REMO - 5/6/1997
Intervento Mafia/Economia
Utente Performa
Integrale
Riciclaggio, Mikford, Debrie,


CONVEGNO NAZIONALE
I poteri tra istituzioni e società civile - la Sessione: I poteri terribili
Palermo, 5 giugno 1997 - Palazzo Steri, Sala delle Capriate
Il potere del crimine
Gian Carlo Caselli

La storia del nostro Paese ha una sua peculiarità che la rende se non unica, quantomeno - per molti profili - diversa, distinguibile, rispetto a quella delle altre democrazie occidentali. Perché? Perché tappe cruciali della maturazione della storia del nostro Paese sono spesso contrassegnate da violenza, da delitti (i delitti cosiddetti «eccellenti»), dalle stragi. Il fattore principale di questa caratteristica della questione criminale italiana, di questo specifico della questione criminale in Italia, è che in Italia non operano soltanto organizzazioni criminali (bande di gangster o organizzazioni criminali che oltrepassano la soglia del gangsterismo), ma veri e propri poteri criminali. Con una, conseguentemente, elevata capacità (come definirla? influenza, interferenza, condizionamento, contrattazione... non lo so... comunque elevata capacità) di presenza, dovuta soprattutto al potere economico di cui questi poteri criminali dispongono.
E questo del potere economico dei poteri criminali credo sia non soltanto il dato nuovo (nel senso li maggiormente evidenziatesi da qualche tempo a questa parte), ma soprattutto il dato - nuovo o non nuovo, a secondo le prospettive lungo le quali ci si voglia collocare, esso sia - su cui più intensamente oggi riflettere.
Di solito si è convinti che la mafia sia soprattutto violenza. La mafia è sicuramente violenza; ma, prima di essere violenza, è intimidazione e corruzione. Alla violenza ricorre soltanto quando - per così dire - non può farne a meno, come extrema ratio. Perché? Perché la violenza si vede, si sente, fa rumore. Determina reazioni. Nel caso delle stragi anche ha determinato una forte, fortissima, determinata - per la prima volta così determinata - risposta dello Stato. Invece, corruzione e intimidazione viaggiano in maniera clandestina, nascosta, non visibile, occulta. Non espongono a rischi coloro che la praticano. Consentono - l'intimidazione e la corruzione - di raggiungere più facilmente, con minori rischi, i risultati proposti.
Questo vuol dire che la mafia può esserci, c'è sicuramente anche là dove non la si vede subito perché non pratica violenze. Questo vuol dire soprattutto che questa attività sommersa di intimidazione e di corruzione - per le ragioni che cercherò di esporre dopo, anche con qualche numero - è un'attività di enormi dimensioni, un'attività reale, di straordinaria potenza. E, anche se non la si vede, c'è. E con queste caratteristiche quantitative imponenti. Per cui qualunque tendenza all'ottimismo o anche soltanto alla disattenzione, alla sottovalutazione del fenomeno mafioso, oggi, è una tendenza - a dire davvero poco - totalmente sganciata dalla realtà.
Perché negli ultimi decenni vi è stata una trasformazione della criminalità organizzata, sempre più avviata verso una globalizzazione degli interessi illeciti. E una trasformazione, anche, dell'economia criminale che ha portato se non all'integrazione, quantomeno a forme di collegamento molto stretto tra le varie mafie (nazionali e non) e fra queste e altri poteri criminali, più o meno occulti. Così da realizzare un insieme che sempre più, oggi, tende a presentarsi, presenta i contorni, lascia intravedere alcuni profili di un unico sistema criminale.
E qui il discorso di carattere economico-finanziario ha una portata centrale. Davvero di primissimo piano. Io vorrei partire da un servizio di Ennio Caretto comparso sul Corriere della Sera qualche giorno fa, il 19 maggio ultimo scorso. Il servizio era intitolato Si chiama mafia il vero villaggio globale. Criminalità organizzata: il giro d'affari raggiunge i mille miliardi di dollari.
