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REMO - 5/6/1997
Intervento Mafia/Economia Utente Performa
Integrale
Riciclaggio, Bikford, Debrie,
COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA E COMANDO GENERALE DELLA GUARDIA
DI FINANZA
«Bilanci e prospettive della lotta al riciclaggio» Palermo, 9 e 10
luglio 1998 Palazzo dei Normanni - sala Duca di Montalto
L'intervento giudiziario nella lotta al riciclaggio 9 luglio 1998
Grazie alla Commissione Parlamentare Antimafia e alla Guardia di
Finanza per questo convegno. Io debbo aggiungere anche un grazie a
quanti - e sono operatori di polizia giudiziaria, operatori dei
settore bancario - mi hanno aiutato nell'elaborare alcune
riflessioni, fornendomi dati ed indicazioni.
Vorrei cominciare con qualche considerazione in punto stime del
fenomeno. Qualcosa ha già detto un attimo fa Piero Vigna. E sappiamo
che le stime più recenti ci dicono che le organizzazioni criminali
hanno un fatturato pari al 2 per cento del PIL mondiale: circa 850
mila miliardi di lire, di cui 700 mila provenienti dal solo traffico
di stupefacenti. In Italia, nel ‘97, il volume d'affari delle
organizzazioni criminali (italiane e straniere), sulla base di
informazioni fornite dalla Confcommercio, sarebbe stato di 130 mila
miliardi di lire.
Questi sembrano i dati più attendibili, ma questo è settore in cui
altri dati si incrociano ed è difficile avere delle certezze.
Soprattutto perché manca un quadro scientifico certo di riferimento;
mentre, invece, un quadro scientifico - più sicuro, più concreto,
più affidabile - di riferimento sarebbe estremamente utile,
quantomeno per tre motivi.
Innanzitutto, perché un'analisi dei costi e dei benefici riguardante
le risorse da utilizzare nell'attività di contrasto dovrebbe
correttamente basarsi proprio su credibili elementi di calcolo.
In secondo luogo, perché soltanto la dimensione economica
dell'economia criminale - identificata correttamente, quantificata
correttamente - può permettere ragionamenti affidabili,
inconfutabili, sui flussi di reddito che vengono sottratti agli
investimenti, ai consumi e al risparmio. Altrimenti non si può
tenere conto, con cifre affidabili, del potenziale di distruttività
proprio dell'economia criminale.
E poi c'è un ultimo motivo. Nel Duemila - nelle statistiche
ufficiali europee - anche, per certi profili, il peso dell'economia
criminale dovrà essere inserito nell'economia legale. Perché,
secondo la Gazzetta Ufficiale della Comunità europea, rientrano
nella definizione di produzione del reddito anche alcune attività
proibite dalla legge (come la produzione di droga e lo sfruttamento
della prostituzione).
Ma, a parte le cifre (che sono più o meno attendibili; ma che - ci
si attesti sui livelli più bassi o si preferisca veleggiare verso i
livelli più alti - sono comunque meritevoli di grande attenzione e
capaci di suscitare una robusta preoccupazione), restano
significative le espressioni usate dal presidente Violante per dare
un'idea dell'entità globale del fenomeno. Violante ha definito gli
appartenenti alle organizzazioni criminali come «un esercito di
persone mai esistito così numeroso nella storia dell'umanità», «con
una pari facilità di ricambio dei caduti e dei prigionieri» (è
quanto Vigna ci ha ricordato un attimo fa), «con una pari capacità
di armamento», «con una simile disponibilità finanziaria così capace
di utilizzare mezzi, sedi, apparecchiature, servizi dell'avversario
(cioè dei sistemi legali e democratici), così poco distinguibile
dall'esterno».
Per quanto concerne lo specifico delle esperienze scaturenti da
indagini, investigazioni di polizia e conseguenti indagini
giudiziarie. Abbiamo la normativa in tema di sequestro e confisca
dei beni appartenenti a soggetti indiziati di militare in
associazioni criminali di stampo mafioso; e poi l'art. 12 sexies
della legge 356 dell'agosto '92, legge che consente la confisca
penale quando la provenienza dei beni non trovi giustificazione
lecita.
Bene. Questi strumenti sono risultati utili, adatti alle
circostanze; ma hanno funzionato soprattutto, se non esclusivamente,
contro i patrimoni immobiliari mafiosi: le cose che si vedono.
Contro le cose che non si vedono, contro la ripulitura
finanziaria... le difficoltà... aumentano e, obiettivamente, i
successi non sono così numerosi come sul versante immobiliare.
Il riciclaggio finanziario delle cosche, infatti, non si ferina
nelle banche italiane. Oggi gli istituti di credito sono più
prudenti. Negli ultimi tempi, per merito della legge 197 del
'91contro il riciclaggio, sono aumentate le collaborazioni degli
istituti bancari; ma le cosche, conseguentemente, si fidano di meno.
Seguono l'esempio di Tangentopoli: trasferire i soldi nei paradisi
fiscali, e penali (Panama, Bahamas, Isole Cayman). Si rivolgono a
studi finanziari in Lussemburgo, in Liechtenstein: studi capaci di
pianificare - nel senso più ampio del termine - gli investimenti,
con piani elaborati su misura. E qui le indagini di investigatori e
magistrati si arenano.
Oltre alla generale difficoltà di dimostrare il collegamento tra
mafioso-trafficante e riciclatore (per via di società intestate a
prestanome, trucchi contabili, scarsa collaborazione - quando non
opposizione - delle istituzioni straniere), il riciclaggio
telematico lascia ancora meno tracce. Carabinieri del ROS,
finanzieri del GI CO, poliziotti dello SCO, agenti della DIA, tutte
le forze dell'ordine in generale sono impegnate al lavoro
investigativo su ripuliture internazionali, sofisticate, sfuggenti.
Si tratta di colpire le nuove generazioni di mafiosi; ma possono
passare anni. E, talora, queste indagini possono anche rimanere
senza risultati apprezzabili.
C'è, poi, il problema del delitto presupposto: traffico di armi,
traffico di droga, estorsioni, tangenti, truffe CEE e quant'altro.
Di solito, senza un delitto presupposto, la ripulitura del denaro
sporco è molto difficile da dimostrare. Sono rare, almeno allo stato
degli atti, le indagini anti-riciclaggio capaci di vivere in modo
autonomo.
Esiste, infatti, il problema del collegamento tra i gruppi criminali
e i soggetti che poi pongono in essere le più sofisticate tecniche
di riciclaggio. Se questo riciclaggio è di tipo finanziario, la
ricostruzione a ritroso dei vari passaggi di ripulitura rischia di
frantumarsi e di non approdare a nulla. Perché, molte volte, è come
risalire la corrente di un fiume impetuoso, in piena, al contrario:
dovendo superare tutta una serie di sbalzi e di dislivelli che
sicuramente non facilitano questo cammino, appunto, a ritroso.
Migliore è il procedimento inverso. Partire dal delitto presupposto
(traffico di armi, stupefacenti - ripeto - e quant'altro) e
procedere attraverso gli snodi del riciclaggio. Il percorso è ancora
molto difficile; ma questa volta - per così dire - è in discesa,
meno problematico. Ma le indagini sono sempre, anche in questo caso,
tortuosissime.
Venire a capo dei percorsi della ripulitura del denaro sporco è
arduo; anche perché sono pochi i collaboratori di giustizia in grado
di fornire spiegazioni valide. Bisogna soprattutto far conto su
strumenti investigativi non sempre efficacissimi; e, di conseguenza,
su tempi molto lunghi.
Dell'aspetto economico del crimine - secondo la nostra esperienza -
si occupano direttamente i capi, i boss. Gli altri membri del clan
possono sapere di omicidi; partite di eroina, cocaina; premi,
punizioni. Nulla o quasi nulla, di solito - almeno allo stato degli
atti e delle conoscenze - sanno (sono in grado di sapere), dicono
(sono in grado di dire) sulla fine ultima del denaro. Tanto nel caso
di acquisti di appartamenti in città quanto nelle ripuliture
finanziarie, la risposta più frequente è "Non so niente".
Le crepe, allora, si aprono soltanto dopo centinaia di
intercettazioni, pedinamenti, appostamenti, certosine analisi
bancarie (nelle quali le nostre forze dell'ordine sono sicuramente
all'avanguardia per intelligenza e capacità investigativa).
Indagini, però (soprattutto in passato e ancora oggi frequentemente
in molti casi), rallentate - quando non addirittura impedite - dalle
istituzioni straniere.
Avevo una serie di considerazioni su quel che l'esperienza
giudiziaria ha messo in evidenza quanto all'utilizzazione da parte
della criminalità organizzata di strutture sane, penetrate
attraverso l'intimidazione, il condizionamento degli assetti
proprietari, la forza di penetrazione - apparentemente legale -
derivante dalla disponibilità di ingenti mezzi finanziari. Ma posso
saltare tutte queste considerazioni perché il comandante del ROS,
generale Mori, ha già amplissimamente sviluppato - e con ampiezza di
particolari concreti - il tema.
Voglio parlare di alcuni profili che scaturiscono dall'esame della
normativa vigente in campo nazionale e da alcune prassi applicative
nel settore bancario. Il primo profilo
già stato ampiamente trattato ed è la mancata costituzione
dell'anagrafe dei conti bancari (manca il decreto del Tesoro che
avrebbe dovuto essere emanato entro 60 giorni dall'entrata in vigore
della legge, che è del '91).
Le conseguenze - per primo il generale Mosca Moschini e con lui
l'avvocato Granata ce ne hanno parlato - sono diverse. La prima è
scoraggiare il ricorso agli accertamenti bancari. La polizia
giudiziaria, non potendo attingere ad una banca-dati centralizzata,
per conoscere l'eventuale esistenza di rapporti bancari in capo a
singoli indiziati vede allungarsi a dismisura i tempi investigativi;
con conseguente spreco di risorse, dovendo interessare tutti gli
istituti di credito operanti a livello nazionale. Sul piano concreto
tutto ciò si traduce in un ostacolo alle indagini patrimoniali volte
ad accertare l'origine e la consistenza dei capitali mafiosi.
Altre considerazioni (anch'io rassegnerò una relazione scritta alla
Presidenza) avrei voluto fare, ma mi manca il tempo, su certe prassi
utilizzate dalle banche con riferimento ai certificati di deposito.
Ma, anche qui, un accenno importante ha fatto il generale Mosca
Moschini e, quindi, posso saltare questa parte. Arrivando subito (se
ho ancora un po' di tempo) alle considerazioni conclusive che non
possono non riguardare il profilo internazionale del riciclaggio.
Io proverei a dire alcune cose, secondo un'ottica che
necessariamente deve diversificarsi da quella che chi mi ha
preceduto ha seguito.
