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Il protagonismo femminile nelle organizzazioni
criminali mafiose* 1. Criminalità e violenza femminili In questi anni si è dibattuto molto sul ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Per un lungo periodo l’opinione corrente, il giudizio di molti esperti, ma anche le valutazioni di magistrati e giudici e, infine, le testimonianze degli stessi uomini di mafia si erano assestati sull’idea che le donne di tali ambienti avessero soltanto un ruolo passivo di madri e mogli sostanzialmente all’oscuro degli atti criminali perpetrati dai loro uomini. Queste donne dell’ombra apparivano a tutti gli effetti esseri familiari, inseriti in contesti di tipo tradizionale e premoderno e subordinate ai dettami di un mondo patriarcale non molto diverso, per quanto riguardava il contesto privato e familiare, dal resto del mondo “tradizionale”, vale a dire quello contadino in via di urbanizzazione. Donne arretrate e passive. Gli sviluppi recenti a partire degli anni ’90, legati in gran parte alle testimonianze dei collaboratori di giustizia (e di poche collaboratrici) e alle rotture dei precedenti equilibri familiari e organizzativi, hanno fatto emergere infine un’immagine assai differente, articolata e fortemente contrastante con l’icona precedente. Appare utile indagare il rapporto tra le donne e le varie forme di criminalità organizzata di stampo mafioso a più livelli: da una parte, all’interno del contesto generale del dibattito sul rapporto tra donne e criminalità, dall’altra in relazione, di volta in volta, alla storia e le specificità locali delle organizzazioni criminali. Una particolare attenzione deve essere rivolta alla questione del rapporto tra donne, devianza criminale e violenza. La criminalità femminile Occorre partire da un dato di fondo: in Italia - e in tutti i paesi industrializzati paragonabili - il tasso di criminalità femminile, in rapporto a quello maschile, è basso, ed è particolarmente basso per quanto riguarda i delitti violenti. Per questi ultimi, in Italia, le percentuali sono pressoché costanti nei decenni (tra 6% e 8%), mentre per i reati contro il patrimonio, furti ecc. la tendenza è all’aumento(tra 10% e 18%). In Italia la popolazione carceraria femminile è ugualmente bassa con cifre che, negli ultimi cinquant’anni, oscillano tra il 5% e il 7% della popolazione carceraria nel suo complesso. La palese differenza nelle condotte devianti tra donne e uomini che si cela dietro tali dati è stata interpretata, grosso modo, a partire da due assunti diversi: L’ipotesi emancipativa. Secondo questo modo di vedere la minore attività criminale femminile sarebbe da attribuire alla sostanziale subordinazione delle donne in contesti patriarcali e all’arretratezza delle loro condizioni di vita, soprattutto per quanto riguarda la loro presenza nella sfera pubblica. Negli anni ’70 si avanzava l’ipotesi che - con i processi complessivi dell’emancipazione femminile - il divario quantitativo tra atti criminali commessi da uomini e da donne si sarebbe presto attenuato, avendo ora anche le donne, in modo crescente, opportunità di intraprendere carriere sia legittime che illegittime. Questa ipotesi, tuttavia, non ha trovato conferme, anche se ha dato luogo a riflessioni e dibattiti sulla natura e le cause della partecipazione femminile alla criminalità. Come nota una sociologa italiana: “Dagli anni ’70 in poi non sono cresciuti i tassi di arresti, denunce, condanne di donne per reati violenti e non sono aumentati, anzi in alcuni casi sono diminuiti, almeno in Italia, anche i tassi relativi a reati di tipo acquisitivo, fatta eccezione per i furti nei grandi magazzini e i borseggi”. L’assunto di fondo di questa prima ipotesi, che ho chiamato “emancipativa”, è che la criminalità femminile vada spiegata nello stesso modo di quella maschile. Ciò significa che non venga tenuto conto delle differenze di genere che producono sentimenti, emozioni, atteggiamenti, e condotte differenti. b) L’ipotesi di genere. Questo approccio tende ad analizzare le condotte devianti femminili, in primo luogo, come condotte “di per sé”, vale a dire a partire da un’analisi del femminile come costruzione sociale - in relazione a, ma anche indipendente da ciò che è la costruzione sociale del maschile. Sotto questo profilo la criminalità femminile non è da considerare una sottospecie di una criminalità generale “normale” che, nei fatti, viene rappresentata a partire dalle nostre osservazioni della criminalità maschile (quella che maggiormente è visibile), ma un modo di essere e di agire che deriva dalla storia, dai processi psico-sociali di lunga durata e dai processi di socializzazione delle donne. Tali processi hanno una loro specificità ed originalità che rischia di non essere neanche indagata se il metro di percezione e di valutazione di ciò che sentono, pensano, fanno e non fanno le donne rimane la condotta maschile. La socializzazione alla femminilità comporta l’evitazione dei rischi e l’interiorizzazione di vulnerabilità e debolezze della propria identità sessuata che induce a comportamenti devianti particolari. Nei contesti familiari le ragazze sono sottoposte ad un controllo sociale primario più forte dei maschi e si abituano ad avere minori libertà. Tendono maggiormente a sublimare anziché ad agire in modo diretto. La violenza simbolica che ha condizionato per secoli la socializzazione alla differenza dei sessi, si perpetua anche al di là della volontà degli individui. Scrive Pierre Bourdieu: “Le passioni dell’habitus dominato (dal punto di vista del genere, dell’etnia, della cultura o della lingua), rapporto sociale somatizzato, legge sociale convertita in legge incorporata, non sono di quelle che si possono sospendere con un semplice sforzo della volontà, fondato su una presa di coscienza liberatoria. Se è del tutto illusorio credere che la violenza simbolica possa essere vinta con le sole armi della coscienza e della volontà, ciò dipende dal fatto che gli effetti e le condizioni della sua efficacia sono durevolmente iscritti nella zona più profonda del corpo sotto forma di disposizioni”. A questo si aggiunge che molta devianza femminile si esprime e viene interpretata e repressa come patologia di tipo psicologico e psichiatrico. Le donne, più degli uomini, vengono psichiatrizzate. “Possiamo dire che se la devianza di tipo criminale delle donne è molto minore di quella degli uomini, è anche perché, paradossalmente, molti più comportamenti e atteggiamenti sono vietati alle donne rispetto agli uomini: in altre parole, l’ambito della devianza femminile è potenzialmente molto più vasto, sebbene interpretato diversamente, di quello maschile […] Ossia, la devianza femminile […] è più spesso psichiatrizzata di quanto non sia criminalizzata”. Quest’ultima affermazione rimanda alla storia lunga della differenziazione penale, sul piano pratico come su quello teorico, tra donne e uomini. L’imputabilità femminile, per secoli, era attenuata o impedita con riferimento all’antico principio della infirmitas sexus (o anche della imbecillitas sexus, oppure della fragilitas sexus), mutuato dalla tradizione del diritto romano. “Forse è possibile interpretare le ambivalenze che si registrano quando una collettività deve infliggere una pena ad una donna proprio in questa chiave: le donne fanno parte della comunità in modo ambiguo, e certamente non con la stessa pienezza dei maschi; a volte sono inglobate in essa, a volte ne sono escluse. La loro sfera di appartenenza è partecipe della comunità, ma solo in quanto legata in modo fondamentale e subalterno alla famiglia. Esse incarnano insieme l’inferiorità sociale, e una sublime vicinanza al sacro in quanto portatrici di vita. Sono quindi intoccabili pubblicamente, perché insieme sacre e inferiori. Si preferisce perciò delegare il loro controllo alla famiglia, unica entità sovrana cui le lega un vero patto. Quando, per qualche ragione, questo controllo viene meno o chi lo esercita preferisce delegarlo al potere pubblico, si manifestano i meccanismi ambigui della punizione sotto il segno della politica dell’<attenuazione simbolica>”. Devianza e criminalità femminile, quindi, costruite e definite tra inclusione ed esclusione, tra sfera pubblica e sfera privata familiare; forme di devianza e di criminalità che, in parte, ancora attendono di essere dette dalle protagoniste stesse di tali atti, e, comunque, di essere analizzate. Donne e violenza Ricerche ed analisi circa il ruolo delle donne in ambito mafioso ci rimandano necessariamente alla questione cruciale della violenza e delle forme specifiche in cui tale violenza viene espressa, agita, messa in scena dalle donne. Il rapporto con la violenza agita - sia per gli uomini che per le donne - non è mai disgiunto dalla violenza subita nel corso della propria