nelle economie (assorbendo risorse che potrebbero essere allocate altrove, in maniera legittima), gli squilibri che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario: ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non preoccupare molto intensamente.
I proventi delle attività criminali vengono investiti non in base alla remunerazione degli investimenti, ma alla possibilità di evitare controlli. Il che significa - tra (?)
La storia del nostro Paese ha una sua peculiarità che la rende se non unica, quantomeno - per molti profili - diversa, distinguibile, rispetto a quella delle altre democrazie occidentali. Perché? Perché tappe cruciali della maturazione della storia del nostro Paese sono spesso contrassegnate da violenza, da delitti (i delitti cosiddetti «eccellenti»), dalle stragi. Il fattore principale di questa caratteristica della questione criminale italiana, di questo specifico della questione criminale in Italia, è che in Italia non operano soltanto organizzazioni criminali (bande di gangster o organizzazioni criminali che oltrepassano la soglia del gangsterismo), ma veri e propri poteri criminali. Con una, conseguentemente, elevata capacità (come definirla? influenza, interferenza, condizionamento, contrattazione... non lo so... comunque elevata capacità) di presenza, dovuta soprattutto al potere economico di cui questi poteri criminali dispongono.
E questo del potere economico dei poteri criminali credo sia non soltanto il dato nuovo (nel senso li maggiormente evidenziatesi da qualche tempo a questa parte), ma soprattutto il dato - nuovo o non nuovo, a secondo le prospettive lungo le quali ci si voglia collocare, esso sia - su cui più intensamente oggi riflettere.
Di solito si è convinti che la mafia sia soprattutto violenza. La mafia è sicuramente violenza; ma, prima di essere violenza, è intimidazione e corruzione. Alla violenza ricorre soltanto quando - per così dire - non può farne a meno, come extrema ratio. Perché? Perché la violenza si vede, si sente, fa rumore. Determina reazioni. Nel caso delle stragi anche ha determinato una forte, fortissima, determinata - per la prima volta così determinata - risposta dello Stato. Invece, corruzione e intimidazione viaggiano in maniera clandestina, nascosta, non visibile, occulta. Non espongono a rischi coloro che la praticano. Consentono - l'intimidazione e la corruzione - di raggiungere più facilmente, con minori rischi, i risultati proposti.
Questo vuol dire che la mafia può esserci, c'è sicuramente anche là dove non la si vede subito perché non pratica violenze. Questo vuol dire soprattutto che questa attività sommersa di intimidazione e di corruzione - per le ragioni che cercherò di esporre dopo, anche con qualche numero - è un'attività di enormi dimensioni, un'attività reale, di straordinaria potenza. E, anche se non la si vede, c'è. E con queste caratteristiche quantitative imponenti. Per cui qualunque tendenza all'ottimismo o anche soltanto alla disattenzione, alla sottovalutazione del fenomeno mafioso, oggi, è una tendenza - a dire davvero poco - totalmente sganciata dalla realtà.
Perché negli ultimi decenni vi è stata una trasformazione della criminalità organizzata, sempre più avviata verso una globalizzazione degli interessi illeciti. E una trasformazione, anche, dell'economia criminale che ha portato se non all'integrazione, quantomeno a forme di collegamento molto stretto tra le varie mafie (nazionali e non) e fra queste e altri poteri criminali, più o meno occulti. Così da realizzare un insieme che sempre più, oggi, tende a presentarsi, presenta i contorni, lascia intravedere alcuni profili di un unico sistema criminale.
E qui il discorso di carattere economico-finanziario ha una portata centrale. Davvero di primissimo piano. Io vorrei partire da un servizio di Ennio Caretto comparso sul Corriere della Sera qualche giorno fa, il 19 maggio ultimo scorso. Il servizio era intitolato Si chiama mafia il vero villaggio globale. Criminalità organizzata: il giro d'affari raggiunge i mille miliardi di dollari.
