EMERGENZA INFANZIA

I maltrattamenti e le violenze all’infanzia sono sempre esistiti nella storia dell’umanità, ma in questi ultimi anni, anche in seguito a fatti di cronaca spiacevoli che ci vedono spettatori, è aumentata la consapevolezza dell’esistenza di tale fenomeno.
La cronaca, infatti, ci impone con evidenza che l'abuso su un bambino può avvenire in una tranquilla provincia italiana o in una degradata periferia metropolitana, ci espone a storie di maltrattamenti e di torture di ogni tipo, ci pone quotidianamente di fronte a storie di bambini abbandonati, rifiutati, buttati via, vittime della aggressività dell' adulto, della sua personalità scissa, vittime del disagio mai ascoltato, della rabbia mai espressa ed elaborata.
Di fronte a questo scenario di bambini, che spesso non hanno voce per rivendicare i loro diritti negati di vivere la loro infanzia e adolescenza da bambini e da adolescenti, c'è la nostra società che deve interrogarsi non soltanto sulle leggi che la governano, ma sulle proprie capacità di perseguire i valori di solidarietà, di umanità e di benessere e sulla qualità delle relazioni affettive umane e sociali che è in grado di offrire.
Vedremo che oggi vengono rilevati episodi di maltrattamento ai bambini non più causati dalla miseria nella quale versano alcuni nuclei familiari o sociali, dalla incultura, dalla assunzione di posizioni di tipo padre-padrone, ma piuttosto provocati da situazioni di stress conseguenti alle condizioni di lavoro, di abitazione, di vita, dagli obiettivi socioeconomici che si perseguono, dalla inaccettazione del figlio spesso indesiderato.
Ci si chiede il perché di tanta violenza; ci si muove alla ricerca di come sia possibile che l'ordine naturale e simbolico della realtà possa avere subito questo sconvolgente ribaltamento per cui dare la vita, da atto d'amore e di felicità, possa assumere i connotati di un qualcosa di terribilmente minaccioso e odiato.

Tale complesso fenomeno va affrontato nei suoi vari aspetti:
· nelle caratteristiche e tipologie attraverso le quali il maltrattamento e l’abuso si rendono visibili, nelle cause e nei fattori di rischio che li rendono possibili e nelle conseguenze a breve ed a lungo termine che producono nel percorso evolutivo del minore;
· nei suoi aspetti giuridici a tutela dell’infanzia con particolare riferimento all’istituzione del difensore civico dell’ infanzia, alla riforma dell’ordinamento giudiziario minorile, all’affido familiare;
· nella necessità di promuovere una adeguata formazione delle professionalità coinvolte dal rilevamento alla presa in carico dei casi di abuso, vista la delicata situazione psicologica in cui versa la piccola vittima, per una completa cultura di prevenzione;
· nella necessità di attivare una rete sociale (servizi sociali territoriali, scuola, magistratura, medici, enti pubblici e privati) che vede tutti i servizi coinvolti nel processo di intervento, dalla segnalazione al trattamento, affinché ciascun anello della rete, con la propria specificità e competenza, lavori nell’ottica comune di tendere al benessere del minore per una più attenta tutela e salvaguardia del mondo interiore del bambino, già confuso e devastato dall’esperienza traumatica.
In quest’ottica le esperienze dei servizi territoriali costituiscono una preziosa risorsa per la realizzazione di un percorso che ha come meta , il riconoscimento dei diritti del bambino di essere tutelato da qualsiasi forma di sopraffazione e negazione della propria dignità,e, come strumenti, tutte le azioni educative e di riparazione del trauma subito e tutte le azioni di prevenzione,affinché gli possa essere garantito di vivere e aprirsi al futuro con una personalità armonica compiuta in tutti i suoi aspetti.
La lotta all’abuso, quindi, si dovrà realizzare attraverso tutte le attività che tendono a diffondere la consapevolezza, in tutti gli ambienti sociali, educativi, aggregativi e formativi, che, oggi più che mai, è necessario educarsi all’ascolto per rispondere in maniera globale ai bisogni, spesso sommersi e altrimenti destinati al silenzio.CCommissario provio provi





La storia dell'uomo racconta di continue e legalizzate violenze, fisiche e psicologiche, inflitte ai bambini dai loro genitori o da coloro che li avevano in custodia, sia all'interno che all'esterno delle mura domestiche.
Storicamente la società non sembra essere mai stata particolarmente sensibile al maltrattamento ai bambini.
Nel passato, infatti, non esisteva una coscienza dell'infanzia che riconoscesse le peculiarità e la delicatezza di questa fase della vita e la cultura ha sempre tramandato una concezione dell’adulto come “padrone della vita e della morte del bambino”, garante della sua formazione, in pieno diritto di avvalersi di qualsiasi mezzo educativo a questo scopo.
Nei paesi in cui i tradizionali modelli di vita sono mutati si è conseguentemente modificato anche il ruolo dell’infanzia, nonché i modi e gli strumenti per tutelarla.
Oggi, grazie allo sviluppo delle scienze pedagogiche e psicologiche, viene riconosciuta al bambino la capacità di sperimentare emozioni che hanno un valore strutturante la sua vita futura, una maggiore dignità di persona con gli stessi diritti dell’adulto, nel rispetto dell’integrità personale per uno sviluppo armonico e integrale delle proprie capacità sociali, relazionali e affettive.
Non può negarsi l'evidenza che il bambino, per svilupparsi e sopravvivere, abbia la necessità di dipendere dall'adulto; ma questo non può e non deve legittimare in alcun caso un rapporto asimmetrico tra i due soggetti della relazione e, quindi, un dominio dell’adulto sul bambino, o sul giovane, per cui ogni azione del primo possa essere considerata come lecita.