Vorrei dire che, per affrontare questo problema del riciclaggio
internazionale, è necessario (preliminarmente necessario, secondo
me) dividere gli Stati in due grandi categorie. Prima categoria:
Stati nei quali è spiccata la preferenza per l'integrità
finanziaria. Seconda categoria: Stati che considerano, viceversa,
l'integrità finanziaria uno svantaggio.
Per i primi Paesi (quelli che potremmo chiamare virtuosi, avversi al
riciclaggio), le transazioni finanziarie realizzate ai fini di
occultare l'origine di una certa disponibilità patrimoniale
costituiscono un costo, generano numerose distorsioni, gravi danni
(tra questi: la corruzione nel sistema politico, l'alterazione delle
condizioni di concorrenza nel mercato).
Gli altri Stati, invece, tendono ad ostacolare molto meno il
fenomeno. Per vari motivi. La criminalità organizzata reca a questi
Paesi danni molto limitati. Questi Paesi o sono molto piccoli,
sperduti in mezzo al mare; o sono gli Stati dell'ex blocco
sovietico; o, infine, sono Stati nei quali la criminalità - in
passato - ha trovato limitati spazi (per esempio, la Svizzera).
Questi Paesi, insensibili all'accrescimento del potere delle
organizzazioni criminali internazionali, non sono incentivati a
sostenere alcun costo per il controllo del riciclaggio. Non solo.
Paradossalmente, sono incentivati a favorirlo. Non è un mistero che
numerosi Paesi - i cosiddetti "paradisi fiscali" - traggono forti
vantaggi dallo svolgimento sul proprio territorio di transazioni
finanziarie e altre operazioni la cui localizzazione ha come unico
fine la minimizzazione degli oneri fiscali o l'aggiramento di
normative di controllo, altrove più stringenti. Per questi Paesi,
l'attività di riciclaggio presenta effetti positivi. Consente loro
di arricchirsi con le commissioni sulle transazioni, con le tasse
pagate dalle società che si insediano sul territorio di questi Paesi
per sfuggire a normative più severe. Mentre va considerato anche il
fatto che questi Paesi non risentono degli effetti negativi dovuti
alle attività della criminalità organizzata, che - con un perverso
patto, tacitamente approvato - si impegna a non infastidire questi
così utili collaboratori.
Tanto premesso, per avviarmi davvero alla conclusione sono possibili
forme di coordinamento internazionale alla lotta antiriciclaggio
(forme di coordinamento effettive, sostenibili e credibili) in
quanto si tenga conto e si parta da questo presupposto della diversa
sensibilità delle autorità rispetto al fenomeno del riciclaggio, a
secondo del Paese in cui questo fenomeno viene considerato. Diversa
sensibilità che scaturisce da svariati fattori. E, al riguardo, va
sottolineato che la necessità di difendere l'integrità dei sistemi
finanziari con controlli di varia natura apparentemente si muove in
direzione opposta rispetto alle politiche bancarie in atto. Perché
le politiche bancarie in atto sono volte - per accrescere le
dimensioni e l'efficienza degli scambi - a ridurre l'azione di
intervento delle autorità di controllo.
Questa diversa sensibilità provoca poi una disomogeneità
dell'offerta di regolamentazione tra i diversi Paesi; per cui, in
alcuni Paesi - pur di non introdurre granelli di sabbia nei
movimenti di capitale - si preferisce tollerare l'introduzione
massiccia di fango di altra natura. Dunque, una disomogeneità che
probabilmente ha contribuito a rafforzare il fenomeno criminale;
disomogeneità che può - molto schematicamente - vedere, da un lato,
alcuni Paesi, essenzialmente industrializzati, che hanno messo in
moto un processo di competizione in severità; mentre altri Paesi (di
nuovo, molto schematicamente), sostanzialmente non industrializzati,
hanno messo in movimento un processo opposto (più splicito, passivo)
di competizione in lassismo. Ecco un fenomeno negativo: dualismo
regolamentare. La disomogeneità tra Paesi, o gruppi di Paesi, che
finisce per aumentare le possibilità delle organizzazioni criminali
transnazionali di giostrare tra regolamentazioni diverse;
vanificando in tal modo anche gli sforzi delle legislazioni più
severe.
E partendo da questo presupposto (una categoria di Paesi orientata
in un certo senso, una categoria di Paesi orientata in senso tutt'affatto
diverso; conseguente disomogeneità assoluta delle risposte
intervenienti nei primi o nei secondi Paesi), bisogna cercare di
ottenere quella armonizzazione delle legislazioni nazionali che è
assolutamente indispensabile per non soccombere.
E qui servono, indubbiamente, le sanzioni di cui ci ha già parlato
Piero Vigna; ma io credo che debbano, queste sanzioni, combinarsi
anche con incentivi. I Paesi meno intransigenti nell'azione di
contrasto sono spesso caratterizzate da strutture economico-
finanziarie deboli; potrebbero essere molto sensibili ad interventi
incentivanti, le loro economie, così da indurli a rafforzare le
difese contro il riciclaggio, omogeneizzando la propria disciplina
con quella degli altri Paesi.
Perché è evidente - e di questo siamo assolutamente tutti convinti,
e tutti quanti ce lo siamo ripetuto oggi - che la lotta al crimine
organizzato, e di conseguenza al riciclaggio dei proventi illeciti,
per essere efficace deve essere internazionale. Mentre ancora oggi,
purtroppo, permane la differenza tra l'internazionalizzazione delle
forme più pericolose di criminalità e il carattere prevalentemente
nazionale, ancora oggi, delle normative penali, che sono la base
dell'azione di contrasto.
Questa differenza non agevola, anzi ostacola l'efficacia degli
interventi. Dunque, occorre una strategia globale di contrasto,
armonizzata a livello internazionale. Per tentare quantomeno di
individuare e aggredire l'oligopolio criminale nel momento di
maggiore vulnerabilità, che è segnato dall'immissione nel mercato di
un anomalo flusso di risorse di origine illecita.
Ha ragione il prefetto Monaco nel segnalarci che questo non è
soltanto un problema amministrativo-contabile,
economico-finanziario; ma è un problema, davvero, di democrazia.
Grazie per la vostra partecipazione. E spero anche per la vostra
attenzione. Dipende da me, naturalmente, riuscire a non farla
calare.
Non ho la pretesa di essere uno specialista di questi problemi.
Molte volte, scherzando su me stesso (ma mica tanto), sostengo che
dove comincia il logaritmo finisco io. Perché, quando si tratta di
cifre e di numeri, di problemi di carattere economico (confesso,
devo confessarlo fin da subito), non è che mi sento moltissimo a mio
agio. Quindi, i miei limiti sono quelli che nascono
dall'incompatibilità col logaritmo. Scusatemi, ma ci provo lo
stesso.
Sappiamo di una progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli
sui movimenti dei capitali. Conosciamo conseguentemente l'affermarsi
di un mercato globale delle monete, dei cambi, dei titoli. Sappiamo
anche che tutto ciò, purtroppo, ha reso obiettivamente più agevole
il riciclaggio. Riciclaggio che, ormai, deve essere studiato,
pensato a livello internazionale.
Viviamo in un mondo in cui i capitali e le persone si muovono con
estrema facilità. Di tal che sono aumentate, enormemente aumentate,
le possibilità che la ripulitura del denaro sporco sia fatta lontano
dal luogo in cui il denaro è stato acquisito.
Sappiamo che il problema della criminalità organizzata è quello di
separare il denaro accumulato dalla fonte di accumulazione. Cercare
di occultare, rendere non più riconoscibili e decifrabili le fonti
di arricchimento illecito. In altre parole, cercare di trasformare
il potere d'acquisto del denaro illecitamente acquisito da potere
d'acquisto potenziale in potere d'acquisto effettivo.
E, per far questo, la criminalità organizzata deve esporsi, la mafia
deve uscire da quel guscio di clandestinità programmata,
sistematica, che la caratterizza, è la sua forza organizzativa. E,
siccome queste sono operazioni non di poco momento evidentemente
(sono oggi il cuore, il cervello delle organizzazioni criminali
mafiose), l'esposizione - con tutta probabilità, quasi certezza -
riguarda settori non periferici, anzi centri nevralgici
dell'organizzazione: quadri quantomeno medio-alti, se non di
vertice. Ed allora incidere, riuscire ad incidere sul versante del
riciclaggio è importante non soltanto per l'aggressione ai patrimoni
mafiosi, ma anche perché questo è un veicolo molto significativo per
intaccare la forza organizzata di queste associazioni. A livelli non
soltanto periferici, non soltanto marginali, non soltanto di strada,
ma - ripeto - di vertice, o quantomeno medio-alti.
Ma, se sappiamo tutto questo, ci è molto chiaro che le possibilità
di intervenire efficacemente contro il riciclaggio diventano minori
quanto più la ripulitura del denaro sporco avviene lontano dal luogo
di produzione dell'arricchimento illecito. E questa lontananza ormai
oggi è, se non la regola, sicuramente un accadimento molto, molto,
molto frequente.
Due parole sul quantum, per quanto concerne la ricchezza accumulata
dalle organizzazioni criminali. Non è facile questa quantificazione.
I dati che circolano sono molto diversi, eterogenei. Ma noi possiamo
attestarci sui livelli minimi, oppure veleggiare verso i livelli
massimi; in un caso come nell'altro - anche se ci fermiamo ai minimi
- avremo dati letteralmente preoccupanti, se non addirittura
sconvolgenti. Per usare un linguaggio sicuramente non appropriato
dal punto di vista tecnico, più massmediatico che altro, ma è lo
stesso linguaggio che adoperano alcuni esperti ONU per dare con
immediatezza le dimensioni del problema... Sono, dunque, esperti
dell'ONU - sia pure semplificando, sia pure sintetizzando - che
parlano di un dollaro su tre, un lingotto su tre, una transazione su
tre - su scala mondiale - riconducibili all'illecito, alla
criminalità organizzata. Bankitalia è un po' più prudente. Parla di
un flusso mondiale annuo di ricchezza di provenienza illecita tra i
300 e i 500 miliardi di dollari. Vale a dire il 2% del PIL mondiale.
Ma, attenzione, secondo Bankitalia in Italia siamo al 4% del Pil
nazionale.
Qualche tempo fa (mi scuserà il dottor Pepi se cito la concorrenza;
ma è una concorrenza nazionale, quindi non dovrebbe aversela troppo
a male), il Corriere della Sera ha pubblicato... Tra l'altro, anche
su questo dobbiamo riflettere: pagina interna, taglio basso, senza
il rilievo che questi problemi - a mio avviso - dovrebbero avere. Di
recente vi è tornato - più o meno con gli stessi accenti - Giorgio
Bocca su Repubblica. Ma sono prese di posizione sporadiche,
occasionali, quando capita capita... Non c'è una ricerca e -
conseguentemente - un'informazione sistematica, cadenzata, meditata.