Qui i dati, naturalmente, sono sempre un po' approssimativi, per eccesso o per difetto. Per esempio, Bankitalia calcola che sia nell'ordine di 300-500 miliardi di dollari il giro d'affari delle mafie nel mondo. Non è che queste cifre siano assolutamente equivalenti, ma in un caso come nell'altro abbiamo cifre e livelli talmente alti da preoccupare comunque, in ogni caso, di per se stessi.
Ma torno al servizio di Caretto, che è basato su notizie tratte da fonti scientifiche molto autorevoli, molto qualificate. Per esempio le statistiche di David Bickford, un esperto olandese di frodi bancarie, evasioni fiscali, riciclaggio. E' lui che ha calcolato questo dato impressionante secondo cui, nel `96, il PIL del crimine organizzato nel mondo è ammontato a mille miliardi di dollari: più del bilancio di ben 150 paesi membri dell'ONU. E ancora più sconvolgente è il dato in prospettiva. Perché, sempre secondo Bickford, in dieci anni ('86 - '96) il giro d'affari del crimine organizzato nel mondo si è quintuplicato. E questo exploit non è mai riuscito - o quasi mai riuscito - a nessuna multinazionale nella storia.
Questa, prosegue Caretto, la prova della globalizzazione della criminalità organizzata. Poi Caretto cita un libro di prossima pubblicazione in USA: La nuova guerra, di un senatore democratico, John Kerry (già presidente del sottocomitato contro il terrorismo, la mafia e i narcotici).
Kerry scrive che il vero, nuovo ordine mondiale è quello criminale. E che, in pratica, le organizzazioni mafiose formano la terza potenza, dopo USA e Russia. L'ex capo della CIA, James Woosley, è ancora più allarmista. Perché rileva come il crimine organizzato minacci non solo la sovranità delle nazioni ma anche, addirittura, la stabilità mondiale. E come, conseguentemente, il crimine organizzato sia una questione di sicurezza, oltre che di legalità.
E, se si considera che i 5 grandi della globalizzazione della criminalità organizzata sono la mafia italiana, la mafia russa, la jakuza giapponese, le triadi cinesi, i cartelli colombiani (intorno a cui ruotano le organizzazioni minori come la mafia nigeriana, panamense, polacca, caraibica, eccetera), allora questi sono problemi che riguardano molto da vicino - in questo panorama mondiale - il nostro Paese.
In sintesi (dati elaborati da esperti delle Nazioni Unite) un dollaro su tre oggi, un lingotto su tre oggi, una transazione su tre oggi - per un verso o per l'altro - è riconducibile al crimine organizzato. Tornando al potere del crimine (mafioso e non mafioso) - con specifico, storico riferimento al nostro Paese - è facile vedere che da Portella della Ginestra alla strage di Bologna, agli omicidi politico-mafiosi degli anni ’70 - '80 a Palermo, fino alle stragi di mafia nel ’92 - '93, c'è una specie di filo che lega le iniziative di questi - diversi, magari, tra loro - poteri criminali. Filo che è rappresentato dal lancio costante delle bombe, impiegate per arrestare la maturazione della democrazia nel nostro Paese. Cercando, viceversa, di dirottarne, farne deragliare la storia verso un regime di sopraffazione e di violenza.