Bisogna affermare il dovere primario di garantire ai bambini e agli adolescenti di vivere in pienezza la loro età, promuovendo con forza i diritti alla vita, alla sicurezza, alla libertà, proclamati e riconosciuti per ogni individuo, quindi per il minore, anche dal disegno della nostra Costituzione.


iliare, inteso come entità preposta ad offrire protezione ed educazione ai figli, era ben diverso da oggi. Infatti, nell’ambito socioculturale del tempo, era norma allontanare i bambini dalle famiglie in età assai precoce per affidare i compiti educativi ad istituzioni extrafamiliari.
Nella scuola ed in famiglia le pesanti punizioni corporali costituivano lo strumento pedagogico più utilizzato.
Inoltre, nel Medioevo, l'infanticidio, nonostante fosse severamente punito, veniva tollerato e di fatto praticato in segreto come strumento di regolazione demografica o, addirittura, come soluzione di casi estremi di illegittimità, di malformazioni o di miseria.
I fanciulli furono la categoria che risentì in maniera pesantissima delle grandi trasformazioni delle società europee dal XVII al XIX secolo perché, come sappiamo, il progressivo impoverimento delle classi popolari e il diffondersi dell’urbanesimo aumentarono il numero dei minori abbandonati, orfani o illegittimi, la maggior parte dei quali veniva raccolta da mendicanti e costretta all’accattonaggio e al furto.
Ancora, nel periodo della Riforma e della Controriforma, si assisteva a numerosi abusi sul bambino cosiddetti per "il suo bene"; in altre parole, alcune correnti del Protestantesimo calvinista svilupparono la dottrina della “naturale depravazione” del fanciullo, per cui l’educazione doveva essere volta a sottomettere la volontà dei bambini con una rigida disciplina e con severe punizioni per vincere le loro inclinazioni malvagie, per la salvezza della loro anima.
A partire dal XVII secolo si diffuse l’abitudine del “baliatico”, presente già presso le famiglie aristocratiche, che consisteva nell’affidare i neonati a una nutrice che si occupava di loro nei primissimi anni di vita. Per i bambini affidati spesso questo significava rischio di mortalità, denutrizione, carenze igieniche, abbandono.
Con la Rivoluzione francese, nel 1793, viene proclamato che “il bambino non possiede che diritti”; ma la situazione dell’infanzia rimane difficile per ancora un secolo.
La Rivoluzione industriale, certo, non migliora le condizioni dell’infanzia perché, soprattutto in Inghilterra e in America, come sappiamo, provoca lo sfruttamento minorile nelle classi lavoratrici su larga scala.
Nelle campagne, i bambini erano avviati al lavoro fin dall’età di 6-7 anni.
Questa grave condizione susciterà una forte reazione sociale che sfocerà nella lotta per l'istituzione di servizi assistenziali e di tutela e per l'elaborazione di leggi per la Protezione dell'Infanzia.
Lo sfruttamento, comunque, continuò fino alla fine dell’800 quando venne instaurato l’obbligo scolastico, anche se, come sappiamo, a tutt’oggi, soprattutto nell’America Latina, è ancora praticato.
Tra il XVIII e il XIX secolo, vengono denunciati, da più parti, anche attraverso il contributo di grandi romanzieri, i comportamenti delle società verso l’infanzia.
Si sensibilizza, così, la coscienza pubblica.
Nel XIX secolo sorgono in Europa numerosi istituti per orfani e bambini abbandonati dove questi ultimi vivono, però, in condizioni di grave disagio fisico e psichico.
Questa situazione viene denunciata e si ottiene il riconoscimento del problema del maltrattamento ai minori come un problema sociale.
Soprattutto i medici cominciano ad interessarsi al problema, in seguito alla descrizione effettuata nel 1852 da un medico legale, Ambroise Tardieu, del caso di due bambine morte a causa delle sevizie inflitte loro dalla istitutrice francese alla quale era stata affidata l’educazione di cinque fanciulle inglesi.
Solo venti anni dopo, nel 1874, a New York un ente, quello par la protezione animali, salvò una bambina dai maltrattamenti che continuamente subiva all’interno della sua famiglia.
L’ente esaminò il caso, portato alla luce da un’infermiera insospettita dai continui lamenti della bambina, vicina di casa, e riconobbe che rientrava in quelli previsti dal proprio statuto e intervenne, salvando la bambina.
In seguito a questo episodio nacque in America, a New York, la “New Society for the reformation of Juvenile Delinquents” che organizzò un rifugio per bambini difficili che, in seguito, accolse anche bambini trascurati e abusati.



All’inizio del XX secolo, pedagogia, psicologia e sociologia iniziavano a porsi il problema dell’infanzia e dei suoi bisogni.
E’ proprio nel primo dopoguerra che la Società delle Nazioni rivolse espressamente la sua attenzione non più soltanto ai diritti dell'uomo intesi genericamente, ma in modo specifico ai "diritti del fanciullo", soprattutto condannando la tratta dei bambini e impegnandosi ad assicurare ad essi condizioni di lavoro eque ed umane, nell'epoca di accentuata industrializzazione che si stava attraversando.
Al bambino venivano finalmente riconosciuti esigenze e bisogni affettivi e psicologici.
E’ l'Assemblea della Società delle Nazioni che, adottando una prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo (26 settembre del 1924), diviene promotrice di una nuova cultura a tutela dell’infanzia. Il bambino veniva, per la prima volta, riconosciuto come titolare di diritti e non più come semplice soggetto passivo delle decisioni altrui.
Proprio il primo articolo della Dichiarazione ginevrina proclamava il diritto del bambino ad uno sviluppo materiale e spirituale armonioso per poi sottolineare negli altri articoli la altrettanto primaria necessità di soddisfare tutti i bisogni materiali e morali del bambino e di proteggerlo da ogni forma di sfruttamento.