Ripeto, non occasionale, non quando capita capita. Su questi temi
che, per altro (questa è una mia opinione, cercherò di esporla),
sono veramente fondamentali oggi; e dai quali non possiamo
prescindere se vogliamo capire quel che sta succedendo e soprattutto
quello che potrebbe succedere.
Corriere della Sera (taglio basso, scarso rilievo), articolo di
Ennio Caretto, corrispondente USA. Che voglio citare perché (ormai,
coi tempi che corrono, è quasi obbligatorio premetterlo...) dei
magistrati non ci si fida più, sempre meno ci si fida... Non so se
sia giusto, se sia sbagliato; dal mio punto di vista, naturalmente,
è totalmente sbagliato. Ma, quando si discute di queste cose, è bene
non fidarsi. Voglio dire: è legittimo che qualcuno di voi possa
pensare "Questo lavora tutto il giorno in inchieste di mafia; potrà
anche essere in buona fede, però chi mi dice che non sia
condizionato - magari inconsapevolmente - dal lavoro che
quotidianamente è chiamato a fare? Chi mi dice che, senza rendersene
conto, non veda mafia dappertutto?" E allora non facciamo parlare
il magistrato, non facciamo parlare il poliziotto o il carabiniere
che possono sembrarvi, potete legittimamente ritenere che - magari
inconsapevolmente - siano troppo coinvolti nella mischia
investigativa. Facciamo parlare organismi terzi, asettici:
raccolgono dati, li elaborano e li redistribuiscono.
E' quello che fa Caretto. Che fa parlare prima di tutto un certo
David Bickford, esperto olandese in frodi bancarie evasioni fiscali,
riciclaggio. Ha calcolato che, nel '96, il Pil della criminalità
organizzata in tutto il mondo era di mille miliardi di dollari: il
doppio - come abbiamo visto - o ben più del doppio, rispetto ai
calcoli di Bankitalia. Ma - torno a dire - saranno 300, 500 o 1000
miliardi di dollari, le cifre sono sempre spaventose. Il calcolo di
David Bickford è significativo perché - se fosse quello reale -
sarebbe superiore ai bilanci di ben 150 paesi delle Nazioni Unite. E
ancora più preoccupante è il dato in prospettiva. Nel senso che - in
dieci anni (1986-1996) - il giro d'affari del crimine organizzato si
è quintuplicato, costituendo un exploit che non è riuscito nella
storia a nessuna multinazionale.
E' quella che gli esperti chiamano globalizzazione della
criminalità. Fenomeno che sicuramente conoscete e che sicuramente
sempre di più dovrete studiare nel vostro corso di studi.
Caretto cita ancora John Kerry, presidente di un sottocomitato USA
contro narcotici, crimine e mafia. Autore di un libro (quando
scriveva Caretto non era ancora comparso, ma adesso è in vendita in
USA), intitolato La nuova guerra. Dove si esprime sostanzialmente
questo concetto: il vero, nuovo ordine mondiale è quello criminale.
E le organizzazioni criminali, in pratica, formano la terza grande
potenza, dopo America e Russia.
Poi, se vogliamo, c'è l'opinione di James Woosley, ex capo della
CIA. E qui, di nuovo, volendo possiamo anche diffidare un po'.
Sapete che, caduto il comunismo, qualcuno sostiene che la CIA è alla
ricerca di un nuovo nemico. Può darsi che qui ci sia,
inconsapevolmente magari, la ricerca di un nuovo nemico mondiale. Ma
- anche facendo la tara - l'opinione di Woosley, se proiettata sui
dati che conosciamo, è un'opinione assolutamente affidabile. E ci
dice: il crimine organizzato minaccia sia la sovranità delle nazioni
sia la stabilità mondiale. E' una questione di sicurezza, oltre che
di legalità.
E tutto questo riguarda l'intero mondo. Il titolo del pezzo di
Caretto era Si chiama mafia il vero villaggio globale. E in questo
villaggio globale - non dobbiamo dimenticarcelo mai - il nostro
Paese occupa il suo posto: perché le 5 grandi della globalizzazione
della criminalità sono la mafia russa, la jakuza giapponese, le
triadi cinesi, i cartelli colombiani e la nostra mafia italiana.
Anche se, sempre più frequentemente (e questo ce lo dobbiamo
ripetere orgogliosamente), stiamo diventando non più soltanto il
Paese della mafia ma anche il Paese dell'antimafia. Vi prego, di
nuovo, di non credere alle mie parole ma di andare a sfogliare le
principali delibere degli organismi europei (Consiglio dei ministri
e Parlamento). E troverete una serie di raccomandazioni o di
decisioni a livello legislativo, vincolanti per tutti i Paesi
membri, che sostanzialmente, per dirla in poche battute, sono il
modello italiano proposto all'Europa. Per i reati associativi... si
fa riferimento addirittura a una norma antimafia, il 513, che
avevamo, ma abbiamo - per il momento, almeno - tolto dal nostro
ordinamento. Lo dico soprattutto rivolto a voi che siete nati,
operate... opererete (io spero tutti quanti, senza necessità di
trovare collocazione altrove) in Sicilia. L'orgoglio di essere
siciliani... Perché, se ci sono problemi e questa è stata ed è
ancora la terra della mafia, questa è stata e sta diventando sempre
di più - proponendosi come un modello europeo, letteralmente - anche
la terra dell'antimafia. La terra di un'orgogliosa riscossa, anche
sul piano tecnico-investigativo, contro queste cose.
Dunque, un carattere transnazionale di questi fenomeni, che va
sempre più amplificandosi. Non soltanto per la integrazione dei
mercati di capitali (di cui abbiamo già detto), ma anche per il
notevolissimo grado di sofisticazione che hanno ormai raggiunto gli
strumenti finanziari.
E, qui, parliamo un attimo di utilizzo della moneta elettronica.
Fenomeno che richiama sempre di più l'attenzione delle autorità di
controllo perché la vulnerabilità che questi strumenti tecnici (il
massimo dei massimi della modernità) introducono nei presìdi contro
il riciclaggio è un dato obiettivo, che è bene conoscere. Le grandi
organizzazioni criminali sanno sfruttare molto bene la tecnologia
telematica per trasferire fondi attraverso la trasmissione di
ordini.
Voi sapete - credo di non avere molto da insegnarvi da questo punto
di vista - quali sono le principali reti telematiche utilizzate
principali reti telematiche utilizzate. Il mio inglese è un po' come
la mia capacità di giocare con i logaritmi, quindi scusatemi per la
pronunzia. Le principali reti telematiche sono:
- SWIFT: Società di Telecomunicazioni Interbancarie Finanziarie
Mondiali;
- WIRE TRAN
- SFERS: Trasferimento elettronico via cavo di denaro;
- CHIPS: (questa è la principale) Sistema elettronico per il
trasferimento di fondi gestito dall'Associazione Stanze di
Compensazione di New York, la più importante bancastanza di
compensazione degli USA, alla quale aderiscono 126 banche;
- FEDWIRE: il principale sistema di trasferimento elettronico di
fondi degli USA.
Questi trasferimenti telematici di denaro rappresentano un veicolo
di riciclaggio oggi particolarmente impiegato. Perché? Perché
offrono garanzie di riservatezza e consentono tempi di trasferimento
elettronico, da una parte all'altra del pianeta, velocissimi:
occorrono soltanto 20 minuti.
E questo, naturalmente, comporta tutta una serie di problemi per le
indagini. Se si rilevano trasferimenti sospetti, prima di tutto
andranno acquisiti i documenti relativi presso le istituzioni
finanziarie: in modo da poterli analizzare e utilizzare per spunti
investigativi.
Ma questo lo sanno anche i riciclatori; i quali, conseguentemente,
evitano di inviare il denaro sporco da ripulire direttamente
all'ultimo beneficiario. Provvedono (con intelligenza criminale che
non può essere disconosciuta e della quale si deve sempre tenere
conto, perché altrimenti si gioca a prendersi in giro) a complicare
le possibilità di individuare il trasferimento di fondi illeciti con
svariati artifizi e transazioni multiple - prive di apparenti
ragioni - utilizzando banche, numerose banche, intermediarie. Poi
questi fondi - inviati mediante trasferimenti telematici a società
off shore - vengono normalmente fatti rientrare "a pioggia", molte
volte sotto forma di prestiti legali a società. Ciò che conferisce -
è evidente - un'apparente legalità all'operazione, creando
contestualmente un tortuoso percorso documentale che rende
difficile, obiettivamente difficile, risalire all'origine della
transazione.
Questa la realtà. Questa la realtà: che voi conoscete e che noi
operatori dobbiamo conoscere per misurarci anche con queste
difficoltà e vedere - per quanto possibile - di escogitare le
contromisure, gli antidoti, gli anticorpi necessari per non
assistere soltanto passivamente a questo fenomeno che è in costante
crescita.
Non assistere soltanto passivamente significa porre i problemi della
cooperazione internazionale. Su questo versante alcuni passi avanti
sono stati compiuti. C'è una fortissima spinta da parte della
comunità internazionale - nei suoi organismi più rappresentativi e
più specializzati nel settore - a reagire. Reagire in varie
direzioni per contrastare la circolazione di fondi di provenienza
illecita e sul piano della vigilanza e sul piano della
armonizzazione fiscale. La stagione delle diagnosi si può dire
conclusa. La stagione delle terapie (delle terapie concrete, delle
terapie valide) è, invece, ancora sostanzialmente agli inizi. Il
sistema bancario offre ancora protezioni intrecciate col segreto,
spesso impenetrabili anche ai giudici penali dei vari paesi. In
molti paesi manca una legislazione adeguata. Le legislazioni dei
vari paesi - quando adeguate - non si armonizzano, non riescono ad
integrarsi, a coordinarsi a sufficienza tra loro. E così le polizie,
e così le magistrature. C'è difficoltà di vigilanza sugli
intermediari.
Ecco tutta una serie di fattori che complessivamente considerati
rendono, purtroppo, obiettivamente agevole - nei centri finanziari
off shore - il riciclaggio dei proventi delle attività criminali. E
contro questi centri finanziari off shore ci si scaglia sempre a
parole; ma poi, nei fatti, ancora poco (per non dire nulla)
concretamente oggi si fa dalla più parte dei paesi, che pure
strillano.
Le Banche internazionali hanno succursali insediate in questi centri
finanziari; i controlli della casamadre finanziaria sono spesso,
troppe volte, impediti e resi difficili. E qui - di nuovo - per
quanto riguarda il nostro Paese, siamo all'avanguardia, siamo di
esempio. La Banca d'Italia, da anni, ormai non autorizza l'apertura
di filiali di banche nazionali nei centri finanziari offshore. Se
così facessero tutti i paesi che dicono di voler essere interessati
alla soluzione di questi problemi, un passo avanti notevole e
significativo sarebbe indubbiamente compiuto.
E c'è, infatti, il problema di escogitare dei rimedi. Abbiamo
descritto questa situazione. Molte cose si possono fare. Vediamo, di
quelle che si potrebbero fare, quelle - di nuovo - suggerite da
organismi specialistici, facenti capo prevalentemente alle Nazioni
Unite (e ancor più in particolare: il Fondo Monetario
Internazionale).