Questo disegno ha causato ritardi, ha causato rallentamenti, problemi gravissimi di fase in fase; ma - a tutt'oggi - si può dire che, sembra di poter dire che, sostanzialmente non è passato. Anzi, in alcuni casi, alla strategia stragista si è contrapposta una reazione corale, forte, da parte della gente comune. Qualche volta, anche, da parte delle istituzioni statali. E, per esempio, dopo le stragi del ‘92 una reazione - forse mai vista prima - che ha reso l'azione di contrasto contro la mafia molto efficace, con risultati importanti. Ancorché, non ci stancheremo mai di dirlo e di ripeterlo, assolutamente parziali anche se significativi e di grande rilievo.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio hanno prodotto la più rigorosa legislazione antimafia degli ultimi decenni; la più efficace attività nella caccia ai latitanti nell'ultimo cinquantennio (e i risultati sono sotto gli occhi di tutti); la più proficua convergenza di energie investigative che ha consentito risultati - semplicemente, senza esagerazioni - inimmaginabili fino a pochi anni fa (individuazione, cattura di organizzatori, esecutori delle stragi stesse; l'arresto di moltissimi tra i latitanti più pericolosi, che per decenni avevano operato indisturbati proprio qui a Palermo: vivendo, quasi senza troppo fastidio, proprio a Palermo o dintorni, immediati dintorni); il disvelamento - quantomeno la ricerca - di primi elementi di chiarezza con riferimento ad alcune significative relazioni esterne della mafia con pezzi deviati dello Stato: quelle alleanze, quelle collusioni, quell'intreccio di interessi senza di cui non avremmo ancora oggi tanta mafia, non avremmo mai avuto questa Cosa Nostra così radicata, estesa, consolidata, capace di espandersi ben oltre i confini di questa città e di questa regione.
Dunque un itinerario lungo, tormentato, nonostante questi terribili ostacoli disseminati in questa o quell'altra fase. L'itinerario del nostro Paese verso la democrazia non è stato - nonostante l'uso ripetuto della violenza - interrotto. E i sacrifici di quanti, innocenti, sono caduti non sono stati - ancorché sacrifici assolutamente irrimediabili - inutili. Se oggi ci sono quantomeno prospettive - ancora - di crescita, di miglioramento ciò è anche risultato della storia di questi anni.
Però, questo che stiamo vivendo è un momento estremamente delicato, estremamente difficile, estremamente complesso. E le sorti della democrazia sono, per certi profili, ancora oggi in gioco.
Innanzitutto perché il potenziale militare dell'esercito mafioso - per quanto colpito - non è assolutamente sconfitto. E Cosa Nostra ha già dimostrato ripetutamente - nel corso della sua storia ormai lunghissima, vergognosamente lunga - una grande capacità di riassorbimento dei momenti di crisi, una grande capacità di riorganizzazione di sé e di adattamento alle fasi. Anche di modulazione di sé, tenendo conto dei colpi, delle perdite subite.
In secondo luogo perché il nostro Paese è attraversato da forti tensioni politiche e sociali che si prestano ad essere sfruttate da quei centri occulti di potere illegale che hanno ancora oggi il massimo interesse a cercare - magari, ancora una volta di provare - a deviare la storia del nostro Paese verso obiettivi contrari all'affermazione della legalità e della democrazia.
Ed è proprio per queste ragioni che chi opera sul versante dell'antimafia - a rischio di apparire noioso o ripetitivo - non si stanca, non può stancarsi, di ripetere che non va abbassata la guardia. Che occorre una spinta corale della comunità nazionale verso la definitiva sconfitta di quel sistema di illegalità che per decenni se non ha condizionato, se non ha influito, certamente ha cercato di influire, di condizionare, e nel modo che sappiamo, la storia del nostro Paese. Anche a prezzo - questo, in modo che sappiamo - di molte vite umane.
Se si abbassa la guardia, se si rallenta, si affievolisce la risposta, il contrasto, c'è il rischio concreto di compromettere il processo di maturazione del nostro Paese. Il rischio di non opporsi, di non sapere opporsi efficacemente a nuove, eventuali, strategie di destabilizzazione, che potrebbero - ancora una volta - cercare di mettere in pericolo la nostra democrazia.
I segnali non sempre sono univocamente in questa direzione. Nel senso del mantenimento della guardia ad un livello costantemente, continuativamente alto. Nel senso che non finisca per prevalere la disattenzione, la sottovalutazione, l'illusione magari, che i notevoli successi ottenuti in questi anni possano in qualche modo significare la fine di una strada che, invece, è ancora molto lunga e molto impervia.