vita. Ma tale rapporto non è lineare; è invece molto controverso, contraddittorio, con esiti a volte perversi. Sappiamo dai racconti dei “pentiti” di mafia che una freddezza nell’uccidere, un congelamento dei sentimenti e delle emozioni e una sostanziale assenza di sensi di colpa fanno parte della normalità mafiosa e che col cambio di vita - da mafioso inserito nell’universo consensuale di tale ambiente a collaboratore di giustizia - questo ‘incantesimo’ si scioglie di colpo: conosciamo storie di ex uomini d’onore, spietati killer nel passato, che si possono sentire oggi in ansia per l’eventuale irruzione di un ladro in casa. In questi casi la violenza, non più moralizzata e legittimata come attività strutturante dell’attività mafiosa, riassume di colpo tutto il suo spaventoso potere sull’individuo. A differenza degli uomini, le donne sono portatrici di una inconsapevole memoria storica dell’intrinseca vulnerabilità del proprio corpo: un’esperienza metastorica iscritta nella qualità riproduttiva del corpo femminile, che convive e si sovrappone al modo individuale di rapportarsi alla violenza. A questo spesso si aggiunge l’esperienza biografica di molestie e violenze, anche di tipo sessuale. Enzo Ciconte ha ricostruito vari episodi di violenza sessuale perpetrata da ‘ndranghetisti. Memoria storica e memoria biografica situano quindi i soggetti femminili in modo specifico nel contesto criminale violento, un contesto che richiede grande freddezza e indifferenza nella manipolazione della violenza e della morte perché ciò fa parte di un’attività professionale strutturata. Credo che qui ci troviamo di fronte ad un ulteriore tassello nella difficile spiegazione della minore “capacità criminale violenta” delle donne. Abbiamo casi di dissociazione e di collaborazione da parte di donne che in questo modo si sono liberate da un rapporto violento: tali storie non rappresentano, innanzitutto, una ribellione alla violenza criminale sperimentata nel proprio ambiente di mafia, ma è stata la violenza subita sul proprio corpo a far scattare la molla. In questi casi la violenza che raggiunge e tocca l’intimo ha fatto da detonatore per mettere in crisi e per distruggere quell’altra violenza congelata, senza anima, che agisce da fondamento e collante del potere mafioso. Diamo per scontato che la polarizzazione tra uomini aggressivi e dediti alla violenza e alla guerra, da una parte, e donne pacifiche, riproduttrici della vita, dall’altra, sia da mettere da parte come stereotipo o, nel migliore dei casi, come rappresentazione sociale appartenente al passato. Tuttavia, le differenze esistono e andrebbero studiate attentamente. In anni recenti si sono sviluppati studi storici sulla partecipazione delle donne nella violenza nazista e in contesti di tipo totalitario, dai quali emerge che una sostanziale subordinazione femminile ad un contesto di potere con forti connotazioni maschili e maschiliste non impedisce alle donne di essere attive e di agire, anche loro, in modo violento. Si può essere carnefici in alcune situazioni, pur essendo vittime in altre. Un gran numero di donne era al corrente e in parte complice delle attività dei loro mariti, fratelli e amanti, ad esempio nelle SS. Un altro filone di ricerche approfondisce il rapporto tra donne e guerra, donne e violenza sanguinaria. Anche in tali contesti di ricerca si sottolinea che le donne sono capaci di atti di crudele violenza, ma che - non essendo considerate soggetti a pieno titolo - le loro azioni appaiono caotiche e occasionali: “La violenza maschile poteva essere moralizzata come attività strutturata - la guerra - e, in tal modo spersonalizzata e idealizzata. La violenza femminile, invece, non portava a nulla di buono. Era troppo personalizzata e vendicativa […] L’azione collettiva maschile può essere moralizzata, può avere luogo all’interno dei confini legittimati della cultura. Al di fuori di un orizzonte fuso con la storia della guerra/politica, la violenza femminile si frantuma in rivolte, rivoluzioni o anarchia; quando le cose sfuggono al controllo. Quando le donne trasgrediscono, de-realizzandosi come soggetti pacifici e pacificati, le opzioni sono limitate [….] Storicamente gli uomini che superano i limiti in fatto di violenza hanno avuto di fronte a sé delle opzioni più ampie” . In un recente studio sulla storia dell’uccidere, del face-to-face killing, nel ventesimo secolo, Joanna Bourke