Per limitare i flussi del denaro di provenienza illecita verso
questi centri finanziari off-shore un primo rimedio potrebbe essere
quello di fare obbligo - alle istituzioni finanziarie dei paesi nei
quali la legislazione è già adeguata - di segnalare le operazioni
eseguite in contropartita con paesi il cui livello di difesa sia
insufficiente tutte le volte che queste operazioni appaiono prive di
un'evidente, lecita motivazione economica.
Un altro ancora più radicale rimedio è suggerito esplicitamente
(consigliato, richiesto formalmente) dal Fondo Monetario
Internazionale, che - per statuto - si occupa di tutelare il buon
funzionamento dei mercati mondiali. Ed è l'applicazione di vere e
proprie sanzioni nei confronti dei paesi che si rifiutano di aderire
alle regole comuni. Il Fondo Monetario Internazionale suggerisce di
applicare una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o
in uscita verso questi paesi, verso questi paradisi fiscali. Tassa
accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della
comunità internazionale, di tutte le transazioni. Una specie di
quarantena, una specie di embargo finanziario. Ovviamente destinato
a cessare quando lo stato colpito si adegui alle normative
antiriciclaggio.
Sono forti le misure proposte, suggerite, richieste, consigliate dal
Fondo Monetario Internazionale. Possibili? Ciascuno di noi può avere
le sue opinioni. In un senso o nell'altro. Non è questo che
interessa in questa sede, in questo momento. C'è l'embargo su Cuba.
C'è l'embargo sull'Iran... Ripeto, non importa sapere come la
pensiamo di uno o dell'altro o di tutti e due. Importa constatare
che l'embargo in certi casi - squisitamente politici,
prevalentemente politici - viene praticato.
Qui ci sono minacce (lo vedremo, concludendo) per la democrazia che
- a mio parere - non sono assolutamente inferiori a quelle che
possono venire, pensandola in un certo modo, da questa o quell'altra
situazione che ha portato - concretamente, storicamente, ancora
attualmente - a forme di embargo.
Perché la necessità di sanzioni, anche robuste? Perché i rischi sono
gravissimi. Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a causa
proprio del riciclaggio. Quale che sia l'entità del fenomeno:
abbiamo visto stime alte e stime basse, ma sempre stime enormemente
preoccupanti. Comunque il fenomeno preoccupa per due fondamentali
profili. La distorsione che le attività criminali introducono nelle
economie legali, assorbendo risorse che potrebbero, dovrebbero
(l'abbiamo sentito esposto molto in dettaglio e mnlto
scientificamente, in maniera più appropriata di quanto non riesca a
fare io) essere allocate altrove in maniera legittima. E poi
squilibri, profondi, che il riciclaggio introduce nel circuito
finanziario.
Riflettiamo. Non avremo mai riflettuto abbastanza su questo dato.
Gli operatori sani, gli operatori puliti vengono ad essere
pesantemente svantaggiati. Perché è evidente che il gioco della
concorrenza è turbato gravemente da chi dispone di risorse
finanziarie ingenti, acquisite in modo illecito. Con costi
pesantissimi in termini di violenza, intimidazione, sopraffazione,
corruzione, stragi. Ma a costo economico zero: il vantaggio rispetto
alla concorrenza pulita è notevolissimo. Il risultato finale (di
nuovo, facendo parlare gli esperti: soggetti al di sopra di
qualunque coinvolgimento investigativo o repressivo), valutano gli
esperti, rischia di essere disastroso. I prezzi delle attività
finanziarie, i tassi di interesse e i tassi di cambio ne vengono
distorti. Il loro contenuto informativo ne risulta indebolito. Tutti
fenomeni, questi, che provocano opacità nei mercati. Riducono la
fiducia del sistema finanziario e nel sistema finanziario. E, se non
c'è fiducia, questo significa rischio di frenare, inceppare la
crescita dell'economia.
Attenzione, che abbiamo parlato fin qui di piano internazionale.
Vorrei aprire soltanto una brevissima parentesi anche sul piano
nostro interno. Tutti ci diciamo, ci ripetiamo (mi auguro che non
stia diventando un luogo comune...) che l'aggressione alle ricchezze
mafiose è la nuova frontiera.
Tutti stiamo cercando di fare quello che rientra nelle competenze di
ciascuno, nelle possibilità, nelle capacità anche tecniche di
ciascuno per attrezzarci al meglio. Ma non sempre le valutazioni
complessive sono soddisfacenti, da questo punto di vista. Per
chiudere la parentesi, voglio farvi un unico esempio. Il 30 dicembre
‘91 è stata approvata la legge n. 413 (andatevela a leggere, vi
prego). All'art. 20, comma 4, voi troverete (e probabilmente lo
sapete già) l'istituzione di un'anagrafe dei conti e dei depositi:
struttura accentrata, deputata alla raccolta e conservazione dei
dati relativi ai rapporti continuativi esistenti tra clientela e
intermediari (intermediari bancari e finanziari). Questa anagrafe
sarebbe molto utile per le autorità inquirenti. Perché? Perché
eviterebbe costose, spesso inutili, richieste a tappeto ai
numerosissimi intermediari (queste richieste partono e poi non
tornano mai indietro; o si perdono, si disperdono... Dio solo sa
quale impiego effettivo, concreto si riesca poi davvero a farne...).
E, soprattutto, consentirebbe di conoscere agevolmente i rapporti
continuativi esistenti tra il soggetto e l'intero sistema bancario e
finanziario; e, quindi, di concentrare e rendere rapide le ricerche.
Indispensabile, fondamentale, elementare per quanto riguarda
l'effettività, l'efficacia delle inchieste sul riciclaggio. Ebbene.
Legge n. 413 del 1991... legge! già legge dello Stato! Oggi, mi
pare, siamo nel 1998. Di anni ne sono passati... Questa legge è
lettera morta! Questa legge è inattuata! Eppure è legge dello
Stato...
E attenzione... (rubo ancora, se posso, qualche minuto...) che
questi non sono soltanto problemi che investono l'economia,
nazionale e mondiale. Sono problemi che vanno ben oltre l'economia.
Di nuovo, vorrei far parlare altri... E questa volta Christian
Debrie, che ha scritto un'operetta intitolata Democrazia senza voce.
In questo scritto Christian Debrie esamina il problema di quelli che
lui chiama i nuovi oligarchi: operatori finanziari a livello
internazionale, mondiale, in grado di spostare - 24 ore su 24, in
tempo reale (abbiamo visto: 20 minuti) - da una parte all'altra del
globo somme enormi. Delle quali non hanno neanche la titolarità e
che gestiscono, praticamente, senza controllo.
Ed è su questa mancanza di pratici controlli che si sofferma e ci
invita a soffermarci Christian Debrie. Perché la mancanza di
controlli effettivi sempre è un rischio, storicamente ma anche
ontologicamente, per la democrazia. Rischio che porta Debrie,
appunto, a parlare di democrazia senza voce.
Attenzione. Perché Debrie si riferisce soprattutto al capitale che
si sposta - di paese in paese - alla ricerca di una collocazione
migliore. Fino al capitale cosiddetto opaco. Perché in fuga dalle
tasse o in fuga dai paesi poveri del terzo mondo, in vista di
possibilità di migliore remunerazione. Ma se noi alla circuitazione
di questi capitali aggiungiamo quella del capitale sporco - nella
dimensione che abbiamo vista (capitali di provenienza criminale) -
allora, se vogliamo essere presuntuosi (e i magistrati, lo sapete,
sono accusati di essere altro che presuntuosi... Persino molto
arroganti...), possiamo permetterci di sviluppare il pensiero di
Debrie. Nel senso che il rischio non è soltanto di una democrazia
senza voce, ma il rischio è anche di una democrazia senza
democrazia. Svuotata di effettività. La linea di confine tra
economia sporca e economia pulita tende a farsi sempre più sfumata.
Questo significa non soltanto pericoli effettivi crescenti di
inquinamento, avvelenamento dei mercati liberi, dei mercati normali.
Questo significa anche pericoli di condizionamento da parte della
criminalità organizzata nei confronti della politica: una specie di
assedio del crimine organizzato nei confronti della politica,
quantomeno di pezzi della politica. Per vedere di individuare quei
settori, quei momenti, quei passaggi, quei segmenti, quei pezzetti
che possono essere penetrati, condizionati dalla corruzione,
dall'intimidazione. Per ottenere dalla politica misure più
favorevoli alla propria economia. E la propria economia, quando si
tratta di mafia, sappiamo che è - attraverso il riciclaggio -
un'economia di inquinamento, di avvelenamento dei mercati.
Ma, se questo è vero (e questo è, purtroppo, vero), il rischio non è
più quello di una democrazia senza voce, ma di una democrazia senza
democrazia. Una specie di scatola vuota. Svuotata della sua
credibilità, della sua sostanza, di fiducia. Possibile. Anche per
effetto di questa presenza massiccia, sul versante economico, dei
poteri criminali mafiosi.
Ovviamente, non è che vada per il meglio... Neanche catastrofico. I
rimedi ci sono. I rimedi si possono attuare. I risultati - con
questi rimedi - sono, se non sicuri, molto probabili. Bisogna
conoscere la situazione e tenerne conto e adoperarsi perché i rimedi
intervengano davvero, concretamente. Altrimenti la situazione, se
continuasse ad andare avanti nei termini che ho cercato di esporre,
davvero ci espone tutti quanti a certi rischi.
E, per finire... davvero, per finire... Voglio dirvi come molte
volte si predichi bene e si razzoli male. Lotta contro il
riciclaggio... Globalizzazione dei mercati... Criminalità
organizzata vero villaggio globale... Terza potenza mondiale...
Pericoli per la democrazia... E, però, poi?
C'è un fenomeno, scarsamente conosciuto (almeno dai non addetti ai
lavori. Voi siete assai più addetti ai lavori di quanto non sia io.
Magari... anzi, senza magari... penso lo conosciate), che gli
esperti - di nuovo - definiscono in una maniera che può sembrare un
po' grossolana ma perfettamente rispondente alla realtà del
fenomeno. Intendo riferirmi a quello che gli esperti, appunto,
chiamano "riciclaggio finanziario internazionale all'ingrosso". Che
cos'è? (qui vado a leggere, perché bisogna essere precisi e...
comincia un po' il logaritmo...).
Molte banche estere, private banche estere, realizzano una forma di
raccolta di fondi sul mercato internazionale per le proprie
necessità finanziarie che si articola, si struttura in questo modo:
si rivolgono a soggetti che dispongono di ingenti capitali, capitali
che si vogliono investire per un lasso di tempo che oscilla fra uno
e dieci anni. Quando gli investitori vogliono tener conto, riferirsi
soprattutto all'affidabilità della banca emittente. E quindi sono
banche estere di primaria importanza.