Non è nel senso della guardia tenuta alta quella progressiva rimozione del nesso inscindibile - storicamente, sempre, oggi, ancora - tra questione criminale e questione democratica. Se si perde di vista questo nodo centrale del problema (l'inscindibilità - ripeto - tra questione criminale, mafiosa in particolare, e questione democratica), si falsano tutte le prospettive, si falsano tutte le analisi, si falsano tutte le risposte.
Così come non viaggia sicuramente nel senso di una guardia tenuta a livello alto la fuorviante riduzione del tema del ripristino della legalità ad un asserito sconfinamento della magistratura.
Ecco, questi sono errori di prospettiva, sono prospettive che rischiano davvero di portarci fuori strada e di farci sbagliare valutazioni. E, conseguentemente, risposte.
E questa rimozione del nesso tra questione criminale e questione democratica, questo ridurre il problema della legalità nei confini assolutamente inconferenti di un asserito sconfinamento della magistratura, non è storia nuova. E' storia già accaduta e che ha avuto determinati sviluppi. Sviluppi che - sono personalmente sicuro - non si ripeteranno, ma che val la pena di ricordare. Se è vero quello che ha scritto Kundera, proprio a proposito di potere, che «la vera lotta dell'uomo contro il potere - e, anche qui, del potere criminale di cui oggi noi parliamo - è la lotta della memoria contro l'oblio».
E allora è importante fare memoria anche per non abbassare la guardia, proprio attraverso la memoria fatta. E allora non dobbiamo mai dimenticare la vicenda professionale - prima ancora che umana - di Falcone e Borsellino. Quando il Pool di Falcone e Borsellino, organizzando la risposta giudiziaria alla mafia, per la prima volta in termini capaci di consentire un uso appropriato della parola organizzazione... Quando il Pool di Falcone e Borsellino con questa organizzazione del loro lavoro riesce - per la prima volta, dopo decenni di sostanziale impunità della mafia - a dimostrare, nel rispetto più assoluto delle regole, che la mafia non è invincibile, che la mafia non è invulnerabile. Basta volerla combattere efficacemente e ce la si può fare. Quando Falcone e Borsellino dimostrano tutto questo con il maxi-processo invece di essere sostenuti, aiutati ad andare avanti (dotati dei mezzi e delle risorse necessari ancora, perché questo cammino - per la prima volta intrapreso dal nostro Paese - potesse essere continuato e sfruttato e portato magari a conclusione), invece di essere sostenuti, vergognosamente, di passaggio in passaggio, vengono spazzati via. Professionalmente impediti - questa è la realtà dei fatti - di continuare nel loro lavoro. Di passaggio in passaggio, di polemica in polemica. Polemiche sui «pentiti»; polemiche sui «professionisti dell'antimafia»; polemiche sul Pool trasformato in centro di potere, sullo straripamento dei poteri (allora non ero pubblico ministero ma giudice istruttore).
E sono polemiche che, in una situazione tutt'affatto diversa (ripeto, senza nessun concreto pericolo di essere professionalmente spazzati via), ma sono polemiche che - da certi punti di vista - oggi riecheggiano quelle di ieri. E far memoria significa, secondo me, quantomeno - pur essendo la situazione, ripeto, tutt'affatto diversa e senza i concreti rischi che lo sbocco finale sia quello vergognoso di allora - anche ricordare come sia successo che, cominciando da certe polemiche, poi (senza rendersi conto della capacità deviante di queste polemiche rispetto alla realtà dei problemi) gli sbocchi possano, siano concretamente in passato stati quelli che ho appena ricordato.
Ed è importante fare memoria in questa direzione. Se non altro perché se oggi tutti unanimamente, indistintamente (e io concluderò con considerazioni su questo versante) sono convinti - a qualunque livello: anche i più autorevoli, anche i più prestigiosi (istituzionalmente parlando, oltre che scientificamente parlando) - che la nuova, autentica, la più difficile frontiera oggi della risposta alla mafia è quella del- l'attacco ai patrimoni mafiosi, alle ricchezze mafiose, allora delle due l'una. O ci si crede veramente, e allora si farà di tutto per attrezzare convenientemente gli organi investigativi e giudiziari (quindi comprese anche le Procure della Repubblica). Oppure è incompatibile una affermazione di nuova frontiera assolutamente nevralgica contro i patrimoni con l'accettazione - anche soltanto l'accettazione passiva - di un indebolimento, di un raffreddamento degli spazi di intervento delle Procure. Pur combinando, naturalmente, l'incisività con tutto ciò che ha a che fare con il rispetto delle regole, delle garanzie e quant'altro.