Qui i dati, naturalmente, sono sempre un po' approssimativi, per eccesso o per difetto. Per esempio, Bankitalia calcola che sia nell'ordine di 300-500 miliardi di dollari il giro d'affari delle mafie nel mondo. Non è che queste cifre siano assolutamente equivalenti, ma in un caso come nell'altro abbiamo cifre e livelli talmente alti da preoccupare comunque, in ogni caso, di per se stessi.
Ma torno al servizio di Caretto, che è basato su notizie tratte da fonti scientifiche molto autorevoli, molto qualificate. Per esempio le statistiche di David Bickford, un esperto olandese di frodi bancarie, evasioni fiscali, riciclaggio. E' lui che ha calcolato questo dato impressionante secondo cui, nel `96, il PIL del crimine organizzato nel mondo è ammontato a mille miliardi di dollari: più del bilancio di ben 150 paesi membri dell'ONU. E ancora più sconvolgente è il dato in prospettiva. Perché, sempre secondo Bickford, in dieci anni ('86 - '96) il giro d'affari del crimine organizzato nel mondo si è quintuplicato. E questo exploit non è mai riuscito - o quasi mai riuscito - a nessuna multinazionale nella storia.
Questa, prosegue Caretto, la prova della globalizzazione della criminalità organizzata. Poi Caretto cita un libro di prossima pubblicazione in USA: La nuova guerra, di un senatore democratico, John Kerry (già presidente del sottocomitato contro il terrorismo, la mafia e i narcotici).
Kerry scrive che il vero, nuovo ordine mondiale è quello criminale. E che, in pratica, le organizzazioni mafiose formano la terza potenza, dopo USA e Russia. L'ex capo della CIA, James Woosley, è ancora più allarmista. Perché rileva come il crimine organizzato minacci non solo la sovranità delle nazioni ma anche, addirittura, la stabilità mondiale. E come, conseguentemente, il crimine organizzato sia una questione di sicurezza, oltre che di legalità.
E, se si considera che i 5 grandi della globalizzazione della criminalità organizzata sono la mafia italiana, la mafia russa, la jakuza giapponese, le triadi cinesi, i cartelli colombiani (intorno a cui ruotano le organizzazioni minori come la mafia nigeriana, panamense, polacca, caraibica, eccetera), allora questi sono problemi che riguardano molto da vicino - in questo panorama mondiale - il nostro Paese.
In sintesi (dati elaborati da esperti delle Nazioni Unite) un dollaro su tre oggi, un lingotto su tre
oggi, una transazione su tre oggi - per un verso o per l'altro - è riconducibile al crimine organizzato.
Tornando al potere del crimine (mafioso e non mafioso) - con specifico, storico riferimento al
nostro Paese - è facile vedere che da Portella della Ginestra alla strage di Bologna, agli omicidi politico-mafiosi degli anni ’70 - '80 a Palermo, fino alle stragi di mafia nel ’92 - '93, c'è una specie di filo che lega le iniziative di questi - diversi, magari, tra loro - poteri criminali. Filo che è rappresentato dal lancio costante delle bombe, impiegate per arrestare la maturazione della democrazia nel nostro Paese. Cercando, viceversa, di dirottarne, farne deragliare la storia verso un regime di sopraffazione e di violenza.