sostiene che nella sostanza non ci sia differenza nel piacere di uccidere tra donne e uomini, solo che le donne, fino adesso, sono state impedite nell’esercizio concreto delle attività violente belliche: “Le donne non conficcavano le baionette nella carne viva ma immaginavano di farlo”. Tuttavia, il fatto di desiderare di esercitare violenza e, contemporaneamente, di esserne materialmente impedite (come rintracciato negli esempi analizzati dall’autrice: le due guerre mondiali e la guerra del Vietnam), porta a forme violente di compensazione. “Invece di essere l’“altro” in guerra (come sostengono certi storici), le donne hanno fatto parte integrante dei massacri e della mitologia che li circonda […]. Il piacere della violenza era condiviso dalle donne ma, siccome era loro negata l’esperienza del combattimento e quindi la sua rappresentazione realistica e letteraria, esse reagirono offrendo e sacrificando i corpi dei loro figli, fidanzati e mariti sui campi di battaglia. Grazie a tale violenza, esse si sono guadagnate il diritto al dolore”. Non è difficile scorgere in questa analisi un quadro problematico che ci rimanda, ad esempio, al ruolo delle donne di mafia nella pedagogia della vendetta. Le analisi più compiute si riferiscono quindi all’esperienza della violenza femminile in riferimento alle guerre, ma forse da qui possono derivare stimoli interessanti per analizzare il ruolo delle donne nel contesto di quella particolare forma di “guerra civile” che può assumere lo scontro tra democrazia e mafia in determinati contesti. Possiamo avanzare l’ipotesi che le donne di mafia, proprio perché, da una parte, abituate alla violenza nelle relazioni fra gli affiliati e fra loro e il mondo circostante ma, dall’altra, anche perché subordinate e costrette ad esprimere alcune forme e non altre di tale violenza, rappresentino un vero e proprio capitale sociale per le organizzazioni criminali nell’esercizio della “signoria territoriale”. Anticamente dominate e sottomesse, le donne hanno sviluppato un rapporto ambivalente e dipendente con il potere e con la violenza; un rapporto ambivalente anche con la condizione di vittima. In modo quasi perverso il potere, di cui, tuttavia, si conosce per lo più il lato oppressivo, attrae. Tale predisposizione o habitus struttura profondamente la relazione con l’altro, con l’uomo: “In quanto la socializzazione differenziale dispone gli uomini ad amare i giochi di potere e le donne ad amare gli uomini che li giocano, il carisma maschile è, in parte almeno, il fascino del potere, la seduzione che il possesso del potere esercita, in sé, su corpi di cui persino le pulsioni e i desideri sono politicamente socializzati”. Se questo vale in generale, ha particolare rilevanza in contesti segnati palesemente da violenza. 2. Le donne di mafia Dobbiamo distinguere tre successive fasi entro cui sintetizzare l'evoluzione dell'immagine, della presenza pubblica e della visibilità delle donne di mafia (qui il riferimento è alle organizzazioni mafiose italiane) a partire dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni. Possiamo parlare di un primo, lungo periodo di invisibilità rispetto alla dimensione pubblica, che procede con piccole interruzioni fino ai primi anni '80 del secolo appena concluso. A partire dalla seconda metà - o meglio dai primi anni '80 - del '900, si comincia a parlare di donne di mafia soprattutto quando ci sono figure femminili direttamente coinvolte in vicende giudiziarie, o come vittime, o come artefici dirette, o come soggetti di supporto. Il processo di emersione e questa fase di visibilità continuano gradualmente fino alla metà degli anni '90 - siamo all'interno della seconda fase - registrando una nuova specificità: la presenza in prima persona delle donne di mafia sulla scena pubblica, con il manifestarsi di esplicite dichiarazioni rilasciate agli organi di informazione, per tutto il periodo di tempo caratterizzato dalla cosiddetta emergenza-pentiti. Infine - e siamo alla terza fase - a partire dal 1996/97 circa, e fino ai nostri giorni, si registra una nuova situazione contrassegnata da una forma di invisibilità diversa dalla precedente. Non più donne che parlano ai giornali, ma donne le cui vicende finiscono sui giornali perché coinvolte appieno nell'organizzazione: sono in prevalenza donne giovani, mogli, sorelle o compagne di mafiosi che prestano il loro pieno appoggio alle strategie