Oggi è, quindi, una conquista culturale e sociale affermare che la società è tenuta a dare al bambino una particolare tutela, proprio a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale, ed è, altresì, garante del "diritto per ogni fanciullo ad una vita sufficiente che consenta il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale" - come si leggerà poi nella ratifica alla Convenzione dei diritti per il fanciullo (New York, 20 novembre del 1989).
Nasce, in seno alle società, da un lungo percorso di elaborazione del problema, la considerazione di una "cittadinanza" minorile che vuole e deve affermarsi, che deve essere tutelata da legislazioni che non intervengono solamente in casi eclatanti di gravissimi abusi.




PERCORSO DI CONSAPEVOLEZZA CULTURALE DELL’ABUSO.
Le differenze culturali che segnano la vita di ogni popolo rendono tuttavia estremamente complesso compiere delle affermazioni generalizzate riguardo il concetto di abuso.
E’ sicuramente una strada lunga e tortuosa quella che le civiltà devono percorrere per essere in grado di garantire il rispetto ad ogni individuo.
A questo proposito C.Henry Kempe, pediatra americano che si occupò del maltrattamento infantile a partire dagli anni ’60, ha individuato alcuni passaggi evolutivi che ogni paese deve superare per comprendere ed affrontare il problema dell’abuso all’infanzia: un primo stadio è quello della “negazione del fenomeno”, per cui i casi di violenza conosciuti vengono ritenuti episodi isolati; ne segue un secondo, caratterizzato dall’attenzione agli aspetti più sensazionali e tragici del problema, per cui si comincia ad affrontare in termini più efficaci i casi di grave violenza fisica; il terzo stadio è raggiunto da quelle società in cui vi è un’adeguata capacità di risposta ai problemi dell’abuso fisico e ai suoi aspetti associati come, per esempio, il ritardo di sviluppo di origine psicosociale; il quarto stadio è caratterizzato dall’identificazione dell’abuso psicologico e della trascuratezza e il quinto svela la problematica dell’abuso sessuale per giungere infine all’accettazione del benessere totale del bambino e alla prevenzione dell’abuso fin dai primi momenti di vita del minore.

L'organizzazione delle Nazioni Unite, e le sue diverse articolazioni, l’UNESCO e l’UNICEF, che, come sappiamo, subentrano nel percorso storico alla Società delle Nazioni precisamente dopo la seconda guerra mondiale, continuarono ad occuparsi dei problemi delle realtà minorili, riservando a loro importanti decisioni e strategie politiche che si formalizzarono, il 20 novembre del 1959, in un documento ufficiale: la Carta dei Diritti del Fanciullo.
Viene ribadito, in questo documento, il diritto alla nascita, con cure adeguate alla madre e al bambino nel periodo pre e post natale; il diritto all’istruzione, al gioco, e alle attività ricreative; la protezione dalle discriminazioni razziali o religiose per poter vivere in un clima di comprensione e tolleranza.
La novità assoluta, rispetto alle passate conquiste, la ritroviamo nell’affermazione che, riguardo all'adozione delle misure dirette a promuovere lo sviluppo del minore, l'interesse di quest'ultimo deve essere considerato determinante e centrale.
Questa prospettiva, quindi, pone a fondamento di ogni intervento la centralità del bambino, e di fatto rinforza i diritti alla protezione e all'assistenza dei minori, in quanto potenziali vittime di "forme di negligenza, crudeltà e sfruttamento (artt. 3, 9 e 11)”, e ribadisce la universalità di tale orientamento, in quanto ogni bambino è portatore degli stessi diritti e tali diritti sono universali e interdipendenti, per cui, ogni volta che questi vengono violati, è l'umanità intera che ne soffre, calpestata nella sua dignità.

Anche in ambito europeo riscontriamo una rinnovata e particolare attenzione ai problemi connessi all'infanzia.
La Carta Sociale Europea del 1961 proclamava anch'essa che i bambini e gli adolescenti hanno diritto ad una speciale protezione contro i pericoli fisici e morali ai quali sono esposti e, in seguito, sulle tematiche minorili, ci si è espressi con un forte invito agli Stati a segnalare i casi di maltrattamento e a definire modalità e strategie di intervento in materia.
Per il raggiungimento di tali obiettivi il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, nel 1985, ha approvato una Risoluzione nella quale si ritrovano le stesse raccomandazioni del precedente documento ponendo in maggiore evidenza la necessità di porre misure di prevenzione e monitoraggio dei casi di abuso, di individuazione delle violenze, di aiuto e terapia rivolto a tutta la famiglia e di coordinamento fra i vari servizi.