Questo disegno ha causato ritardi, ha causato rallentamenti, problemi gravissimi di fase in fase; ma - a tutt'oggi - si può dire che, sembra di poter dire che, sostanzialmente non è passato. Anzi, in alcuni casi, alla strategia stragista si è contrapposta una reazione corale, forte, da parte della gente comune. Qualche volta, anche, da parte delle istituzioni statali. E, per esempio, dopo le stragi del ‘92 una reazione - forse mai vista prima - che ha reso l'azione di contrasto contro la mafia molto efficace, con risultati importanti. Ancorché, non ci stancheremo mai di dirlo e di ripeterlo, assolutamente parziali anche se significativi e di grande rilievo.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio hanno prodotto la più rigorosa legislazione antimafia degli ultimi decenni; la più efficace attività nella caccia ai latitanti nell'ultimo cinquantennio (e i risultati sono sotto gli occhi di tutti); la più proficua convergenza di energie investigative che ha consentito risultati - semplicemente, senza esagerazioni - inimmaginabili fino a pochi anni fa (individuazione, cattura di organizzatori, esecutori delle stragi stesse; l'arresto di moltissimi tra i latitanti più pericolosi, che per decenni avevano operato indisturbati proprio qui a Palermo: vivendo, quasi senza troppo fastidio, proprio a Palermo o dintorni, immediati dintorni); il disvelamento - quantomeno la ricerca - di primi elementi di chiarezza con riferimento ad alcune significative relazioni esterne della mafia con pezzi deviati dello Stato: quelle alleanze, quelle collusioni, quell'intreccio di interessi senza di cui non avremmo ancora oggi tanta mafia, non avremmo mai avuto questa Cosa Nostra così radicata, estesa, consolidata, capace di espandersi ben oltre i confini di questa città e di questa regione.
Dunque un itinerario lungo, tormentato, nonostante questi terribili ostacoli disseminati in questa o quell'altra fase. L'itinerario del nostro Paese verso la democrazia non è stato - nonostante l'uso ripetuto della violenza - interrotto. E i sacrifici di quanti, innocenti, sono caduti non sono stati - ancorché sacrifici assolutamente irrimediabili - inutili. Se oggi ci sono quantomeno prospettive - ancora - di crescita, di miglioramento ciò è anche risultato della storia di questi anni.
Però, questo che stiamo vivendo è un momento estremamente delicato, estremamente difficile, estremamente complesso. E le sorti della democrazia sono, per certi profili, ancora oggi in gioco.
Innanzitutto perché il potenziale militare dell'esercito mafioso - per quanto colpito - non è assolutamente sconfitto. E Cosa Nostra ha già dimostrato ripetutamente - nel corso della sua storia ormai lunghissima, vergognosamente lunga - una grande capacità di riassorbimento dei momenti di crisi, una grande capacità di riorganizzazione di sé e di adattamento alle fasi. Anche di modulazione di sé, tenendo conto dei colpi, delle perdite subite.
In secondo luogo perché il nostro Paese è attraversato da forti tensioni politiche e sociali che si prestano ad essere sfruttate da quei centri occulti di potere illegale che hanno ancora oggi il massimo interesse a cercare - magari, ancora una volta di provare - a deviare la storia del nostro Paese verso obiettivi contrari all'affermazione della legalità e della democrazia.
Ed è proprio per queste ragioni che chi opera sul versante dell'antimafia - a rischio di apparire noioso o ripetitivo - non si stanca, non può stancarsi, di ripetere che non va abbassata la guardia. Che occorre una spinta corale della comunità nazionale verso la definitiva sconfitta di quel sistema di illegalità che per decenni se non ha condizionato, se non ha influito, certamente ha cercato di influire, di condizionare, e nel modo che sappiamo, la storia del nostro Paese. Anche a prezzo - questo, in modo che sappiamo - di molte vite umane.
Se si abbassa la guardia, se si rallenta, si affievolisce la risposta, il contrasto, c'è il rischio concreto di compromettere il processo di maturazione del nostro Paese. Il rischio di non opporsi, di non sapere opporsi efficacemente a nuove, eventuali, strategie di destabilizzazione, che potrebbero - ancora una volta - cercare di mettere in pericolo la nostra democrazia.
I segnali non sempre sono univocamente in questa direzione. Nel senso del mantenimento della guardia ad un livello costantemente, continuativamente alto. Nel senso che non finisca per prevalere la disattenzione, la sottovalutazione, l'illusione magari, che i notevoli successi ottenuti in questi anni possano in qualche modo significare la fine di una strada che, invece, è ancora molto lunga e molto impervia.