I tagli di emissione dei titoli sono molto elevati (10, 25, 50
milioni di dollari), in genere fissi. I titoli, una volta emessi,
possono essere ceduti o scontati presso qualsiasi operatore o banca
(ivi compresa quella emittente); o possono circolare tramite girata.
Ecco un segmento importante del mercato internazionale di capitali
non regolamentato, non pubblicizzato dai mezzi informativi ufficiali
mediante diffusione; e, quindi, scarsamente conosciuto.
I prezzi sono fissati in modo differenziato per ogni operazione e
per ogni titolo, nonché per ogni passaggio di proprietà dello stesso
titolo. In sostanza, le transazioni di questi strumenti finanziari
avvengono con modalità non uniformi e non codificate. Realizzando
quel segmento di mercato internazionale non regolamentato di cui ho
parlato prima.
Un mercato, tutto sommato, poco trasparente. Si caratterizza anche
per le connotazioni degli operatori e dei clienti. Nonostante,
infatti, che si tratti di titoli esclusivamente bancari, il mercato
si svolge fuori del sistema bancario ed è gestito da operatori non
istituzionali (providers) che collocano i titoli attraverso reti di
agenti sui principali centri finanziari di tutto il mondo.
L'attività di questi operatori tra mercati differenti e non
integrati determina, da un lato, un filtro tra le parti contraenti
e, dall'altro, un aumento del costo a causa delle elevate
commissioni percepite.
La clientela che acquista i titoli deve rispondere a un'unica
condizione: disporre di ingenti fondi liquidi che - per motivazioni
di tipo economico o di altra natura - non intende destinare a forme
di investimento, bancario o finanziario, di tipo tradizionale.
La complessiva opacità degli investimenti viene elevata dalla
presenza di mediatori e di società di comodo che possono tenere
agevolmente celata l'identità dei reali investitori.
Ecco. Un mercato molto particolare che - per la sua struttura,
ontologicanmente - mostra un'evidente vocazione ad assolvere compiti
di riciclaggio finanziario di rilevanti importi (donde la formula
"riciclaggio all'ingrosso").
Questi sono dati che ho desunto da una relazione di un funzionario
della Banca d'Italia ad un convegno organizzato dal CSM. Sono dati
ufficiali. Sono riflessioni di un esperto di settore, che più
esperto non si può.
Io ho finito. C'è una riflessione che dobbiamo fare
complessivamente. Forse che tutto questo è l'interfaccia della
modernità? Qualcuno (per ora sommessamente, ma non c'è da dubitare
che - prima o poi - meno sommessamente) comincia a teorizzarlo,
teorie di questo tipo vanno serpeggiando. Io... (qui esprimo
un'opinione personalissima che mi mette a rischio di essere, ancora
una volta, accusato di essere un giudice etico... queste cose qua...
che non capisco bene cosa significano, ma che altrettanto
serpeggiano...). Con questa modalità non se ne tollerano... Perché
se tutte queste cose avessero a essere in qualche misura tollerate,
se con tutte queste cose si dovesse accettare una forma - sia pure a
basso livello - di convivenza perché è l'interfaccia della
modernità, bene - torno a dire - è una modernità pericolosa per la
democrazia. E a me la democrazia non sembra un valore che possa
essere diversamente valutato, considerato, difeso, a seconda delle
fasi storiche che stiamo vivendo. E' un valore davvero fondamentale,
quale che sia la stagione che stiamo attraversando. Grazie della
vostra pazienza.
Risposte alle domande del pubblico
Non ho molto da aggiungere. C'è una difficoltà di base,
naturalmente, che è sottintesa, anzi è spesso esplicitata dalla
stessa domanda.
Questa è un'economia non soltanto sommersa, questa è un'economia
segreta. E segretata con sistemi criminali. Conseguentemente, dati
se ne possono ricavare soltanto utilizzando alcune spie, utilizzando
alcuni rilevamenti sintomatici. E' un po' come per il traffico degli
stupefacenti: quale sia l'ammontare complessivo con certezza nessuno
lo sa. Lo si calcola, di anno in anno, usando come indicatore le
quantità di stupefacenti sequestrate e assumendo come indicatore,
appunto, a seconda delle oscillazioni, questo dato per proiettarlo
sul traffico complessivo.
Qui la cosa è ancora più complicata dal fatto che riciclaggio
significa investimento in attività di per se stesse legali,
apparentemente ineccepibili. Oltretutto con forme sofisticate, che
ostacolano anche soltanto l'individuazione, anche soltanto la
sospettabilità di qualcosa di illecito e di losco al di sotto.
Questa prima difficoltà si aggiunge alla difficoltà - per quanto
specificamente riguarda la magistratura - che la magistratura è
un'istituzione per definizione diffusa; e, quindi, parcellizzata
attraverso questa diffusione sul territorio. Ciascuna Autorità
Giudiziaria in qualche modo tende a raccogliere i suoi dati, ma non
c'è una vera e propria centralizzazione dei dati medesimi. Io, mi
dispiace, non li ho qui; ma - per quanto riguarda la Procura di
Palermo e, conseguentemente, la Sezione Tribunale Misure di
prevenzione - dati relativi ai sequestri operati... (e questi, mi
impegno, li avevo). Sono dati rilevantissimi, però riguardano
soltanto i patrimoni mafiosi di tipo, appunto, patrimoniale: case e
terreni. C'è l'altro - assai più importante, oggi - settore degli
investimenti in campo finanziario; relativamente al quale, invece, i
dati sono decisamente più esigui e anche più difficili, proprio, da
cogliere per i motivi che ho cercato di esporre.
Qualcosa di più per quanto riguarda... (la mia, ripeto, è una
conoscenza dal punto di vista quantitativo) per quanto riguarda la
raccolta, l'elaborazione e la centralizzazione dei dati si potrebbe
avere se passa un discorso di riforma nel momento all'esame del
nostro Parlamento, che dovrebbe adottare proprio in quest'ambito le
competenze della Procura Nazionale Antimafia. Ma questo è un
discorso ancora de iure condendo, in divenire; che, oltretutto,
incontra qualche difficoltà. Non da me personalmente, che sono
favorevole; ma da parte di altri autorevolissimi colleghi che vi
vedono - con tutto il rispetto per le persone, con tutto il rispetto
per gli Uffici - qualche pericolo, potenzialità di pericolo, per
un'eccessiva centralizzazione: creazione di una vera Superprocura,
al di là del linguaggio massmediatico.
Cioè di un sistema finanziario internazionale con caratteristiche
tali di scarso controllo e di presenze (forti, robuste, in massiccia
crescita) di componenti nere, illegali, criminali; con conseguente
necessità, quantomeno forte tendenza ad assediare la politica per
cercare di condizionarla (intervenendo laddove si individuino
fenditure, punti deboli, disponibilità).
Situazione, complessivamente considerata, per cui non soltanto il
rischio di una democrazia senza voce, ma il rischio di una
democrazia senza democrazia. Di una democrazia ridotta ad una specie
di scatola vuota. A forma, più che a sostanza.
Questo è il rischio concreto - non soltanto in prospettiva, ma già
in varie parti del mondo incombente - dei poteri criminali di tipo
mafioso. E, quanto più crescerà la riflessione su questo dato
(secondo me assolutamente incontrovertibile), tanto minore dovrebbe
conseguentemente diventare il rischio di quell'abbassamento della
guardia, di quel depotenziamento delle strutture di contrasto
(compresa la magistratura, comprese le Procure della Repubblica
istituzionalmente incaricate di trovare risposte adeguate su questo
versante). Che, invece, è uno dei problemi - quantomeno uno dei temi
- di cui di questi tempi nel nostro Paese intensamente si sta
discutendo.
Grazie.
Ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non
preoccupare molto(?)
vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che vi(?) rifiutano
una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o in uscita
verso questi paesi. Tassa accompagnata anche dal mancato
riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di tutte le
transazioni. E misure concrete sono al circuito finanziario
internazionale (sempre più vasto, sempre più esteso), controllato da
quelli che chiama, Christian Debrie fa soprattutto riferimento al
circuito finanziario capitali o capitali, comunque, che si spostano
alla ricerca di una maggiore remunerazione.
Ma se, accanto a questo circuito finanziario opaco, collochiamo... E
deve essere collocato accanto. Perché i due circuiti si confondono,
si mescolano grazie proprio all'opacità del sistema complessivo.
Alla ricerca sistematica di opacità che favoriscono determinate
operazioni finanziarie, a partire dalla spregiudicata - troppo
rigorosa, molte volte - tutela del segreto bancario, fino a rendere
opache molte parti del mercato e facile - conseguentemente - la
confusione tra circuiti grigi e circuiti neri. Se, accanto al
circuito opaco o al circuito grigio, collochiamo il circuito di
capitali neri (dei capitali illegali, dei capitali criminali), e se
teniamo conto del fatto che la circuitazione di questi capitali neri
è in crescita; e - comunque - già oggi (ripeto saranno 500 miliardi
di dollari, saranno 1000 miliardi di dollari; sarà la cifra di
Bankltalia, sarà la cifra dell'esperto olandese) siamo a livelli
impressionanti...
Oggi della risposta alla mafia è quella del l'attacco ai patrimoni
mafiosi, alle ricchezze mafiose, allora delle due l'una. O ci si
crede veramente, e allora si farà di tutto per attrezzare
convenientemente gli organi investigativi e giudiziari (quindi
comprese anche le Procure della Repubblica). Oppure è incompatibile
una affermazione di nuova frontiera assolutamente nevralgica contro
i patrimoni con l'accettazione - anche soltanto l'accettazione
passiva - di un indebolimento, di un raffreddamento degli spazi di
intervento delle Procure. Pur combinando, naturalmente, l'incisività
con tutto ciò che ha a che fare con il rispetto delle regole, delle
garanzie e quant'altro.
E sono - le questioni che si collocano sulla frontiera delle
ricchezze mafiose - questioni davvero di dimensioni, qualità,
portata, implicazioni, conseguenze gravissime. Sappiamo tutti della
progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei
capitali. Sappiamo tutti dell'affermarsi di un mercato globale delle
monete, dei cambi e dei titoli. Sappiamo tutti che questa situazione
complessiva ha reso più agevole il riciclaggio di denaro di
provenienza illecita, a livello internazionale.
In un mondo in cui le persone e i capitali si muovono con facilità
ed è possibile, quasi fisiologico, che la ripulitura del denaro
sporco sia fatta lontano - sempre più lontano, quanto più possibile
lontano - da dove quel denaro è stato acquisito, il riciclaggio è un
momento debole per le organizzazioni criminali mafiose. E' il
momento in cui il potere d'acquisto soltanto potenziale della
ricchezza accumulata si tra sforma in potere d'acquisto effettivo.