E sono - le questioni che si collocano sulla frontiera delle ricchezze mafiose - questioni davvero di dimensioni, qualità, portata, implicazioni, conseguenze gravissime. Sappiamo tutti della progressiva riduzione dei vincoli e dei controlli sui movimenti dei capitali. Sappiamo tutti dell'affermarsi di un mercato globale delle monete, dei cambi e dei titoli. Sappiamo tutti che questa situazione complessiva ha reso più agevole il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, a livello internazionale.
In un mondo in cui le persone e i capitali si muovono con facilità ed è possibile, quasi fisiologico, che la ripulitura del denaro sporco sia fatta lontano - sempre più lontano, quanto più possibile lontano - da dove quel denaro è stato acquisito, il riciclaggio è un momento debole per le organizzazioni criminali mafiose. E' il momento in cui il potere d'acquisto soltanto potenziale della ricchezza accumulata si trasforma in potere d'acquisto effettivo. E' un momento necessario. Comporta una certa qual esposizione di sé, come organizzazione mafiosa, nel momento in cui si deve realizzare questo passaggio da potere d'acquisto potenziale a potere d'acquisto effettivo. E siccome sono operazioni che sicuramente non coinvolgono i «picciotti di strada», questa esposizione sfiora e qualche volta molto da vicino interessa gli assetti più nevralgici, coperti, protetti, delle organizzazioni. Non sicuramente quelli periferici, di per ciò stesso più esposti, più visibili. O più facilmente visibili.
I rischi qualche volta che l'organizzazione mafiosa - i suoi momenti nevralgici e, quindi, particolarmente coperti - deve correre attraverso il riciclaggio sono diminuiti, a causa di questa internazionalizzazione dei fenomeni di cui stiamo parlando, con la conseguente possibilità di operare sempre più lontano dai luoghi di acquisizione illecita del denaro le operazioni di blanchissage di queste ricchezze illecite.
Tanto più che il carattere transnazionale del fenomeno è stato amplificato - oltre che da quella che ho ricordato come integrazione dei mercati dei capitali - anche dal notevole grado di sofisticazione raggiunto dagli strumenti finanziari e dalla notevolissima possibilità delle varie mafie (per le quantità di denaro che hanno a disposizione, per le capacità di corruzione che sono inevitabilmente connesse a queste quantità di denaro) di avvalersi - direttamente o indirettamente, reclutandoli o corrompendoli - anche dei migliori cervelli disponibili su piazza.
L'utilizzo della moneta elettronica nelle sue varie tipologie ha richiamato l'attenzione delle autorità di controllo sulla vulnerabilità che questi strumenti introducono nei presidi contro il riciclaggio. La natura, la velocità, il volume delle transazioni possono essere di ostacolo all'identificazione, alla ricostruzione di operazioni finanziarie anomale. E le preoccupazioni maggiori - lo sappiamo - riguardano l'emissione di moneta elettronica da parte di organismi finanziari non sottoposti a vigilanza.
La stagione della consapevolezza circa la gravità di questi problemi si può dire conclusa. La riflessione teorica su questi problemi e sulla gravità delle conseguenze che ad essi si ricollegano se non conclusa, è sicuramente molto avviata. E' cominciata la spinta o si è rinnovata la spinta della comunità internazionale, finalizzata a reagire in varie direzioni con azioni specifiche, per contrastare la circolazione di fondi di provenienza illecita operando sul piano della vigilanza e sul piano della armonizzazione fiscale.