Non è nel senso della guardia tenuta alta quella progressiva rimozione del nesso inscindibile - storicamente, sempre, oggi, ancora - tra questione criminale e questione democratica. Se si perde di vista questo nodo centrale del problema (l'inscindibilità - ripeto - tra questione criminale, mafiosa in particolare, e questione democratica), si falsano tutte le prospettive, si falsano tutte le analisi, si falsano tutte le risposte.
Così come non viaggia sicuramente nel senso di una guardia tenuta a livello alto la fuorviante riduzione del tema del ripristino della legalità ad un asserito sconfinamento della magistratura.
Ecco, questi sono errori di prospettiva, sono prospettive che rischiano davvero di portarci fuori strada e di farci sbagliare valutazioni. E, conseguentemente, risposte.
E questa rimozione del nesso tra questione criminale e questione democratica, questo ridurre il problema della legalità nei confini assolutamente inconferenti di un asserito sconfinamento della magistratura, non è storia nuova. E' storia già accaduta e che ha avuto determinati sviluppi. Sviluppi che - sono personalmente sicuro - non si ripeteranno, ma che val la pena di ricordare. Se è vero quello che ha scritto Kundera, proprio a proposito di potere, che «la vera lotta dell'uomo contro il potere - e, anche qui, del potere criminale di cui oggi noi parliamo - è la lotta della memoria contro l'oblio».
E allora è importante fare memoria anche per non abbassare la guardia, proprio attraverso la memoria fatta. E allora non dobbiamo mai dimenticare la vicenda professionale - prima ancora che umana - di Falcone e Borsellino. Quando il Pool di Falcone e Borsellino, organizzando la risposta giudiziaria alla mafia, per la prima volta in termini capaci di consentire un uso appropriato della parola organizzazione... Quando il Pool di Falcone e Borsellino con questa organizzazione del loro lavoro riesce - per la prima volta, dopo decenni di sostanziale impunità della mafia - a dimostrare, nel rispetto più assoluto delle regole, che la mafia non è invincibile, che la mafia non è invulnerabile. Basta volerla combattere efficacemente e ce la si può fare. Quando Falcone e Borsellino dimostrano tutto questo con il maxi-processo invece di essere sostenuti, aiutati ad andare avanti (dotati dei mezzi e delle risorse necessari ancora, perché questo cammino - per la prima volta intrapreso dal nostro Paese - potesse essere continuato e sfruttato e portato magari a conclusione), invece di essere sostenuti, vergognosamente, di passaggio in passaggio, vengono spazzati via. Professionalmente impediti - questa è la realtà dei fatti - di continuare nel loro lavoro. Di passaggio in passaggio, di polemica in polemica. Polemiche sui «pentiti»; polemiche sui «professionisti dell'antimafia»; polemiche sul Pool trasformato in centro di potere, sullo straripamento dei poteri (allora non ero pubblico ministero ma giudice istruttore).
E sono polemiche che, in una situazione tutt'affatto diversa (ripeto, senza nessun concreto pericolo di essere professionalmente spazzati via), ma sono polemiche che - da certi punti di vista - oggi riecheggiano quelle di ieri. E far memoria significa, secondo me, quantomeno - pur essendo la situazione, ripeto, tutt'affatto diversa e senza i concreti rischi che lo sbocco finale sia quello vergognoso di allora - anche ricordare come sia successo che, cominciando da certe polemiche, poi (senza rendersi conto della capacità deviante di queste polemiche rispetto alla realtà dei problemi) gli sbocchi possano, siano concretamente in passato stati quelli che ho appena ricordato.