E' un momento necessario. Comporta una certa qual esposizione di sé,
come organizzazione mafiosa, nel momento in cui si deve realizzare
questo passaggio da potere d'acquisto potenziale a potere d'acquisto
effettivo. E siccome sono operazioni che sicuramente non coinvolgono
i "picciotti di strada", questa esposizione sfiora e qualche volta
molto da vicino interessa gli assetti più nevralgici, coperti,
protetti, delle organizzazioni. Non sicuramente quelli periferici,
di per ciò stesso più esposti, più visibili. O più facilmente
visibili.
I rischi qualche volta che l'organizzazione mafiosa - i suoi momenti
nevralgici e, quindi, particolarmente coperti - deve correre
attraverso il riciclaggio sono diminuiti, a causa di questa
internazionalizzazione dei fenomeni di cui stiamo parlando, con la
conseguente possibilità di operare sempre più lontano dai luoghi di
acquisizione illecita del denaro le operazioni di blanchissage di
queste ricchezze illecite.
Tanto più che il carattere transnazionale del fenomeno è stato
amplificato - oltreché da quella che ho ricordato come integrazione
dei mercati dei capitali - anche dal notevole grado di
sofisticazione raggiunto dagli strumenti finanziari e dalla
notevolissima possibilità delle varie mafie (per le quantità di
denaro che hanno a disposizione, per le capacità di corruzione che
sono inevitabilmente connesse a queste quantità di denaro) di
avvalersi - direttamente o indirettamente, reclutandoli o
corrompendoli - anche dei migliori cervelli disponibili su piazza.
La natura, la velocità, il volume delle transazioni possono essere
di ostacolo all'identificazione, alla ricostruzione di operazioni
finanziarie anomale. E le preoccupazioni maggiori - lo sappiamo -
riguardano l'emissione di moneta elettronica da parte di organismi
finanziari non sottoposti a vigilanza.
La riflessione teorica su questi problemi e sulla gravità delle
conseguenze che ad essi si ricollegano se non conclusa, è
sicuramente molto avviata. E' cominciata la spinta o si è rinnovata
però, se è molto avviata - avviata magari addirittura a conclusione
- la stagione della riflessione e della presa di coscienza circa
l'importanza delle implicazioni di questi fenomeni, appena agli
inizi (stenta addirittura a decollare) è la stagione della
traduzione in cifra di operatività concreta della riflessione
teorica.
Non ha fatto seguito un'idonea armonizzazione delle legislazioni in
materia. Me no che mai la previsione di un sistema di sanzioni per i
paesi che non aderiscono alle regole stabilite in sede
internazionale.
Io credo (e con me molti esperti - esperti qualificati - di economia
e di banca) che tutti i paesi dovrebbero adottare misure ai fini di
una prevenzione e repressione del fenomeno; mentre la regola -
ancora oggi - è che i comportamenti adottati dai vari Stati non sono
uniformi. Spesso, addirittura, non sono neanche coerenti.
La protezione offerta da un segreto bancario impenetrabile anche per
il giudice penale; lacune; mancanza di una legislazione adeguata;
problemi nella collaborazione da parte delle magistrature locali; la
difficoltà di vigilare sugli intermediari. Ecco. Tutti fattori che
rendono agevole - nei centri finanziari off-shore - il riciclaggio
di proventi delle attività criminali.
L'efficacia delle norme definite dall'autorità dei maggiori paesi,
spesso (troppo spesso) oggi è ancora attenuata dall'atteggiamento di
tolleranza verso il riciclaggio di questi centri finanziari. Per le
succursali e filiali di banche internazionali insediate in questi
centri finanziari, i controlli della casa-madre e delle autorità di
vigilanza sono spesso impediti o resi difficili.
E qui - per fortuna - dobbiamo registrare un segnale positivo per
quanto riguarda il nostro Paese, se è vero - come è vero - che là
occorre trovare dei rimedi concreti per la limitazione dei r(?). E'
possibile colpire le organizzazioni criminali nella fase di
inserimento del denaro nei circuiti finanziari legali, quando sia
assicurata la collaborazione degli intermediari. E un'altra misura
volta a contrastare il fenomeno è suggerita - e maniera più
ufficiale, più autorevole non si può - dai vertici del Fondo
Monetario Internazionale. Eppure si stenta ad applicarli. Si tratta
di applicare vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che
rifiutano di aderire alle norme antiriciclaggio. Il Fondo Monetario
Internazionale ha suggerito di o non solo necessarie, ma anche
particolarmente urgenti. Perché i rischi quali sono se la situazione
attuale continua a perpetuarsi senza interventi di contrasto
efficaci, concreti, validi? Sono rischi di grave instabilità sui
mercati, a causa proprio del riciclaggio. La distorsione che le
attività criminali introducono nelle economie (assorbendo risorse
che potrebbero essere allocate altrove, in maniera legittima), gli
squilibri che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario:
ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non
preoccupare molto intensamente.
I proventi delle attività criminali vengono investiti non in base
alla remunerazione degli investimenti, ma alla possibilità di
evitare controlli. Il che significa - tra (?)
La storia del nostro Paese ha una sua peculiarità che la rende se
non unica, quantomeno - per molti profili - diversa, distinguibile,
rispetto a quella delle altre democrazie occidentali. Perché? Perché
tappe cruciali della maturazione della storia del nostro Paese sono
spesso contrassegnate da violenza, da delitti (i delitti cosiddetti
«eccellenti»), dalle stragi. Il fattore principale di questa
caratteristica della questione criminale italiana, di questo
specifico della questione criminale in Italia, è che in Italia non
operano soltanto organizzazioni criminali (bande di gangster o
organizzazioni criminali che oltrepassano la soglia del
gangsterismo), ma veri e propri poteri criminali. Con una,
conseguentemente, elevata capacità (come definirla? influenza,
interferenza, condizionamento, contrattazione... non lo so...
comunque elevata capacità) di presenza, dovuta soprattutto al potere
economico di cui questi poteri criminali dispongono.
E questo del potere economico dei poteri criminali credo sia non
soltanto il dato nuovo (nel senso li maggiormente evidenziatesi da
qualche tempo a questa parte), ma soprattutto il dato - nuovo o non
nuovo, a secondo le prospettive lungo le quali ci si voglia
collocare, esso sia - su cui più intensamente oggi riflettere.
Di solito si è convinti che la mafia sia soprattutto violenza. La
mafia è sicuramente violenza; ma, prima di essere violenza, è
intimidazione e corruzione. Alla violenza ricorre soltanto quando -
per così dire - non può farne a meno, come extrema ratio. Perché?
Perché la violenza si vede, si sente, fa rumore. Determina reazioni.
Nel caso delle stragi anche ha determinato una forte, fortissima,
determinata - per la prima volta così determinata - risposta dello
Stato. Invece, corruzione e intimidazione viaggiano in maniera
clandestina, nascosta, non visibile, occulta. Non espongono a rischi
coloro che la praticano. Consentono - l'intimidazione e la
corruzione - di raggiungere più facilmente, con minori rischi, i
risultati proposti.
Questo vuol dire che la mafia può esserci, c'è sicuramente anche là
dove non la si vede subito perché non pratica violenze. Questo vuol
dire soprattutto che questa attività sommersa di intimidazione e di
corruzione - per le ragioni che cercherò di esporre dopo, anche con
qualche numero - è un'attività di enormi dimensioni, un'attività
reale, di straordinaria potenza. E, anche se non la si vede, c'è. E
con queste caratteristiche quantitative imponenti. Per cui qualunque
tendenza all'ottimismo o anche soltanto alla disattenzione, alla
sottovalutazione del fenomeno mafioso, oggi, è una tendenza - a dire
davvero poco - totalmente sganciata dalla realtà.
Perché negli ultimi decenni vi è stata una trasformazione della
criminalità organizzata, sempre più avviata verso una
globalizzazione degli interessi illeciti. E una trasformazione,
anche, dell'economia criminale che ha portato se non
all'integrazione, quantomeno a forme di collegamento molto stretto
tra le varie mafie (nazionali e non) e fra queste e altri poteri
criminali, più o meno occulti. Così da realizzare un insieme che
sempre più, oggi, tende a presentarsi, presenta i contorni, lascia
intravedere alcuni profili di un unico sistema criminale.
E qui il discorso di carattere economico-finanziario ha una portata
centrale. Davvero di primissimo piano. Io vorrei partire da un
servizio di Ennio Caretto comparso sul Corriere della Sera qualche
giorno fa, il 19 maggio ultimo scorso. Il servizio era intitolato Si
chiama mafia il vero villaggio globale. Criminalità organizzata: il
giro d'affari raggiunge i mille miliardi di dollari.
Qui i dati, naturalmente, sono sempre un po' approssimativi, per
eccesso o per difetto. Per esempio, Bankitalia calcola che sia
nell'ordine di 300-500 miliardi di dollari il giro d'affari delle
mafie nel mondo. Non è che queste cifre siano assolutamente
equivalenti, ma in un caso come nell'altro abbiamo cifre e livelli
talmente alti da preoccupare comunque, in ogni caso, di per se
stessi.
Ma torno al servizio di Caretto, che è basato su notizie tratte da
fonti scientifiche molto autorevoli, molto qualificate. Per esempio
le statistiche di David Bickford, un esperto olandese di frodi
bancarie, evasioni fiscali, riciclaggio. E' lui che ha calcolato
questo dato impressionante secondo cui, nel `96, il PIL del crimine
organizzato nel mondo è ammontato a mille miliardi di dollari: più
del bilancio di ben 150 paesi membri dell'ONU. E ancora più
sconvolgente è il dato in prospettiva. Perché, sempre secondo
Bickford, in dieci anni ('86 - '96) il giro d'affari del crimine
organizzato nel mondo si è quintuplicato. E questo exploit non è mai
riuscito - o quasi mai riuscito - a nessuna multinazionale nella
storia.
Questa, prosegue Caretto, la prova della globalizzazione della
criminalità organizzata. Poi Caretto cita un libro di prossima
pubblicazione in USA: La nuova guerra, di un senatore democratico,
John Kerry (già presidente del sottocomitato contro il terrorismo,
la mafia e i narcotici).
Kerry scrive che il vero, nuovo ordine mondiale è quello criminale.
E che, in pratica, le organizzazioni mafiose formano la terza
potenza, dopo USA e Russia. L'ex capo della CIA, James Woosley, è
ancora più allarmista. Perché rileva come il crimine organizzato
minacci non solo la sovranità delle nazioni ma anche, addirittura,
la stabilità mondiale. E come, conseguentemente, il crimine
organizzato sia una questione di sicurezza, oltre che di legalità.
E, se si considera che i 5 grandi della globalizzazione della
criminalità organizzata sono la mafia italiana, la mafia russa, la
jakuza giapponese, le triadi cinesi, i cartelli colombiani (intorno
a cui ruotano le organizzazioni minori come la mafia nigeriana,
panamense, polacca, caraibica, eccetera), allora questi sono
problemi che riguardano molto da vicino - in questo panorama
mondiale - il nostro Paese.