dell'organizzazione. Oggi, nel caso delle donne, come del resto per le mafie in generale, la difficoltà nell’approfondire le indagini e le riflessioni è data dal fatto che tutto è di nuovo sommerso e sotto traccia. Ma in questo sommerso ci pare stia emergendo una nuova figura di donna, professionalizzata, con competenze specifiche, coinvolta anche in virtù di tali competenze, più organica e - al contempo - tradizionalmente radicata su vincoli familiari (acquisiti o di sangue), secondo il mix vincente tradizione/innovazione che contraddistingue le organizzazioni mafiose. A partire da un lavoro di ricerca sul ruolo delle donne nella criminalità mafiosa sul piano internazionale (Italia, Germania, Giappone, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Albania, Turchia, Spagna, Colombia), concepito in occasione della Conferenza ONU a Palermo nel 2000 e coordinato da Giovanni Fiandaca (Università di Palermo), vorrei brevemente riassumere alcune indicazioni emerse nel corso di tale lavoro: - l’importanza di procedere nella direzione di una precisazione, descrizione e analisi dei ruoli e delle funzioni delle donne in tali contesti a partire dai racconti e dalle dichiarazioni delle donne stesse (perché, fino a adesso, disponiamo soprattutto di dichiarazioni di uomini mafiosi, collaboratori o meno che siano); cercare di leggere le fonti, liberandoci dai vincoli di una rappresentazione sociale diffusa che percepisce la devianza femminile come identica a quella maschile, diversa soltanto in termini quantitativi (e che, comunque, come punto di riferimento, definisce in modo implicito la devianza maschile come quella “normale”); la necessità di descrivere in modo particolareggiato le pratiche femminili criminali per poi valutare, a partire da un’analisi del funzionamento dell’organizzazione mafiosa specifica, se l’attività femminile, nel singolo caso, possa essere definita come supporto, come temporanea delega del potere, oppure come articolazione del potere stesso (va detto che gli uomini agiscono su tutti questi vari livelli). Inoltre, occorre mettere a fuoco la questione del riconoscimento: da chi e da che cosa dipende che, all’interno dell’organizzazione, un ordine venga eseguito da parte degli affiliati? Il potere ce l’hanno coloro che riescono a farsi obbedire. Se una donna dà ordini che non hanno la legittimazione di un uomo (marito, fratello, figlio) alle sue spalle, cosa accade? Per adesso sembrerebbe che il meccanismo riconoscimento-obbedienza scatti soltanto nei confronti di altri uomini, salvo essere temporaneamente messo in atto nei confronti di una donna per un periodo limitato in cui la donna agisce al posto del proprio uomo latitante o in carcere. Rispetto alla questione centrale del potere appare importante trovare tracce di definizioni nelle dichiarazioni sia di donne che di uomini, per cogliere se l’intreccio tra ricchezza, capacità di incutere paura e esercitare violenza, peso clientelare-politico, consapevolezza della propria capacità di mediare e di egemonizzare le relazioni con gli altri in modo gerarchico (aspetti diversi che compongono ciò che possiamo chiamare il potere mafioso) venga vissuto in modo significativamente diverso da uomini e da donne, sia per quanto riguarda la propria capacità di esercitare un tale potere, sia per quanto riguarda la disponibilità di riconoscerlo negli altri. (Non dimentichiamo, inoltre, che un importante interfaccia della mafia, vale a dire il potere politico italiano, nei suoi vertici è quasi esclusivamente maschile). Complessivamente, per quanto riguarda le organizzazioni mafiose in Italia, abbiamo individuato una molteplicità di funzioni nelle quali oggi sono impiegate le donne di mafia: Attraverso specifiche strategie matrimoniali, le donne rinsaldano i legami tra le famiglie mafiose. Centrale è il ruolo femminile nel processo educativo e di socializzazione. Una sfera importante, prevalentemente lasciata alla gestione femminile, è quella del rapporto con il sacro, la religione e la Chiesa. Strategico è il ruolo delle donne nei processi di comunicazione. La donna è anche il veicolo di un'immagine rispettabile dell'organizzazione (soprattutto negli ambienti della borghesia mafiosa viene sottolineato il fatto che per mantenere le relazioni sociali con politici o professionisti le mogli degli uomini d'onore svolgono un ruolo insostituibile). Le donne contribuiscono, in generale, a