Ed è importante fare memoria in questa direzione. Se non altro perché se oggi tutti unanimamente, indistintamente (e io concluderò con considerazioni su questo versante) sono convinti - a qualunque livello: anche i più autorevoli, anche i più prestigiosi (istituzionalmente parlando, oltre che scientificamente parlando) - che la nuova, autentica, la più difficile frontiera oggi della risposta alla mafia è quella del- l'attacco ai patrimoni mafiosi, alle ricchezze mafiose, allora delle due l'una. O ci si crede veramente, e allora si farà di tutto per attrezzare convenientemente gli organi investigativi e giudiziari (quindi comprese anche le Procure della Repubblica). Oppure è incompatibile una affermazione di nuova frontiera assolutamente nevralgica contro i patrimoni con l'accettazione - anche soltanto l'accettazione passiva - di un indebolimento, di un raffreddamento degli spazi di intervento delle Procure. Pur combinando, naturalmente, l'incisività con tutto ciò che ha a che fare con il rispetto delle regole, delle garanzie e quant'altro.
E sono - le questioni che si collocano sulla frontiera delle ricchezze mafiose - questioni davvero di dimensioni, qualità, portata, implicazioni, conseguenze gravissime. Sappiamo tutti della progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei capitali. Sappiamo tutti dell'affermarsi di un mercato globale delle monete, dei cambi e dei titoli. Sappiamo tutti che questa situazione complessiva ha reso più agevole il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, a livello internazionale.
In un mondo in cui le persone e i capitali si muovono con facilità ed è possibile, quasi fisiologico, che la ripulitura del denaro sporco sia fatta lontano - sempre più lontano, quanto più possibile lontano - da dove quel denaro è stato acquisito, il riciclaggio è un momento debole per le organizzazioni criminali mafiose. E' il momento in cui il potere d'acquisto soltanto potenziale della ricchezza accumulata si trasforma in potere d'acquisto effettivo. E' un momento necessario. Comporta una certa qual esposizione di sé, come organizzazione mafiosa, nel momento in cui si deve realizzare questo passaggio da potere d'acquisto potenziale a potere d'acquisto effettivo. E siccome sono operazioni che sicuramente non coinvolgono i «picciotti di strada», questa esposizione sfiora e qualche volta molto da vicino interessa gli assetti più nevralgici, coperti, protetti, delle organizzazioni. Non sicuramente quelli periferici, di per ciò stesso più esposti, più visibili. O più facilmente visibili.
I rischi qualche volta che l'organizzazione mafiosa - i suoi momenti nevralgici e, quindi, particolarmente coperti - deve correre attraverso il riciclaggio sono diminuiti, a causa di questa internazionalizzazione dei fenomeni di cui stiamo parlando, con la conseguente possibilità di operare sempre più lontano dai luoghi di acquisizione illecita del denaro le operazioni di blanchissage di queste ricchezze illecite.
Tanto più che il carattere transnazionale del fenomeno è stato amplificato - oltre che da quella che ho ricordato come integrazione dei mercati dei capitali - anche dal notevole grado di sofisticazione raggiunto dagli strumenti finanziari e dalla notevolissima possibilità delle varie mafie (per le quantità di denaro che hanno a disposizione, per le capacità di corruzione che sono inevitabilmente connesse a queste quantità di denaro) di avvalersi - direttamente o indirettamente, reclutandoli o corrompendoli - anche dei migliori cervelli disponibili su piazza.
L'utilizzo della moneta elettronica nelle sue varie tipologie ha richiamato l'attenzione delle autorità di controllo sulla vulnerabilità che questi strumenti introducono nei presidi contro il riciclaggio. La natura, la velocità, il volume delle transazioni possono essere di ostacolo all'identificazione, alla ricostruzione di operazioni finanziarie anomale. E le preoccupazioni maggiori - lo sappiamo - riguardano l'emissione di moneta elettronica da parte di organismi finanziari non sottoposti a vigilanza.
La stagione della consapevolezza circa la gravità di questi problemi si può dire conclusa. La riflessione teorica su questi problemi e sulla gravità delle conseguenze che ad essi si ricollegano se non conclusa, è sicuramente molto avviata. E' cominciata la spinta o si è rinnovata la spinta della comunità internazionale, finalizzata a reagire in varie direzioni con azioni specifiche, per contrastare la circolazione di fondi di provenienza illecita operando sul piano della vigilanza e sul piano della armonizzazione fiscale.