In sintesi (dati elaborati da esperti delle Nazioni Unite) un
dollaro su tre oggi, un lingotto su tre
oggi, una transazione su tre oggi - per un verso o per l'altro - è
riconducibile al crimine organizzato.
Tornando al potere del crimine (mafioso e non mafioso) - con
specifico, storico riferimento al
nostro Paese - è facile vedere che da Portella della Ginestra alla
strage di Bologna, agli omicidi politico-mafiosi degli anni ’70 -
'80 a Palermo, fino alle stragi di mafia nel ’92 - '93, c'è una
specie di filo che lega le iniziative di questi - diversi, magari,
tra loro - poteri criminali. Filo che è rappresentato dal lancio
costante delle bombe, impiegate per arrestare la maturazione della
democrazia nel nostro Paese. Cercando, viceversa, di dirottarne,
farne deragliare la storia verso un regime di sopraffazione e di
violenza.
Questo disegno ha causato ritardi, ha causato rallentamenti,
problemi gravissimi di fase in fase; ma - a tutt'oggi - si può dire
che, sembra di poter dire che, sostanzialmente non è passato. Anzi,
in alcuni casi, alla strategia stragista si è contrapposta una
reazione corale, forte, da parte della gente comune. Qualche volta,
anche, da parte delle istituzioni statali. E, per esempio, dopo le
stragi del ‘92 una reazione - forse mai vista prima - che ha reso
l'azione di contrasto contro la mafia molto efficace, con risultati
importanti. Ancorché, non ci stancheremo mai di dirlo e di
ripeterlo, assolutamente parziali anche se significativi e di grande
rilievo.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio hanno prodotto la più rigorosa
legislazione antimafia degli ultimi decenni; la più efficace
attività nella caccia ai latitanti nell'ultimo cinquantennio (e i
risultati sono sotto gli occhi di tutti); la più proficua
convergenza di energie investigative che ha consentito risultati -
semplicemente, senza esagerazioni - inimmaginabili fino a pochi anni
fa (individuazione, cattura di organizzatori, esecutori delle stragi
stesse; l'arresto di moltissimi tra i latitanti più pericolosi, che
per decenni avevano operato indisturbati proprio qui a Palermo:
vivendo, quasi senza troppo fastidio, proprio a Palermo o dintorni,
immediati dintorni); il disvelamento - quantomeno la ricerca - di
primi elementi di chiarezza con riferimento ad alcune significative
relazioni esterne della mafia con pezzi deviati dello Stato: quelle
alleanze, quelle collusioni, quell'intreccio di interessi senza di
cui non avremmo ancora oggi tanta mafia, non avremmo mai avuto
questa Cosa Nostra così radicata, estesa, consolidata, capace di
espandersi ben oltre i confini di questa città e di questa regione.
Dunque un itinerario lungo, tormentato, nonostante questi terribili
ostacoli disseminati in questa o quell'altra fase. L'itinerario del
nostro Paese verso la democrazia non è stato - nonostante l'uso
ripetuto della violenza - interrotto. E i sacrifici di quanti,
innocenti, sono caduti non sono stati - ancorché sacrifici
assolutamente irrimediabili - inutili. Se oggi ci sono quantomeno
prospettive - ancora - di crescita, di miglioramento ciò è anche
risultato della storia di questi anni.
Però, questo che stiamo vivendo è un momento estremamente delicato,
estremamente difficile, estremamente complesso. E le sorti della
democrazia sono, per certi profili, ancora oggi in gioco.
Innanzitutto perché il potenziale militare dell'esercito mafioso -
per quanto colpito - non è assolutamente sconfitto. E Cosa Nostra ha
già dimostrato ripetutamente - nel corso della sua storia ormai
lunghissima, vergognosamente lunga - una grande capacità di
riassorbimento dei momenti di crisi, una grande capacità di
riorganizzazione di sé e di adattamento alle fasi. Anche di
modulazione di sé, tenendo conto dei colpi, delle perdite subite.
In secondo luogo perché il nostro Paese è attraversato da forti
tensioni politiche e sociali che si prestano ad essere sfruttate da
quei centri occulti di potere illegale che hanno ancora oggi il
massimo interesse a cercare - magari, ancora una volta di provare -
a deviare la storia del nostro Paese verso obiettivi contrari
all'affermazione della legalità e della democrazia.
Ed è proprio per queste ragioni che chi opera sul versante
dell'antimafia - a rischio di apparire noioso o ripetitivo - non si
stanca, non può stancarsi, di ripetere che non va abbassata la
guardia. Che occorre una spinta corale della comunità nazionale
verso la definitiva sconfitta di quel sistema di illegalità che per
decenni se non ha condizionato, se non ha influito, certamente ha
cercato di influire, di condizionare, e nel modo che sappiamo, la
storia del nostro Paese. Anche a prezzo - questo, in modo che
sappiamo - di molte vite umane.
Se si abbassa la guardia, se si rallenta, si affievolisce la
risposta, il contrasto, c'è il rischio concreto di compromettere il
processo di maturazione del nostro Paese. Il rischio di non opporsi,
di non sapere opporsi efficacemente a nuove, eventuali, strategie di
destabilizzazione, che potrebbero - ancora una volta - cercare di
mettere in pericolo la nostra democrazia.
I segnali non sempre sono univocamente in questa direzione. Nel
senso del mantenimento della guardia ad un livello costantemente,
continuativamente alto. Nel senso che non finisca per prevalere la
disattenzione, la sottovalutazione, l'illusione magari, che i
notevoli successi ottenuti in questi anni possano in qualche modo
significare la fine di una strada che, invece, è ancora molto lunga
e molto impervia.
Non è nel senso della guardia tenuta alta quella progressiva
rimozione del nesso inscindibile - storicamente, sempre, oggi,
ancora - tra questione criminale e questione democratica. Se si
perde di vista questo nodo centrale del problema (l'inscindibilità -
ripeto - tra questione criminale, mafiosa in particolare, e
questione democratica), si falsano tutte le prospettive, si falsano
tutte le analisi, si falsano tutte le risposte.
Così come non viaggia sicuramente nel senso di una guardia tenuta a
livello alto la fuorviante riduzione del tema del ripristino della
legalità ad un asserito sconfinamento della magistratura.
Ecco, questi sono errori di prospettiva, sono prospettive che
rischiano davvero di portarci fuori strada e di farci sbagliare
valutazioni. E, conseguentemente, risposte.
E questa rimozione del nesso tra questione criminale e questione
democratica, questo ridurre il problema della legalità nei confini
assolutamente inconferenti di un asserito sconfinamento della
magistratura, non è storia nuova. E' storia già accaduta e che ha
avuto determinati sviluppi. Sviluppi che - sono personalmente sicuro
- non si ripeteranno, ma che val la pena di ricordare. Se è vero
quello che ha scritto Kundera, proprio a proposito di potere, che
«la vera lotta dell'uomo contro il potere - e, anche qui, del potere
criminale di cui oggi noi parliamo - è la lotta della memoria contro
l'oblio».
E allora è importante fare memoria anche per non abbassare la
guardia, proprio attraverso la memoria fatta. E allora non dobbiamo
mai dimenticare la vicenda professionale - prima ancora che umana -
di Falcone e Borsellino. Quando il Pool di Falcone e Borsellino,
organizzando la risposta giudiziaria alla mafia, per la prima volta
in termini capaci di consentire un uso appropriato della parola
organizzazione... Quando il Pool di Falcone e Borsellino con questa
organizzazione del loro lavoro riesce - per la prima volta, dopo
decenni di sostanziale impunità della mafia - a dimostrare, nel
rispetto più assoluto delle regole, che la mafia non è invincibile,
che la mafia non è invulnerabile. Basta volerla combattere
efficacemente e ce la si può fare. Quando Falcone e Borsellino
dimostrano tutto questo con il maxi-processo invece di essere
sostenuti, aiutati ad andare avanti (dotati dei mezzi e delle
risorse necessari ancora, perché questo cammino - per la prima volta
intrapreso dal nostro Paese - potesse essere continuato e sfruttato
e portato magari a conclusione), invece di essere sostenuti,
vergognosamente, di passaggio in passaggio, vengono spazzati via.
Professionalmente impediti - questa è la realtà dei fatti - di
continuare nel loro lavoro. Di passaggio in passaggio, di polemica
in polemica. Polemiche sui «pentiti»; polemiche sui «professionisti
dell'antimafia»; polemiche sul Pool trasformato in centro di potere,
sullo straripamento dei poteri (allora non ero pubblico ministero ma
giudice istruttore).
E sono polemiche che, in una situazione tutt'affatto diversa
(ripeto, senza nessun concreto pericolo di essere professionalmente
spazzati via), ma sono polemiche che - da certi punti di vista -
oggi riecheggiano quelle di ieri. E far memoria significa, secondo
me, quantomeno - pur essendo la situazione, ripeto, tutt'affatto
diversa e senza i concreti rischi che lo sbocco finale sia quello
vergognoso di allora - anche ricordare come sia successo che,
cominciando da certe polemiche, poi (senza rendersi conto della
capacità deviante di queste polemiche rispetto alla realtà dei
problemi) gli sbocchi possano, siano concretamente in passato stati
quelli che ho appena ricordato.
Ed è importante fare memoria in questa direzione. Se non altro
perché se oggi tutti unanimamente, indistintamente (e io concluderò
con considerazioni su questo versante) sono convinti - a qualunque
livello: anche i più autorevoli, anche i più prestigiosi
(istituzionalmente parlando, oltre che scientificamente parlando) -
che la nuova, autentica, la più difficile frontiera oggi della
risposta alla mafia è quella del- l'attacco ai patrimoni mafiosi,
alle ricchezze mafiose, allora delle due l'una. O ci si crede
veramente, e allora si farà di tutto per attrezzare convenientemente
gli organi investigativi e giudiziari (quindi comprese anche le
Procure della Repubblica). Oppure è incompatibile una affermazione
di nuova frontiera assolutamente nevralgica contro i patrimoni con
l'accettazione - anche soltanto l'accettazione passiva - di un
indebolimento, di un raffreddamento degli spazi di intervento delle
Procure. Pur combinando, naturalmente, l'incisività con tutto ciò
che ha a che fare con il rispetto delle regole, delle garanzie e
quant'altro.
E sono - le questioni che si collocano sulla frontiera delle
ricchezze mafiose - questioni davvero di dimensioni, qualità,
portata, implicazioni, conseguenze gravissime. Sappiamo tutti della
progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei
capitali. Sappiamo tutti dell'affermarsi di un mercato globale delle
monete, dei cambi e dei titoli. Sappiamo tutti che questa situazione
complessiva ha reso più agevole il riciclaggio di denaro di
provenienza illecita, a livello internazionale.