Nella metà del XX secolo, come accennato in precedenza, è soprattutto la professione medica che inizia ad essere coinvolta seriamente nel problema dell’abuso all’infanzia.
Negli anni ’40 e ’50 sono comparse, nella letteratura scientifica, le prime descrizioni di bambini picchiati.
Silverman, nel 1953, mediante attenti colloqui con le famiglie in cui il bambino presentava diverse fratture ossee, ottiene la confessione da parte dei genitori di essere gli autori dei maltrattamenti.
Anche Woolley ed Evans riportano, in uno studio del 1955, confessioni di negligenze e aggressioni da parte delle famiglie.
E’ determinante il contributo di Kempe e Silverman del 1962 che, in seguito alla ricerca e all’analisi di situazioni di maltrattamento minorile, giunsero alla definizione della “Sindrome del Bambino Maltrattato” (“battered child sindrome”).
La relazione che presentarono comprendeva considerazioni pediatriche, psichiatriche, radiologiche e legali, fornendo anche i primissimi dati sulle dimensioni del problema negli Stati Uniti.
Secondo questo primo approccio interdisciplinare al problema, la "sindrome del bambino maltrattato" poteva essere sospettata in ogni bambino che mostrasse segni di fratture ossee, ematomi, difetti di crescita, edemi dei tessuti molli, lividi, e nei bambini che morissero prematuramente.
Nel 1964 un altro specialista, Fontana, si occupò del fenomeno e estese il concetto di maltrattamento anche a condizioni di malnutrizione, mancanza di cure familiari e al maltrattamento psicologico.
Egli vide nel maltrattamento fisico solo la punta dell’iceberg del fenomeno dell’abuso, ipotizzando, puntualmente, che un bambino vittima di violenza può anche non presentare alcun segno di traumi fisici.
Lo stesso Kempe, nei suoi successivi lavori (1976) ritenne preferibile abbandonare la definizione “battered child sindrome” per sostituirla con “child abuse and neglect” esprimendo meglio gli aspetti del maltrattamento in tutta la loro possibile estensione.

Anche l’Italia, grazie ad un lavoro interdisciplinare di pediatri, psichiatri infantili, psicologi, giuristi e sociologi, si mosse su questa linea di intervento volta alla segnalazione di casi di maltrattamento, e nel 1979 si costituì a Bologna una prima Associazione per la prevenzione dell'abuso all'Infanzia con lo scopo preciso di informare e diffondere le conoscenze acquisite, per promuovere il rispetto e la tutela per l'individuo nel periodo della sua prima formazione e dell'intera età evolutiva, nel riconoscimento che la mancata tutela da qualsiasi forma di abuso possa seriamente comprometterne la piena realizzazione.
Le prime ricerche venivano guardate con sospetto perché si riteneva che il problema dell’abuso fosse circoscritto al mondo anglosassone, come se la società italiana fosse immune rispetto a questo tipo di prevaricazioni.
Di fatto, però, i contributi successivi, confermavano l’esistenza di numerosi casi di violenza, ed è solo nel corso degli anni ’80 che i mezzi di comunicazione cominciarono ad occuparsi dei maltrattamenti in ambito familiare.

ATTIVITA’ PROPOSITIVA (a partire dalla Convenzione sui Diritti del Minore).
Procedendo in campo internazionale, sappiamo che l'attività propositiva delle Nazioni Unite, in materia dei diritti dell'infanzia, ha segnato una nuova, rilevante fase con la Convenzione sui Diritti del Minore, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata anche dall'Italia con la legge 176/91.
Alla base di questo documento, che è il pronunciamento internazionale di maggior rilievo per la tutela dei diritti del minore, sta il presupposto che la debolezza e l'incapacità di affermare un proprio diritto da parte di un soggetto, non autorizzano la minore rilevanza o l'abolizione di quel diritto, ma richiedono anzi di creare e potenziare le strutture protettive e gli strumenti, appunto, di tutela.
Proprio perchè i comportamenti e le decisioni di tutti i soggetti che intervengono nelle realtà minorili si conformino ai principi della Convenzione, si è reso necessario formalizzare, in un articolo della stessa Convenzione (art.42), l'obbligo da parte di tutti gli Stati di far conoscere i principi e le disposizioni contenuti in essa, attraverso i mezzi indirizzati agli adulti e ai bambini.
Quindi, la Convenzione, oltre a definire i diritti di cui devono godere i minori, indica, altresì, misure di protezione del minore, delle quali lo Stato è considerato responsabile direttamente o indirettamente nei casi di eventuali maltrattamenti e negligenze perpetrati dai familiari o da altri, nei suoi confronti.
Tutto questo percorso ha sicuramente rappresentato rilevanti acquisizioni per elaborare una cultura giuridica internazionale di difesa della "cittadinanza" minorile, anche se fattivamente non è facile tradurre l'intrinseca potenzialità della Convenzione di incidere effettivamente sui comportamenti e sugli atteggiamenti degli ordinamenti interni degli Stati in atti finalizzati ad una effettiva tutela dei diritti del minore, soprattutto a causa delle diversità di sviluppo tra le diverse società.