Però, se è molto avviata - avviata magari addirittura a conclusione - la stagione della riflessione e della presa di coscienza circa l'importanza delle implicazioni di questi fenomeni, appena agli inizi (stenta addirittura a decollare) è la stagione della traduzione in cifra di operatività concreta della
riflessione teorica.
Non ha fatto seguito un'idonea armonizzazione delle legislazioni in materia. Meno che mai la previsione di un sistema di sanzioni per i paesi che non aderiscono alle regole stabilite in sede internazionale.
Io credo (e con me molti esperti - esperti qualificati - di economia e di banca) che tutti i paesi dovrebbero adottare misure ai fini di una prevenzione e repressione del fenomeno; mentre la regola - ancora oggi - è che i comportamenti adottati dai vari Stati non sono uniformi. Spesso, addirittura, non sono neanche coerenti.
La protezione offerta da un segreto bancario, impenetrabile anche per il giudice penale; lacune; mancanza di una legislazione adeguata; problemi nella collaborazione da parte delle magistrature locali; la difficoltà di vigilare sugli intermediari. Ecco, tutti fattori che rendono agevole - nei centri finanziari off-shore - il riciclaggio di proventi delle attività criminali.
L'efficacia delle norme definite dall'autorità dei maggiori paesi, spesso (troppo spesso) oggi è ancora attenuata dall'atteggiamento di tolleranza verso il riciclaggio di questi centri finanziari. Per le succursali e filiali di banche internazionali insediate in questi centri finanziari, i controlli della casa-madre e delle autorità di vigilanza sono spesso impediti o resi difficili. E qui - per fortuna - dobbiamo registrare un segnale positivo per quanto riguarda il nostro Paese, se è vero - come è vero - che la Banca d'Italia, da anni, non autorizza l'apertura di filiali di banche nazionali nei centri finanziari off-shore.
Occorre trovare dei rimedi concreti per la limitazione dei flussi di denaro di provenienza illecita verso taluni centri finanziari. Un rimedio concreto potrebbe essere fare obbligo - alle istituzioni finanziarie di paesi nei quali la legislazione è già adeguata - di segnalare le operazioni eseguite in contro-partita con paesi dove il livello di difesa è insufficiente. Soprattutto quando si tratta di operazioni prive di un'evidente, lecita motivazione economica.
E' possibile colpire le organizzazioni criminali nella fase di inserimento del denaro nei circuiti finanziari legali, quando sia assicurata la collaborazione degli intermediari. E un'altra misura volta a contrastare il fenomeno è suggerita - e maniera più ufficiale, più autorevole non si può - dai vertici del Fondo Monetario Internazionale. Eppure si stenta ad applicarli. Si tratta di applicare vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che rifiutano di aderire alle norme antiriciclaggio. Il Fondo Monetario Internazionale ha suggerito di applicare una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o in uscita verso questi paesi. Tassa accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di tutte le transazioni. Una sorta di quarantena, una sorta di embargo finanziario. Che cesserà quando lo Stato interessato si sia adeguato alle normative antiriciclaggio.
E misure concrete sono non solo necessarie, ma anche particolarmente urgenti. Perché i rischi quali sono se la situazione attuale continua a perpetuarsi senza interventi di contrasto efficaci, concreti, validi? Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a causa proprio del riciclaggio. La distorsione che le attività criminali introducono nelle economie (assorbendo risorse che potrebbero essere allocate altrove, in maniera legittima), gli squilibri che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario: ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non preoccupare molto intensamente.