rendere “normale” il volto dell'organizzazione e, anche in virtù di tale presunta normalità, ad alimentare il consenso intorno all'organizzazione. Le donne sono un importante anello di congiunzione nell’esercizio della “signoria territoriale”. Sono poi le figure più affidabili utilizzate nei momenti di reale emergenza e per compiti di alta responsabilità (dalla raccolta del pizzo alla temporanea guida del clan). Diventano anche strumenti simbolici e vittime nelle vendette trasversali. Sono ancora utili strumenti per superare i controlli delle forze di polizia e autorità giudiziarie. Hanno assunto un ruolo centrale nelle strategie mafiose per scoraggiare gli affiliati che sarebbero pronti per la collaborazione con la giustizia. Visto tutto ciò si può ipotizzare che le donne rappresentino uno specifico capitale sociale per l’organizzazione mafiosa. 3. Emancipazione ambigua Volendo abbozzare un quadro delle tendenze in atto, appare che il rapporto fra uomini e donne nel mondo della criminalità organizzata di stampo mafioso, sia sul piano delle attività criminali, sia sul piano strettamente relazionale e familiare, stia mutando, e che tali mutamenti sono in parte imputabili ai cambiamenti della società nel suo complesso. Vale a dire che molti aspetti dei processi di “emancipazione femminile” - quelli che maggiormente riguardano la sfera pubblica - e che comprendono la scolarizzazione, il lavoro e la partecipazione delle donne alle attività della sfera pubblica hanno avuto ripercussioni sul “mondo a sé” (e sostanzialmente chiuso) delle mafie. Un magistrato calabrese intervistato parla, ad esempio, del mutato rapporto fra i coniugi nel periodo della latitanza, sottolineando come ciò dipenda innanzitutto dalla maggiore autonomia delle mogli. Così come le donne delle famiglie mafiose - o perché abilmente manovrate dagli uomini dei clan, o perché volentieri protagoniste della sfera pubblica - sono state coinvolte in prima persona nelle strategie comunicative contro la magistratura, contro la collaborazione e a favore degli interessi criminali, così appaiono anche impegnate nella gestione economica della ricchezza e nell’attività criminale violenta, come l’estorsione, l’usura, il traffico di droga e quello delle armi. In tutto ciò sembrerebbe che sfruttino abilmente un certo connaturato “disordine femminile” legato alle mille piccole incombenze delle attività domestiche e della “doppia presenza”, sapendo che nelle pieghe della vita quotidiana e dei “lavori donneschi” si possono ben nascondere messaggi, armi, denari, dosi di droga e altro. Gli uomini in confronto, secondo i magistrati, appaiono più prevedibili, più facilmente controllabili. Inoltre, appare dalle nostre interviste che le donne siano particolarmente condizionate dalla ricchezza prodotta dall’attività mafiosa dei loro uomini. Quanto l’agio del consumo, il denaro facile e il relativo aumento di status condizionino il consenso delle donne è leggibile anche, in negativo, nelle difficoltà che queste persone sperimentano quando, sotto protezione, devono arrangiarsi con molto di meno. Tale difficoltà nel ritornare ad un livello dei consumi modesto condiziona la disponibilità delle mogli di (potenziali) collaboratori di giustizia a prestarsi a diventare lo strumento per veicolare le intimidazioni dell’organizzazione mafiosa. Spesso sono loro che fungono da tramite delle minacce di morte per “convincere” i mariti a tornare sui loro passi. Racconta un magistrato che stava trattando la collaborazione di un killer di mafia, condannato all’ergastolo: “Mi trovai davanti ad uno scoglio insormontabile quando ebbi davanti la moglie. Una ragazza giovane di 25 anni. Questa donna arrivò a dirmi alla fine che se il marito continuava nella decisione di collaborare non gli avrebbe neanche fatto vedere il figlio, l’unico figlio che aveva avuto, e mi disse che praticamente lo avrebbero ritenuto morto. […] Oggi le donne sono talmente forti nel gruppo familiare, hanno tanto peso, perché questo non è un caso isolato. La donna che decide che il marito non deve collaborare ottiene risultati […] e c’è uno che sta facendo l’ergastolo, no, no, la donna sostanzialmente conta”. Data questa situazione, nella quale si scorgono molti elementi di cambiamento che fanno intravvedere un maggiore coinvolgimento attivo delle donne nell’esercizio del potere della mafia, si pone la domanda delle prospettive circa la loro