Però, se è molto avviata - avviata magari addirittura a conclusione - la stagione della riflessione e della presa di coscienza circa l'importanza delle implicazioni di questi fenomeni, appena agli inizi (stenta addirittura a decollare) è la stagione della traduzione in cifra di operatività concreta della
riflessione teorica.
Non ha fatto seguito un'idonea armonizzazione delle legislazioni in materia. Meno che mai la previsione di un sistema di sanzioni per i paesi che non aderiscono alle regole stabilite in sede internazionale.
Io credo (e con me molti esperti - esperti qualificati - di economia e di banca) che tutti i paesi dovrebbero adottare misure ai fini di una prevenzione e repressione del fenomeno; mentre la regola - ancora oggi - è che i comportamenti adottati dai vari Stati non sono uniformi. Spesso, addirittura, non sono neanche coerenti.
La protezione offerta da un segreto bancario, impenetrabile anche per il giudice penale; lacune; mancanza di una legislazione adeguata; problemi nella collaborazione da parte delle magistrature locali; la difficoltà di vigilare sugli intermediari. Ecco, tutti fattori che rendono agevole - nei centri finanziari off-shore - il riciclaggio di proventi delle attività criminali.
L'efficacia delle norme definite dall'autorità dei maggiori paesi, spesso (troppo spesso) oggi è ancora attenuata dall'atteggiamento di tolleranza verso il riciclaggio di questi centri finanziari. Per le succursali e filiali di banche internazionali insediate in questi centri finanziari, i controlli della casa-madre e delle autorità di vigilanza sono spesso impediti o resi difficili. E qui - per fortuna - dobbiamo registrare un segnale positivo per quanto riguarda il nostro Paese, se è vero - come è vero - che la Banca d'Italia, da anni, non autorizza l'apertura di filiali di banche nazionali nei centri finanziari off-shore.
Occorre trovare dei rimedi concreti per la limitazione dei flussi di denaro di provenienza illecita verso taluni centri finanziari. Un rimedio concreto potrebbe essere fare obbligo - alle istituzioni finanziarie di paesi nei quali la legislazione è già adeguata - di segnalare le operazioni eseguite in contro-partita con paesi dove il livello di difesa è insufficiente. Soprattutto quando si tratta di operazioni prive di un'evidente, lecita motivazione economica.
E' possibile colpire le organizzazioni criminali nella fase di inserimento del denaro nei circuiti finanziari legali, quando sia assicurata la collaborazione degli intermediari. E un'altra misura volta a contrastare il fenomeno è suggerita - e maniera più ufficiale, più autorevole non si può - dai vertici del Fondo Monetario Internazionale. Eppure si stenta ad applicarli. Si tratta di applicare vere e proprie sanzioni nei confronti dei paesi che rifiutano di aderire alle norme antiriciclaggio. Il Fondo Monetario Internazionale ha suggerito di applicare una tassa su tutti i movimenti di capitale in ingresso o in uscita verso questi paesi. Tassa accompagnata anche dal mancato riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di tutte le transazioni. Una sorta di quarantena, una sorta di embargo finanziario. Che cesserà quando lo Stato interessato si sia adeguato alle normative antiriciclaggio.
E misure concrete sono non solo necessarie, ma anche particolarmente urgenti. Perché i rischi quali sono se la situazione attuale continua a perpetuarsi senza interventi di contrasto efficaci, concreti, validi? Sono rischi di grave instabilità sui mercati, a causa proprio del riciclaggio. La distorsione che le attività criminali introducono nelle economie (assorbendo risorse che potrebbero essere allocate altrove, in maniera legittima), gli squilibri che il riciclaggio introduce nel circuito finanziario: ecco - distorsione e squilibri - due elementi che non possono non preoccupare molto intensamente.