Certamente le realtà delle violenze compiute sui minori fanno parte, come abbiamo precedentemente osservato, della storia dell'infanzia di tutto il mondo e, oggi, la stessa piaga assume forme sempre più gravi e devastanti: la problematica della violenza sessuale e dello sfruttamento sessuale di minori, del turismo sessuale, sviluppatosi negli ultimi vent'anni.
A tale proposito si è svolta a Stoccolma, nell’agosto del 1996, la “Conferenza mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali”.
Tale Conferenza aveva tra i suoi obiettivi di fondo, ripresi dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo, quello di “proporre un'azione coordinata a livello locale, nazionale, regionale e internazionale per porre fine a tale fenomeno poiché lo sfruttamento sessuale rappresenta una forma di coercizione e di violenza esercitata nei confronti dei bambini equivalente ad un lavoro forzato o ad una forma di schiavitù contemporanea, e quindi è una violazione fondamentale dei loro diritti”.11
Questo lavoro è stato ripreso e, nella nostra legislazione, si è concretizzato in un disegno di legge contro lo sfruttamento sessuale dei minori.
Obiettivo primario perseguito dall'Italia, risulta essere, appunto, la tutela dei fanciulli contro ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale a salvaguardia del loro sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale e la legge di cui sopra (269/98) sancisce le “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” in adesione ai principi della Convenzione sui diritti del fanciullo e a quanto sancito dalla Conferenza di Stoccolma.

La nuova cultura a tutela della personalità in formazione, sviluppatasi anche in seguito ad una straordinaria attenzione della politica nei confronti dell’infanzia e dall’adolescenza, ha promosso il fiorire di una serie di nuove strategie volte ad uscire dalla logica politica caratterizzata da un approccio sostanzialmente assistenzialistico e riparatorio ai problemi del minore, per cercare, invece, di sviluppare interventi orientati al sostegno della crescita di tutti i bambini.
E’ stata riconosciuta, in questa nuova attenzione, la via da percorrere per realizzare un’effettiva prevenzione delle forme di marginalità, di disagio e di rischio, a cui sono esposti i minori, soprattutto “per evitare di dover intervenire sulle patologie già esplose di maltrattamento e devianza”.
La strategia di sviluppo della condizione infantile e giovanile non sarebbe stata possibile adottare se il legislatore non avesse considerato, innanzitutto, la necessità di creare nuovi strumenti istituzionali per la conoscenza delle realtà minorili, per l’analisi scientificamente corretta delle varie situazioni e problemi, per la definizione di un’organica strategia politica.
Per questo la legge 451/97 ha ritenuto opportuno:
istituire una Commissione parlamentare per l’infanzia ai quali membri è stato attribuito il compito di monitorare sulla condizione infantile e della adolescenza e di proporre gli adeguamenti normativi ritenuti necessari in linea con le normative europee e internazionali, con particolare riguardo alla Convenzione Internazionale sui diritti del fanciullo;
istituire l’Osservatorio Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, presieduto dal Ministro per la solidarietà sociale e composto da esperti e rappresentanti degli Enti locali e delle Regioni, di associazioni, organismi del privato sociale;
istituzionalizzare il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza per raccogliere tutta la documentazione in materia minorile, analizzare la condizione di vita dei bambini e degli adolescenti, per sostenere l’attività degli operatori sociali del settore;
promuovere lo sviluppo di una rete di informazioni sull’infanzia e l’adolescenza, attraverso misure di coordinamento degli interventi locali di raccolta ed elaborazione di tutti i dati relativi alla condizione dell’infanzia12.
Queste considerazioni non possono che richiamare tutte le istituzioni pubbliche e private (famiglia, scuola, tempo libero, mass-media) poste accanto al bambino per accompagnarlo nel percorso della sua crescita e formazione culturale e sociale, ad assumere pienamente la logica dell’impegno per "garantire lo sviluppo integrale ed armonico" di cui parla la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, per "riconoscere e garantire i diritti del singolo individuo lì dove vive ed opera" e per "rimuovere qualsiasi ostacolo che possa impedire il pieno sviluppo della persona umana prevedendo la piena attuazione di una uguaglianza effettiva per tutti e di una pari dignità sociale" previsti dagli artt. 2 e 3 della Costituzione Italiana.
Diventa quindi primario l'impegno di progettare degli interventi organici e competenti che verifichino il lavoro di tutti gli operatori coinvolti, integrando l'approccio dell’autorità legale con quello assistenziale e terapeutico.
Inoltre, per quel che riguarda la prevenzione, il contenimento e la riduzione del fenomeno del maltrattamento, della violenza o dell'abuso all'infanzia, è necessario un nuovo e più forte approccio multilaterale tra famiglie, scuole, enti locali, volontariato ed associazionismo affinché tutte le Amministrazioni interessate, secondo le proprie competenze, assumano gli impegni necessari per garantire il diritto di ogni minore ai servizi essenziali di base, che attraverso una reale integrazione ne favoriscano lo sviluppo armonico sul piano educativo, culturale e sociale.
Possiamo qui accennare al “Piano d’azione 98/2000”, lavoro effettuato dalla Commissione Nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale di minori, istituita dal Presidente del Consiglio dei Ministri Prodi nel 1998. Questo documento insieme all'approvazione della legge 285/1997 ("Disposizioni per la promozione di diritti e opportunità per l'infanzia e l'adolescenza"), per la realizzazione di strategie organiche e coordinate delle politiche di settore, attraverso un patto capace di coinvolgere le istituzioni pubbliche centrali e locali, il terzo settore e tutta la società civile, costituisce un ulteriore tassello al percorso avviato, al fine di attuare i diritti dei bambini e delle bambine.
Il Piano d’azione fissa alcuni obiettivi politici che si intendono raggiungere, indicandone le specifiche strategie, le priorità d’azione e i mezzi attraverso i quali è possibile raggiungere gli obiettivi.
La Commissione, infatti, si è proposta di individuare e approfondire quali strategie operative possano essere attivate per prevedere modalità integrate di gestione di interventi di protezione del minore e di aiuto alla famiglia; per favorire una cultura interprofessionale e multidisciplinare sull'abuso all'infanzia tra operatori di diverse
istituzioni preposte all'intervento; per migliorare la collaborazione e l'intervento di "rete" tra gli operatori a sostegno delle famiglie maltrattate; per fornire risposte ed aiuto nei confronti di situazioni specifiche ed infine, per promuovere attività di sensibilizzazione della popolazione sul tema dell'abuso all'infanzia e della sofferenza minorile.
Ha inoltre definito che, “per contrastare il fenomeno del maltrattamento, degli abusi e della violenza sessuale, le Pubbliche Amministrazioni con la collaborazione del privato sociale e di tutta la società civile, oltre ad attivare queste specifiche strategie operative individuate, devono avviare un percorso mirato alla conoscenza del fenomeno, a farlo emergere, ad attuare "la presa in carico" del minore, a fare prevenzione e protezione, a diffondere una cultura dei diritti dei bambini e delle bambine ed a responsabilizzare la collettività al rispetto di quei diritti”.
Tutto questo persegue l'alto obiettivo di "rompere il silenzio" in cui
spesso rimangono soffocati sia i bambini, vittime, sia i familiari, e spesso anche gli operatori che hanno scarsi strumenti a disposizione per riconoscere le realtà di abuso e quindi intervenire tempestivamente già dai primi indicatori di rischio, per sostenere il nucleo familiare devastato, sia se l'abuso ha origine in esso, sia se ha avuto luogo all'esterno, per progettare percorsi di riabilitazione affettiva e sociale da proporre alle vittime.