I proventi delle attività criminali vengono investiti non in base alla remunerazione degli investimenti, ma alla possibilità di evitare controlli. Il che significa - tra le tante cose - che gli operatori sani, puliti, vengono ad essere gravemente svantaggiati. Perché il gioco della concorrenza è turbato, distorto. Al limite, travolto. Da chi dispone di risorse finanziarie ingenti acquisite in modo illecito. E il risultato finale rischia di essere davvero disastroso, senza catastrofismi o allarmismi fuori luogo. I prezzi delle attività finanziarie, i tassi di interesse e i tassi di cambio ne vengono distorti. Il loro contenuto informativo ne risulta indebolito. Tutti questi fenomeni provocano opacità nei mercati. Riducono la fiducia nel sistema finanziario. In ultima istanza, frenano la crescita dell'economia e hanno immediati, possibili - quantomeno possibili - riflessi sulla politica.
E qui voglio chiudere citando uno scritto di Christian Debrie, intitolato Democrazia senza voce. Christian Debrie fa riferimento al circuito finanziario internazionale (sempre più vasto, sempre più esteso), controllato da quelli che chiana «i nuovi oligarchi». In grado di trasferire (24 ore su 24, in tempo reale) da una parte all'altra (qualunque) del globo somme enormi, sempre più enormi (delle quali questi nuovi oligarchi non hanno neppure la titolarità), senza nessun controllo. Senza nessun sostanziale, effettivo controllo.
Christian Debrie fa soprattutto riferimento al circuito finanziario opaco. Capitali in fuga dall'oppressione fiscale; capitali in fuga dai paesi sottosviluppati, dove non possono trovare la stessa remunerazione di cui vanno alla ricerca altrove. O capitali, comunque, che si spostano alla ricerca di una maggiore remunerazione.
Ma se, accanto a questo circuito finanziario opaco, collochiamo... E deve essere collocato accanto. Perché i due circuiti si confondono, si mescolano grazie proprio all'opacità del sistema complessivo. Alla ricerca sistematica di opacità che favoriscono determinate operazioni finanziarie, a partire dalla spregiudicata - troppo rigorosa, molte volte - tutela del segreto bancario, fino a rendere opache molte parti del mercato e facile - conseguentemente - la confusione tra circuiti grigi e circuiti neri. Se, accanto al circuito opaco o al circuito grigio, collochiamo il circuito di capitali neri (dei capitali illegali, dei capitali criminali), e se teniamo conto del fatto che la circuitazione di questi capitali neri è in crescita; e - comunque - già oggi (ripeto saranno 500 miliardi di dollari, saranno 1000 miliardi di dollari; sarà la cifra di Bankitalia, sarà la cifra dell'esperto olandese) siamo a livelli impressionanti...
Se teniamo conto di tutto questo, allora presuntuosamente posso provare a sviluppare il pensiero di Christian Debrie. Nel senso che, forse, è più appropriato parlare non soltanto di democrazia senza voce, ma addirittura di rischio - quantomeno di rischio - di democrazia senza democrazia. Cioè di un sistema finanziario internazionale con caratteristiche tali di scarso controllo e di presenze (forti, robuste, in massiccia crescita) di componenti nere, illegali, criminali; con conseguente necessità, quantomeno forte tendenza ad assediare la politica per cercare di condizionarla (intervenendo laddove si individuino fenditure, punti deboli, disponibilità).
Situazione, complessivamente considerata, per cui non soltanto il rischio di una democrazia senza voce, ma il rischio di una democrazia senza democrazia. Di una democrazia ridotta ad una specie di scatola vuota. A forma, più che a sostanza.
Questo è il rischio concreto - non soltanto in prospettiva, ma già in varie parti del mondo incombente - dei poteri criminali di tipo mafioso. E, quanto più crescerà la riflessione su questo dato (secondo me assolutamente incontrovertibile), tanto minore dovrebbe conseguentemente diventare il rischio di quell'abbassamento della guardia, di quel depotenziamento delle strutture di contrasto (compresa la magistratura, comprese le Procure della Repubblica istituzionalmente incaricate di trovare risposte adeguate su questo versante). Che, invece, è uno dei problemi - quantomeno uno dei temi - di cui di questi tempi nel nostro Paese intensamente si sta discutendo.