assunzione di un effettivo comando nelle organizzazioni mafiose. A tale proposito vorrei citare la risposta di un magistrato ad una mia domanda circa la possibilità che una donna, al momento del ritorno dal carcere del capo-clan, possa non essere disposta a ritornare in una posizione subordinata: “Secondo me questo è difficile che accada, a meno di non trovare una cosca che comincia ad essere retta proprio da una donna. Ma penso che di questo ben difficilmente ne troveremmo traccia in tutta Italia, non solo nel Distretto nostro. Secondo me il ruolo della donna rimane sempre quello di reggenza temporanea in assenza del marito detenuto o latitante”. Sembrerebbe allora di poter dire (in base al materiale fino adesso raccolto) che l’ipotesi della temporanea delega del potere delle donne in ambiente di mafia sia quella più vicina alla realtà. Potremmo parlare dell’emancipazione ambigua delle donne di mafia come affermazione di un pseudo-soggetto femminile? Cercherò brevemente di dare consistenza teorica a tale possibilità. Mi sembra di poter dire che ciò che avviene nella società nel suo complesso (tendenze emancipative, parità, uguaglianza, diritti) abbia delle ripercussioni sul mondo mafioso, ma, tuttavia, occorre sottolineare che tali ripercussioni non prefigurano un processo analogo, solamente ritardato nel tempo. Il punto qui è che la società italiana è una società democratica, lo Stato italiano è uno stato democratico, la Costituzione garantisce l’uguaglianza dei diritti per uomini e donne. Tale asserzione, senza con ciò voler negare le palesi imperfezioni della realtà democratica quotidiana, appare molto importante, soprattutto quando si discute di mafia. La mafia, infatti, è un’organizzazione autoritaria, con tendenze totalitarie nella sua egemonia territoriale, con pretese di dominio arbitrario e antidemocratico e, infine, con regole non scritte, condotte consuete e relazioni interpersonali informate esplicitamente a forme di convivenza e tradizioni familiari fortemente patriarcali. Tra mafia e democrazia vi è dunque una contraddizione stridente. Questa constatazione è importante per un’analisi del ruolo delle donne e, soprattutto, per una valutazione delle prospettive di sviluppo di tale ruolo nell’ambito mafioso. L’emancipazione femminile è un processo, non è un dato isolato, e riguarda contemporaneamente persone e istituzioni. E, soprattutto, riguarda contemporaneamente la sfera pubblica e la sfera privata. Per parlare di emancipazione, di conquista dell’individualità e conferma di una soggettività occorre prendere in considerazione sia il lato individuale (in questo caso la donna che sceglie e sperimenta la propria soggettività anche e soprattutto dicendo di “no”), sia il lato istituzionale (vale a dire un contesto che garantisce e tutela i diritti della persona, uomo o donna che sia). E occorre prendere in considerazione sia la vita lavorativa e pubblica delle donne, sia la loro vita affettiva, familiare e privata. Questi processi, collettivi e individuali insieme, si nutrono di una tensione costante, quella tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Ciò che è sono le storie individuali imperfette, le personalità femminili diverse, le storie familiari e private che possono entrare in conflitto con le libertà garantite dalla legge. Ciò che è sono le capacità (o incapacità) individuali di mediare tra diritti civili formalmente garantiti e realtà affettive e materiali: ci possono essere livelli di coscienza, ma anche di dipendenza economica, che portano a situazioni di subordinazione, di dipendenza da altre persone che sono in palese contrasto con le potenziali dimensioni di libertà e di uguaglianza che l’ordinamento garantisce. Ciò che è, quindi le imperfezioni personali e contestuali, sono, in democrazia, in una tensione vitale e dinamica con ciò che potrebbe essere, la promessa di felicità e libertà che fonda il concetto e i processi di emancipazione e che è depositata nell’ordinamento, nei diritti e nei doveri. Ma tale tensione è esattamente ciò che manca ai processi di “emancipazione” delle donne che hanno luogo all'interno dei contesti mafiosi. L'emancipazione rappresenta, in generale, la capacità di un soggetto di affermarsi come tale: ma il soggetto che resta impigliato nelle reti di subordinazione e di sopraffazione che costituiscono il tessuto mafioso non acquisisce tale capacità. Mi pare dunque fuorviante