II CAPITOLO

CARATTERISTICHE DEL FENOMENO
E VARI TIPI DI ABUSO

Nel nostro paese l'abuso nei confronti di minori è stato prevalentemente circoscritto alla casistica di competenza medica o giuridica, riducendolo così ai casi più clamorosi, più gravi e quindi meno frequenti e, perciò, ritenuti di scarsa rilevanza sociale.
Fino a quando tale problema non è stato assunto come fenomeno autonomo, ma è stato mantenuto come manifestazione frammentaria ed isolata di singoli fatti, di comportamenti individuali più o meno gravi, il concetto di abuso non è stato di facile definizione.
Negli ultimi tempi le segnalazioni e le denunce di casi di maltrattamento hanno avuto un aumento vertiginoso.
Le maggior parte degli esperti sostiene che questa crescita non vada interpretata come un maggior tasso di violenza nella società moderna o come un preoccupante deterioramento dei rapporti familiari e delle stesse funzione educativa della famiglia; si pensa altresì che questo aumento sia invece dovuto ad una maggiore sensibilizzazione della società nel suo complesso ed alla accresciuta capacità di rilevare le situazioni di maltrattamento da parte degli operatori che lavorano con i bambini1.
Negli Stati Uniti tra l'80 e l'86 il numero delle segnalazioni si è quasi raddoppiato (incremento dal 18,1 al 32,8 su 1000 bambini con segnalazioni effettuate nel 51% da operatori di servizi. I child protection registers Inglese parlano di 41.200 minori segnalati nel 1989, 43.600 nel 90 e 45.300 nel 91 con un incremento del 3,8% nell'89 al 4,2% nel '912).
In linea generale i dati riportati nei registri di sorveglianza specifici attivati in alcuni paesi europei ci forniscono informazioni sulla incidenza delle diverse forme di abuso, quantificabili in un numero che varia da 3 a 6 bambini da 0 a 17 anni su 1000. In Francia i dati dei servizi nazionali parlano di 2,5 casi su 1000 e in Svizzera di 3 su 1000 bambini, in Inghilterra di 5 casi su 1000. I registri nazionali inglesi specificano che sul totale delle segnalazioni, un 44% si riferisce a maltrattamento fisico, seguito da un 28% di abuso sessuale, 21% trascuratezza, 4% di situazioni
a rischio e da un 3% per maltrattamento psicologico non associato ad
altre forme di violenza. In Italia non abbiamo un registro nazionale e le categorie di maltrattamento a cui si fa riferimento presentano ampie differenziazioni. Certamente i dati più realistici, cittadini o regionali, provengono dagli studi di popolazione o dai rapporti di Centri Specialistici (USSI di Brescia, CBM e CAF di Milano, Numero Blu di Cagliari) che quantificano la prevalenza del fenomeno in valori che oscillano da 4 a 6 casi su 1000 e l'incidenza di nuovi casi in circa 0,8 segnalati ogni anno.
Negli Stati Uniti i dati del 1991, sull'incidenza delle vittimizzazione acute (abuso fisico e sessuale, trascuratezza, sequestro nella famiglia da parte di qualche familiare) per la fascia d'età da 0 a 17 anni indicano che 10,5 soggetti su 1000 hanno subito maltrattamenti fisici, 20,2 trascuratezza, 6,3 abuso sessuale, e 2,2 maltrattamento psicologico.
In una ricerca sul comportamento sessuale in Italia condotta nel ’94 dall'Asper su un campione di adolescenti e adulti, emerge che il 10% delle donne e il 6% degli uomini sono stati vittime di abusi sessuali e incesto all'interno della famiglia. Quanto poi alla tipologia delle vittime, le ricerche relative ad altri Paesi già segnalavano che l’abuso inizia in età sorprendentemente basse: 3, 8, 11 anni sono state individuate come le età-rischio. Anche da noi, sempre stando ai dati della già citata ricerca A.S.P.E.R., più della metà delle vittime comincia ad essere abusata prima dei 10 anni, quindi in età presumibilmente pre-pubere3.
Riguardo, inoltre, alla sua durata, specie quando l’abuso è perpetrato in famiglia - da genitori o parenti stretti - sono una rarità gli episodi unici o sporadici, sono invece la regola vittimizzazioni croniche: sempre dalla citata ricerca si ricava che circa il 40% degli intervistati dichiara di aver subìto abuso per più di un anno.
Il panorama è quindi decisamente allarmante: esperienze di vittimizzazione che dissacrano i legami più stretti sono frequenti, protratte nel tempo e vanno ad incidere su giovani soggetti nel pieno del loro percorso evolutivo.
E’ pertanto evidente che i casi che hanno suscitato tanto clamore nelle cronache quotidiane degli ultimi anni non sono che la punta dell’iceberg di un fenomeno di dimensioni sconvolgenti ed è altrettanto evidente che sia indispensabile accettare che questi casi esistano e vadano affrontati, vale a dire che se si vuole veramente aiutare questi bambini è necessario prima di tutto essere pronti a “pensare l’impensabile”4.
