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La condizione giovanile, e
più in particolare la condizione minorile, è già problematica di per
sé, riferendosi al mondo degli adulti, allo scontro generazionale,
alla subcultura, alla ricerca della propria identità.
Il giovane dipende letteralmente dalla società adulta perché non
partecipa, o partecipa solo in parte, all’attività produttiva mentre
consuma i prodotti di quell’attività.
La marginalità giovanile è connessa strettamente alla natura della
struttura sociale, caratterizzata anch’essa da varie forme di
emarginazione-marginalità proprie del nostro tempo. I giovani hanno
quotidianamente rapporti di incontro-scontro con le Istituzioni
varie diventando problema per gli adulti perché la loro marginalità
diventa ora contrasto e opposizione ora disagio e sofferenza.
Ma se vogliamo analizzare più specificamente i prodromi della
devianza minorile e come spesso essa si accompagni alla criminalità,
dobbiamo tener conto di alcuni elementi.
Esaminando ad esempio le caratteristiche socio-ambientali dei
quartieri ultrapopolari di gran parte del nostro territorio, ci
accorgiamo, che la vita in questi luoghi è costellata di tali
difficoltà che l’accettazione, la remissività e il fatalismo
appaiono le uniche risposte (dato tipico delle regioni meridionali).
La gente vive ammucchiata, nella promiscuità, nell’impossibilità di
beneficiare dei servizi più necessari; talora mancano i requisiti di
vivibilità. I bambini ben presto imparano a giocare tra la
spazzatura e le sozzure, a sporcarsi appena varcata la soglia di
casa, ad avere scarso o nessun controllo, a recepire che la scuola
non significhi nulla e che la vita sia quella dei piccoli
espedienti, dell’“arrangiarsi” quotidiano.
Su queste basi si costituiscono le mini-bande di minorenni che
rubano un po’ per divertimento, un po’ per bisogno, un po’ per
assomigliare a quelli del “centro”, minorenni cresciuti troppo in
fretta e ai quali la famiglia e le strutture sociali in senso lato,
non hanno dato nulla su cui “costruirsi”.
In siffatte condizioni, lo sfruttamento minorile è molto sviluppato
ed i genitori, ignoranti, indigenti, incapaci, sono in fondo
contenti così, meglio un lavoro malremunerato anziché una scuola che
non dà nulla.
A ciò si aggiunga un problematico rapporto con la famiglia e
l’ambiente di provenienza, oscillante tra situazioni di aperta
conflittualità o di muta, reciproca indifferenza. La figura paterna
spesso manca (decesso o abbandono) laddove non è alle prese con
problemi di tipo giudiziario; o assume una posizione
inesistente/marginale, all’interno del nucleo o, ancora,
autoritaria, violenta, deviante. Si delinea comunque incapace di far
fronte a una qualsiasi responsabilità educativa. E spesso il minore
viene istituzionalizzato fin da tenerissima età per l’impossibilità
della famiglia di prendersi cura di lui. Le madri solitamente si
caratterizzano per essere inclini all’iperprotezionismo, alla
depressione, al fatalismo; tendono a giustificare il comportamento
dei figli con i quali permangono rapporti di forte dipendenza. I
ragazzi considerano il rapporto con la madre, centrale nella loro
costellazione affettiva.
Spesso si verifica che famiglie apparentemente normo-costituite (a
livello di strutture dei membri) si rivelino disfunzionali e
patogene in quanto emergono al loro interno (oltre a tipiche
fenomenologie quali arretratezza culturale, difficoltà
socio-economiche di rilievo, marginale ambiente d’inserimento di per
sé ostico alla promozione di una crescita interiore scevra da
inquinamenti falsamente formativi) , inconsistenti linee direttive e
pedagogiche.
In questo quadro, le metodologie adottate, ora marcatamente
afflittive, ora disarmanti e arrendevoli, incentivano l’instabilità
emotiva e l’opposività dei figli ai quali vengono offerti modelli
incerti e deformanti. Tali fattori distorcono le acquisizioni di
crescita, rendendo fortemente a rischio il futuro di questi giovani,
i quali ben presto denunciano difficoltà comportamentali: disagio ed
evasione scolastica, inserimento nel mercato del lavoro seguito
dalla consapevolizzazione dello sfruttamento, quindi abbandono del
lavoro, reattività nei confronti della famiglia, ricerca di
aggregazioni amicali nel quartiere di appartenenza dove si è molto
condizionati da atteggiamenti imitativi e dove l’autostima si
equipara alla propria capacità di adeguarsi alle caratteristiche del
gruppo.
Le agenzie educative fanno poco o niente per imporre l’obbligo
scolastico ad elementi difficili anzi, il più delle volte, tendono a
“scrollarsi” di bagagli così pesanti da gestire.