I proventi delle attività criminali vengono investiti non in base alla remunerazione degli investimenti, ma alla possibilità di evitare controlli. Il che significa - tra le tante cose - che gli operatori sani, puliti, vengono ad essere gravemente svantaggiati. Perché il gioco della concorrenza è turbato, distorto. Al limite, travolto. Da chi dispone di risorse finanziarie ingenti acquisite in modo illecito. E il risultato finale rischia di essere davvero disastroso, senza catastrofismi o allarmismi fuori luogo. I prezzi delle attività finanziarie, i tassi di interesse e i tassi di cambio ne vengono distorti. Il loro contenuto informativo ne risulta indebolito. Tutti questi fenomeni provocano opacità nei mercati. Riducono la fiducia nel sistema finanziario. In ultima istanza, frenano la crescita dell'economia e hanno immediati, possibili - quantomeno possibili - riflessi sulla politica.
E qui voglio chiudere citando uno scritto di Christian Debrie, intitolato Democrazia senza voce. Christian Debrie fa riferimento al circuito finanziario internazionale (sempre più vasto, sempre più esteso), controllato da quelli che chiana «i nuovi oligarchi». In grado di trasferire (24 ore su 24, in tempo reale) da una parte all'altra (qualunque) del globo somme enormi, sempre più enormi (delle quali questi nuovi oligarchi non hanno neppure la titolarità), senza nessun controllo. Senza nessun sostanziale, effettivo controllo.
Christian Debrie fa soprattutto riferimento al circuito finanziario opaco. Capitali in fuga dall'oppressione fiscale; capitali in fuga dai paesi sottosviluppati, dove non possono trovare la stessa remunerazione di cui vanno alla ricerca altrove. O capitali, comunque, che si spostano alla ricerca di una maggiore remunerazione.
Ma se, accanto a questo circuito finanziario opaco, collochiamo... E deve essere collocato accanto. Perché i due circuiti si confondono, si mescolano grazie proprio all'opacità del sistema complessivo. Alla ricerca sistematica di opacità che favoriscono determinate operazioni finanziarie, a partire dalla spregiudicata - troppo rigorosa, molte volte - tutela del segreto bancario, fino a rendere opache molte parti del mercato e facile - conseguentemente - la confusione tra circuiti grigi e circuiti neri. Se, accanto al circuito opaco o al circuito grigio, collochiamo il circuito di capitali neri (dei capitali illegali, dei capitali criminali), e se teniamo conto del fatto che la circuitazione di questi capitali neri è in crescita; e - comunque - già oggi (ripeto saranno 500 miliardi di dollari, saranno 1000 miliardi di dollari; sarà la cifra di Bankitalia, sarà la cifra dell'esperto olandese) siamo a livelli impressionanti...
Se teniamo conto di tutto questo, allora presuntuosamente posso provare a sviluppare il pensiero di Christian Debrie. Nel senso che, forse, è più appropriato parlare non soltanto di democrazia senza voce, ma addirittura di rischio - quantomeno di rischio - di democrazia senza democrazia. Cioè di un sistema finanziario internazionale con caratteristiche tali di scarso controllo e di presenze (forti, robuste, in massiccia crescita) di componenti nere, illegali, criminali; con conseguente necessità, quantomeno forte tendenza ad assediare la politica per cercare di condizionarla (intervenendo laddove si individuino fenditure, punti deboli, disponibilità).
Situazione, complessivamente considerata, per cui non soltanto il rischio di una democrazia senza voce, ma il rischio di una democrazia senza democrazia. Di una democrazia ridotta ad una specie di scatola vuota. A forma, più che a sostanza.
Questo è il rischio concreto - non soltanto in prospettiva, ma già in varie parti del mondo incombente - dei poteri criminali di tipo mafioso. E, quanto più crescerà la riflessione su questo dato (secondo me assolutamente incontrovertibile), tanto minore dovrebbe conseguentemente diventare il rischio di quell'abbassamento della guardia, di quel depotenziamento delle strutture di contrasto (compresa la magistratura, comprese le Procure della Repubblica istituzionalmente incaricate di trovare risposte adeguate su questo versante). Che, invece, è uno dei problemi - quantomeno uno dei temi - di cui di questi tempi nel nostro Paese intensamente si sta discutendo.