La diversa ottica con cui viene osservato il bambino ed i soprusi che può subire, insieme alla nuova cultura e stile di vita, ha tolto il limite, come abbiamo visto dalle precedenti statistiche, secondo cui il maltrattamento infantile era circoscritto a quello fisico e sessuale, per estenderlo ad una visione più ampia in cui vengono presi in considerazione la trascuratezza e gli abusi psicologici, forme di violenza più difficilmente riconoscibili ma a volte molto più gravi e devastanti soprattutto nello sviluppo emozionale e psichico del bambino5.
Secondo la definizione adottata nel 1978 dal IV Colloquio Criminologico del Consiglio d'Europa, per maltrattamento contro i minori s'intendono “…gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettuale e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino".
L'Associazione Italiana per la prevenzione dell'Abuso all'Infanzia, nel 1980 ha definito il concetto di abuso come "…tutte le situazioni continuative anche involontarie, attive o passive, in cui l'individuo, che non ha ancora forza di affermare i suo bisogni naturali e quindi i suoi diritti, viene sopraffatto"6.
E’ spesso difficile “scoprire” la realtà dell’abuso all’infanzia perché chiede a ciascuno di distruggere l’immagine rassicurante che dipinge la famiglia come il luogo dell’amore, degli affetti sicuri...e talvolta solo la presentazione di testimonianze fotografiche emotivamente coinvolgenti (e sconvolgenti…) riesce a rendere credibile l’esistenza del problema.
Il problema, quindi, esiste e, come abbiamo più volte accennato, si presenta in diversi modi.
La classificazione proposta da Kempe è facilmente ricavabile:
violenza fisica
abuso sessuale
maltrattamento psicologico
trascuratezza7
Una precisazione delle varie tipologie è fornita da Francesco Montecchi, neuropsichiatra, che propone una classificazione degli abusi, supportata essenzialmente dalle esperienze cliniche svolte dal Servizio di Psichiatria e Psicoterapia dell’Ospedale pediatrico “Bambin Gesù” di Roma, da lui diretto.
Egli distingue tre forme principali di abuso:
1. Maltrattamento:
fisico: forma più manifesta e facilmente riconoscibile e la meno dannosa se non mette a repentaglio l’incolumità del bambino;
psicologico: è forse l’abuso più difficile ad essere individuato, se non quando ha già determinato gli effetti devastanti sullo sviluppo della personalità del bambino.
2. Patologia della fornitura di cure. Un tempo identificata dall’incuria, in realtà oggi viene individuata non solo nella carenza di cure ma anche nella inadeguatezza delle cure fisiche e psicologiche offerte, comprendendole sia nel senso quantitative che qualitativo; si distinguono le seguenti forme:
incuria, intendendo la carenza di cure fornite;
discuria, quando le cure seppur fornite sono distorte, inadeguate se rapportate al momento evolutivo del bambino;
ipercura, quando viene offerto in modo patologico, un eccesso di cure.
3. Abuso sessuale. Tale forma di abuso è onnicomprensiva di tutte le pratiche sessuali manifeste o mascherate a cui vengono sottoposti i minori e comprende:
abuso sessuale intrafamiliare. Non riguarda solo quello comunemente considerato tra padri o conviventi e figlie femmine, ma anche quello tra madri e figli maschi, tra padri e figli maschi nonché forme mascherate in inconsuete pratiche igieniche;
abuso sessuale extrafamiliare. Interessa indifferentemente maschi e femmine e riconosce sempre una condizione di trascuratezza intrafamiliare che porta il bambino ad aderire alle attenzioni affettive che
trova al di fuori della famiglia8.
Secondo la letteratura specializzata i maltrattamenti dei bambini all’interno della famiglia possono consistere in comportamenti attivi od omissivi. Nei primi rientrano la violenza fisica (in cui il minore è oggetto di aggressioni da parte dei familiari - percosse, lesioni, ecc.), l’abuso sessuale (che vede il minore coinvolto in atti sessuali che
presuppongono violenza o ai quali egli non può acconsentire con consapevolezza) e la violenza psicologica (quando il minore è vittima di reiterate aggressioni verbali o subisce degli atteggiamenti gravemente svalutativi). Fra i maltrattamenti omissivi rientrano la trascuratezza e la carenza di risposte ai bisogni fisici e/o psicologici che possono andare fino al totale abbandono9.
La violenza fisica è quindi un’azione fisicamente dannosa per il bambino.
Nel 1970 D.G.Gil ha proposto la seguente definizione: “si possono considerare maltrattamenti fisici ai bambini quegli atti che, attraverso l’uso intenzionale, non accidentale, della forza fisica o attraverso omissioni intenzionali, non accidentali, da parte del padre o della madre, o di chiunque si trovi nella condizione di occuparsi di un minore, siano destinati a farlo soffrire, ferirlo o ad ucciderlo”10.
Quest’ambito del maltrattamento è il più conosciuto poiché la diagnostica delle lesioni fisiche ha fatto grandi progressi. I medici, soprattutto nord americani, si sono impegnati in materia di ricerche cliniche che, partendo dai lavori di Kempe, nel 1980, definiscono quadri sindromici complessi caratterizzati da aggressioni, comportamenti violenti che vanno dalle lesioni corporee più o meno gravi e durature, alla morte.