La scuola, con le sue normative talora troppo rigide e con criteri
spesso poco illuminanti sul piano etico e discriminanti su quello
sociale, così come l’avvio precoce al lavoro, determinano squilibri
adattivi anche intensi per cui, situazioni precarie il cui
equilibrio è retto fin quando il minore aveva scarsa autonomia,
possono crollare allorché egli acquisisce maggiore indipendenza ed
amplia le sue esperienze al di fuori dell’ambito parentale e
scolastico.
L’atto “deviante” compare in molti casi nella vita di questi ragazzi
come un evento naturale scaturito dai modelli comportamentali fino
ad ora condotti.
Esso è scarsamente motivato in loro che lo giustificano come un
bisogno di soldi per beni di consumo (abbigliamento e moto) e in
molti casi droga ( anche essa diventata un bene di consumo).
Oggi il fenomeno della droga viene ad essere più incattivito da
implicazioni delinquenziali. L’infanzia e l’adolescenza, un tempo
estromesse dai grandi flussi di criminalità adulta, si appalesano
ora sempre più esposte allo sfruttamento nelle attività protese
all’accumulazione illecita.
Non si tratta più di lavoro minorile, sì, deprecabile, ma quanto
meno legato a una parvenza di dignità perché inseriva il minore,
precocemente, in una dimensione di normalità adulta; nei tempi
recenti, l’industria criminosa ha trovato nei giovanissimi la
possibilità di incrementare i profitti e la produttività ,
utilizzandoli direttamente nella commissione di reati, anche per la
ridotta imputabilità minorile.
In Italia il traffico di stupefacenti, che ha origini lontane, è
diventato quindi un grande affare, contornato da gravi delitti
spesso impuniti e immesso in un mercato di consumi che non lascia
indenne alcuno strato sociale.
In questa scalata al potere e al profitto si innescano le vittime
dei traffici illeciti. Ma cos’è che può avvicinare un ragazzo alla
droga e alla mafia? In fondo le due cose, almeno per un ragazzo in
mezzo alla strada, hanno qualcosa in comune; tutte e due si
presentano in un certo momento della vita come un bisogno, ed
insieme, come l’unico modo per sopravvivere sentendosi “qualcuno”.
La mafia offre una soluzione ai problemi economici, dà un senso di
sicurezza, dà la sensazione di avere una precisa, e in fondo
apprezzata, identità sociale, dà la sensazione, ancora, di uscire
dal ghetto del proletariato marginale.
La crescente contiguità devianza-criminalità minorile con la più
consistente criminalità degli adulti si rivela maggiore nelle aree
dove più profonde risultano le infiltrazioni delle organizzazioni
delittuose.
Un’espansione della domanda di lavoro criminale, generata
dall’accresciuta scala dei gruppi malavitosi maggiori, sembra
riservare spazi sempre più ampi all’utilizzo dei minorenni per la
commissione di reati nelle più svariate attività: estorsioni,
spaccio di sostanze stupefacenti ed, ancora, atti di vendetta e di
“faida”.
Se osserviamo con sguardo oculato questa nostra società ove dominano
consumismo, affermazione economica, “avere”, ove la macchina
commerciale ha creato tante occasioni per imporre la sua logica e
frantumare ostinate resistenze, ove messaggi polivalenti
disorientano maggiormente disintegrando i sentimenti, ci accorgiamo
che è una società svilita in cui impera lo smarrimento collettivo ed
il prestigio si identifica con la capacità materialistica, mentre
viene sempre più represso ogni bagaglio di spiritualità.
Solo una corretta prevenzione della devianza potrà ridimensionare
educando il percorso evolutivo dei giovanissimi, futuri protagonisti
della storia del nostro paese, sostenendoli e guidandoli in modo
costruttivo. Tra le agenzie educative preposte a tal compito maggior
spazio occupa la scuola. Essa deve guadagnarsi quella credibilità e
quella fiducia indispensabili a “formare” uomini veri.
La scuola non può e non deve estraniarsi dalle problematiche
giovanili; i sistemi e le metodologie da essa adottati risultano
tuttora lacunosi, obsoleti, velleitari per l’inadeguata
professionalità del corpo-docenti (reclutato spesso con canoni
distratti e superficiali), per la dubbia validità dei quadri
pedagogici offerti, per l’impronta discriminante che essa talora
reprime.
In questo marasma iperbolico è ovvio che unitamente alla scuola
tutte le forze sociali, politiche ed organizzative, ancora integre,
debbano muoversi contro i più gravi cancri del nostro tempo, creando
una fitta rete di sostegno. Una maggiore dignità, una piena
consapevolezza di sé, una più reale motivazione e soprattutto la
coscienza di un retto “sentire” ed operare, potranno offrire il seme
di una grande speranza ed ognuno di noi dovrà impegnarsi a
fomentarla. |