In un mondo in cui le persone e i capitali si muovono con facilità
ed è possibile, quasi fisiologico, che la ripulitura del denaro
sporco sia fatta lontano - sempre più lontano, quanto più possibile
lontano - da dove quel denaro è stato acquisito, il riciclaggio è un
momento debole per le organizzazioni criminali mafiose. E' il
momento in cui il potere d'acquisto soltanto potenziale della
ricchezza accumulata si trasforma in potere d'acquisto effettivo. E'
un momento necessario. Comporta una certa qual esposizione di sé,
come organizzazione mafiosa, nel momento in cui si deve realizzare
questo passaggio da potere d'acquisto potenziale a potere d'acquisto
effettivo. E siccome sono operazioni che sicuramente non coinvolgono
i «picciotti di strada», questa esposizione sfiora e qualche volta
molto da vicino interessa gli assetti più nevralgici, coperti,
protetti, delle organizzazioni. Non sicuramente quelli periferici,
di per ciò stesso più esposti, più visibili. O più facilmente
visibili.
I rischi qualche volta che l'organizzazione mafiosa - i suoi momenti
nevralgici e, quindi, particolarmente coperti - deve correre
attraverso il riciclaggio sono diminuiti, a causa di questa
internazionalizzazione dei fenomeni di cui stiamo parlando, con la
conseguente possibilità di operare sempre più lontano dai luoghi di
acquisizione illecita del denaro le operazioni di blanchissage di
queste ricchezze illecite.
Tanto più che il carattere transnazionale del fenomeno è stato
amplificato - oltre che da quella che ho ricordato come integrazione
dei mercati dei capitali - anche dal notevole grado di
sofisticazione raggiunto dagli strumenti finanziari e dalla
notevolissima possibilità delle varie mafie (per le quantità di
denaro che hanno a disposizione, per le capacità di corruzione che
sono inevitabilmente connesse a queste quantità di denaro) di
avvalersi - direttamente o indirettamente, reclutandoli o
corrompendoli - anche dei migliori cervelli disponibili su piazza.
L'utilizzo della moneta elettronica nelle sue varie tipologie ha
richiamato l'attenzione delle autorità di controllo sulla
vulnerabilità che questi strumenti introducono nei presidi contro il
riciclaggio. La natura, la velocità, il volume delle transazioni
possono essere di ostacolo all'identificazione, alla ricostruzione
di operazioni finanziarie anomale. E le preoccupazioni maggiori - lo
sappiamo - riguardano l'emissione di moneta elettronica da parte di
organismi finanziari non sottoposti a vigilanza.
La stagione della consapevolezza circa la gravità di questi problemi
si può dire conclusa. La riflessione teorica su questi problemi e
sulla gravità delle conseguenze che ad essi si ricollegano se non
conclusa, è sicuramente molto avviata. E' cominciata la spinta o si
è rinnovata la spinta della comunità internazionale, finalizzata a
reagire in varie direzioni con azioni specifiche, per contrastare la
circolazione di fondi di provenienza illecita operando sul piano
della vigilanza e sul piano della armonizzazione fiscale.
Però, se è molto avviata - avviata magari addirittura a conclusione
- la stagione della riflessione e della presa di coscienza circa
l'importanza delle implicazioni di questi fenomeni, appena agli
inizi (stenta addirittura a decollare) è la stagione della
traduzione in cifra di operatività concreta della
riflessione teorica.
Non ha fatto seguito un'idonea armonizzazione delle legislazioni in
materia. Meno che mai la previsione di un sistema di sanzioni per i
paesi che non aderiscono alle regole stabilite in sede
internazionale.
Io credo (e con me molti esperti - esperti qualificati - di economia
e di banca) che tutti i paesi dovrebbero adottare misure ai fini di
una prevenzione e repressione del fenomeno; mentre la regola -
ancora oggi - è che i comportamenti adottati dai vari Stati non sono
uniformi. Spesso, addirittura, non sono neanche coerenti.
La protezione offerta da un segreto bancario, impenetrabile anche
per il giudice penale; lacune; mancanza di una legislazione
adeguata; problemi nella collaborazione da parte delle magistrature
locali; la difficoltà di vigilare sugli intermediari. Ecco, tutti
fattori che rendono agevole - nei centri finanziari off-shore - il
riciclaggio di proventi delle attività criminali.
L'efficacia delle norme definite dall'autorità dei maggiori paesi,
spesso (troppo spesso) oggi è ancora attenuata dall'atteggiamento di
tolleranza verso il riciclaggio di questi centri finanziari. Per le
succursali e filiali di banche internazionali insediate in questi
centri finanziari, i controlli della casa-madre e delle autorità di
vigilanza sono spesso impediti o resi difficili. E qui - per fortuna
- dobbiamo registrare un segnale positivo per quanto riguarda il
nostro Paese, se è vero - come è vero - che la Banca d'Italia, da
anni, non autorizza l'apertura di filiali di banche nazionali nei
centri finanziari off-shore.
Occorre trovare dei rimedi concreti per la limitazione dei flussi di
denaro di provenienza illecita verso taluni centri finanziari. Un
rimedio concreto potrebbe essere fare obbligo - alle istituzioni
finanziarie di paesi nei quali la legislazione è già adeguata - di
segnalare le operazioni eseguite in contro-partita con paesi dove il
livello di difesa è insufficiente. Soprattutto quando si tratta di
operazioni prive di un'evidente, lecita motivazione economica.
E' possibile colpire le organizzazioni criminali nella fase di
inserimento del denaro nei circuiti finanziari legali, quando sia
assicurata la collaborazione degli intermediari. E un'altra misura
volta a contrastare il fenomeno è suggerita - e maniera più
ufficiale, più autorevole non si può - dai vertici del Fondo
Monetario Internazionale. Eppure si stenta ad applicarli. Si tratta
di applicare vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che
rifiutano di aderire alle norme antiriciclaggio. Il Fondo Monetario
Internazionale ha suggerito di applicare una tassa su tutti i
movimenti di capitale in ingresso o in uscita verso questi paesi.
Tassa accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della
comunità internazionale, di tutte le transazioni. Una sorta di
quarantena, una sorta di embargo finanziario. Che cesserà quando lo
Stato interessato si sia adeguato alle normative antiriciclaggio.
E misure concrete sono non solo necessarie, ma anche particolarmente
urgenti. Perché i rischi quali sono se la situazione attuale
continua a perpetuarsi senza interventi di contrasto efficaci,
concreti, validi? Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a
causa proprio del riciclaggio. La distorsione che le attività
criminali introducono nelle economie (assorbendo risorse che
potrebbero essere allocate altrove, in maniera legittima), gli
squilibri che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario:
ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non
preoccupare molto intensamente.
I proventi delle attività criminali vengono investiti non in base
alla remunerazione degli investimenti, ma alla possibilità di
evitare controlli. Il che significa - tra le tante cose - che gli
operatori sani, puliti, vengono ad essere gravemente svantaggiati.
Perché il gioco della concorrenza è turbato, distorto. Al limite,
travolto. Da chi dispone di risorse finanziarie ingenti acquisite in
modo illecito. E il risultato finale rischia di essere davvero
disastroso, senza catastrofismi o allarmismi fuori luogo. I prezzi
delle attività finanziarie, i tassi di interesse e i tassi di cambio
ne vengono distorti. Il loro contenuto informativo ne risulta
indebolito. Tutti questi fenomeni provocano opacità nei mercati.
Riducono la fiducia nel sistema finanziario. In ultima istanza,
frenano la crescita dell'economia e hanno immediati, possibili -
quantomeno possibili - riflessi sulla politica.
E qui voglio chiudere citando uno scritto di Christian Debrie,
intitolato Democrazia senza voce. Christian Debrie fa riferimento al
circuito finanziario internazionale (sempre più vasto, sempre più
esteso), controllato da quelli che chiana «i nuovi oligarchi». In
grado di trasferire (24 ore su 24, in tempo reale) da una parte
all'altra (qualunque) del globo somme enormi, sempre più enormi
(delle quali questi nuovi oligarchi non hanno neppure la
titolarità), senza nessun controllo. Senza nessun sostanziale,
effettivo controllo.
Christian Debrie fa soprattutto riferimento al circuito finanziario
opaco. Capitali in fuga dall'oppressione fiscale; capitali in fuga
dai paesi sottosviluppati, dove non possono trovare la stessa
remunerazione di cui vanno alla ricerca altrove. O capitali,
comunque, che si spostano alla ricerca di una maggiore
remunerazione.
Ma se, accanto a questo circuito finanziario opaco, collochiamo... E
deve essere collocato accanto. Perché i due circuiti si confondono,
si mescolano grazie proprio all'opacità del sistema complessivo.
Alla ricerca sistematica di opacità che favoriscono determinate
operazioni finanziarie, a partire dalla spregiudicata - troppo
rigorosa, molte volte - tutela del segreto bancario, fino a rendere
opache molte parti del mercato e facile - conseguentemente - la
confusione tra circuiti grigi e circuiti neri. Se, accanto al
circuito opaco o al circuito grigio, collochiamo il circuito di
capitali neri (dei capitali illegali, dei capitali criminali), e se
teniamo conto del fatto che la circuitazione di questi capitali neri
è in crescita; e - comunque - già oggi (ripeto saranno 500 miliardi
di dollari, saranno 1000 miliardi di dollari; sarà la cifra di
Bankitalia, sarà la cifra dell'esperto olandese) siamo a livelli
impressionanti...
Se teniamo conto di tutto questo, allora presuntuosamente posso
provare a sviluppare il pensiero di Christian Debrie. Nel senso che,
forse, è più appropriato parlare non soltanto di democrazia senza
voce, ma addirittura di rischio - quantomeno di rischio - di
democrazia senza democrazia. Cioè di un sistema finanziario
internazionale con caratteristiche tali di scarso controllo e di
presenze (forti, robuste, in massiccia crescita) di componenti nere,
illegali, criminali; con conseguente necessità, quantomeno forte
tendenza ad assediare la politica per cercare di condizionarla
(intervenendo laddove si individuino fenditure, punti deboli,
disponibilità).
Situazione, complessivamente considerata, per cui non soltanto il
rischio di una democrazia senza voce, ma il rischio di una
democrazia senza democrazia. Di una democrazia ridotta ad una specie
di scatola vuota. A forma, più che a sostanza.
Questo è il rischio concreto - non soltanto in prospettiva, ma già
in varie parti del mondo incombente - dei poteri criminali di tipo
mafioso. E, quanto più crescerà la riflessione su questo dato
(secondo me assolutamente incontrovertibile), tanto minore dovrebbe
conseguentemente diventare il rischio di quell'abbassamento della
guardia, di quel depotenziamento delle strutture di contrasto
(compresa la magistratura, comprese le Procure della Repubblica
istituzionalmente incaricate di trovare risposte adeguate su questo
versante). Che, invece, è uno dei problemi - quantomeno uno dei temi
- di cui di questi tempi nel nostro Paese intensamente si sta
discutendo. |