considerare la crescente attività criminale delle donne di mafia come un indice di emancipazione tout court. Tuttavia, come ho cercato di argomentare, questo non significa assolutamente voler sottovalutare, o addirittura negare, i grossi cambiamenti riguardo alla relazione fra i sessi in ambito mafioso. Uno degli elementi portanti per analizzare il rapporto fra i generi maschile e femminile in una prospettiva storica è del resto la loro rispettiva collocazione tra pubblico e privato. Senza entrare in questa sede nelle dinamiche generali di tale collocazione nella nostra società, vorrei soltanto avanzare l’ipotesi che una delle caratteristiche della criminalità organizzata di stampo mafioso - vale a dire l’accaparramento privato delle risorse pubbliche - è riscontrabile anche nella gestione del capitale sociale e simbolico che le donne rappresentano per i mafiosi nel quadro delle logiche di arricchimento e di potere. Mi pare di poter riscontare, ad esempio, nello sviluppo delle nuove strategie comunicative della mafia che vede le donne impegnate “in primo piano” (materialmente e metaforicamente), un uso privato di una risorsa pubblica, quella dei media. L’uso di tali canali per lanciare minacce, per comunicare in codice e per proferire anatemi non valorizza i beni pubblici ma li impoverisce. D’altronde, quanto sia stato strumentale l’impiego delle donne nelle nuove strategie comunicative si evidenzia nella natura limitata del fenomeno. Scrive Alessandra Dino: “Abbiamo ritenuto di trovare una spiegazione a questa emersione di uno specifico spazio di espressione al ruolo femminile, con la necessità avvertita da Cosa Nostra di mostrare il suo volto migliore: quello che meglio di altri richiamasse la normalità; da qui, la mobilitazione delle figure femminili che nel quotidiano sono le portavoce per eccellenza”. Ma tale protagonismo femminile, evidentemente, ha poco a che vedere con un’emancipazione attraverso una partecipazione delle donne alla vita pubblica, tanto che “[…] è una presenza di breve durata, per il tempo necessario all’organizzazione mafiosa di riadattarsi al cambiamento e sperimentare strategie più discrete e misurate”. Se lo sviluppo storico di un soggetto femminile, nonostante le profonde ferite e lacerazioni che hanno accompagnato i processi di emancipazione, può essere letto come un processo di liberazione dalla violenza patriarcale maschile (nelle relazioni intime come nelle relazioni pubbliche), la produzione sociale di uno pseudo-soggetto femminile (come nel caso della mafia, come nel caso di regimi nazisti o fascisti, come nel caso di tutti i domini basati sul maschilismo patriarcale) non può, a mio avviso, essere frainteso come un processo di emancipazione. La produzione di un pseudo-soggetto femminile è un processo che si accompagna di forti violenze nei confronti delle donne, spesso agite dalle donne stesse, che si situano sia sul piano simbolico, sia sul piano della violenza fisica e sessuale. La sovrapposizione e l’incastro tra strutture democratiche e garanzia dei diritti, da una parte, ed enclavi territoriali e interstizi sotto un dominio mafioso a carattere totalitario, dall’altro, è tipico per le situazioni in cui la criminalità organizzata a carattere mafioso è presente. Lungi dall’essere un fenomeno che denota arretratezza, si tratta invece di un fenomeno in crescita a livello internazionale che s’inserisce nei fenomeni complessivi della globalizzazione e che rappresenta una forte sfida per la sostanza stessa dei sistemi democratici e in particolare per le democrazie deboli o in via di formazione. Anche sotto questo profilo appare molto importante analizzare il ruolo delle donne in tali contesti senza cedere alla tentazione di considerare qualsiasi maggiore coinvolgimento attivo delle donne già come segno di emancipazione. Anzi. Vale ancora l’osservazione che lo statuto delle donne in un determinato contesto sociale fornisce indicazioni significative circa il grado di civiltà di una collettività. L’affermazione di uno pseudo-soggetto femminile, come nei contesti di mafia, rimanda a tendenze violente a carattere totalitario che minano dal di dentro la democraticità delle società. * Una versione più ampia di questo saggio è stata pubblicata in Giovanni Fiandaca e Teresa Principato (a cura di), Donne e mafie. Il ruolo delle donne nelle organizzazioni mafiose, Università degli Studi di Palermo, Palermo, 2003. |