Le lesioni conseguenza di un maltrattamento fisico devono essere distinte da quelle derivanti da un incidente.
Per una esatta identificazione del maltrattamento11 alcuni elementi generali, comunemente presenti in corso di maltrattamento fisico, devono essere ricordati preliminarmente. Ad esempio, elementi suggestivi sono il ritardo nel cercare aiuto medico, il racconto vago, povero di dettagli e variabile da persona a persona di quanto sarebbe accaduto, la descrizione della dinamica dell'incidente all'origine delle lesioni non compatibile con la loro tipologia, sede, estensione e gravità. Anche l'atteggiamento del genitore, che presenti un comportamento ed un coinvolgimento emotivo non adeguati alle circostanze ed alle condizioni del bambino, che si dimostri oppositivo e ostile oppure l'atteggiamento del bambino triste, impaurito o viceversa iperattivo, incontenibile, possono suscitare ragionevoli perplessità. Infine la storia di numerosi incidenti o ricoveri precedenti, di maltrattamenti già diagnosticati per altri fratelli o di violenza intrafamiliare nota costituisce elemento di grave rischio.
Oltre alle lesioni traumatiche un altro tipo di lesioni frequentemente presenti nel maltrattamento fisico è dato dalle ustioni.
Anche per le ustioni volontarie, come per le accidentali, i liquidi bollenti (specie acqua) costituiscono le modalità principali; sono frequenti anche le ustioni da sigaretta, da fiamma e da elettricità. Oltre alle caratteristiche delle lesioni, sono rilevanti elementi diagnostici i comportamenti dei genitori, specie la madre, ostile, negante l'accaduto, spesso depressa, senza alcun senso di colpa per quanto successo, non adeguata nella reazione emotiva rispetto all'accaduto ed alle condizioni del figlio. La genericità del racconto, come l'attribuzione delle responsabilità ad altro (il fratello, la sorella) o allo stesso bambino, o l'affermazione di non sapere cosa possa essere successo, sono ancora elementi diagnostici di rilievo e frequentemente presenti.
Mentre la sindrome del “bambino picchiato” (“battered child syndrome”) suggerisce delle sevizie o espressione fisica, la sindrome da “privazione” o trascuratezza fa riferimento agli abusi passivi, legati a grave negligenza che mette in pericolo la crescita del bambino e/o il suo sviluppo intellettivo, affettivo e sociale12.
Questa forma di maltrattamento costituisce il quadro più frequente nel nostro Paese, sia come unica componente dell'abuso, sia frammista a forme di violenza fisica e sessuale.
Il quadro clinico presenta gradi diversi di alterazioni dello stato generale, ritardi dell'accrescimento e dello sviluppo psicomotorio, alterazioni del comportamento più o meno associate a segni esteriori di carenze di cura, come scarsa igiene, inadempienza dell'obbligo scolastico, ecc.
Le turbe delle condotte, come vedremo in seguito, sono tipiche dell'abuso psicologico o emozionale, ma s'incontrano anche nei “neglect” essendo comunque pressoché impossibile che un grave quadro di trascuratezza o deprivazione non comporti anche un maltrattamento emozionale conseguente alla mancanza di cure amorevoli da parte dei genitori13.
Per trascuratezza si intende una incapacità genitoriale a comportarsi adeguatamente per la tutela della salute, della sicurezza e del benessere del bambino non provvedendo agli elementi essenziali per lo sviluppo psichico, fisico ed affettivo delle potenzialità della persona. Si riscontrano insufficienze nutrizionali, negligenze nelle cure mediche ed igieniche, mancanza di protezione del bambino dai pericoli fisici.
La personalità e lo sviluppo di un bambino si realizzano attraverso fasi
molto diverse tra loro, ciascuna delle quali ha delle caratteristiche e dei bisogni psichici e fisici specifici; il genitore attento e comprensivo è sensibile a questi bisogni e modula su di essi il suo comportamento e le sue richieste nei confronti del figlio. Talvolta però ciò non si realizza, perché inconsapevolmente i genitori non riescono a comprendere e quindi ad adeguarsi alle necessità del bambino in quel particolare momento.
“I bambini non curati appaiono pigri, demotivati, sempre stanchi, con
scarso rendimento scolastico e disturbi dell’attenzione. In realtà sono bambini fondamentalmente tristi, che non hanno energie da investire in tali attività e si comportano da pseudo-insufficienti”14. Sono, inoltre, soggetti ad avere molti infortuni domestici, non essendo in grado di percepire il pericolo poiché non hanno una esperienza di contenimento da parte dei genitori (per esempio ingestione di sostanze tossiche). Questo per quel che riguarda l’incuria.
La discuria, invece, è, come abbiamo precedentemente accennato, la distorsione della prestazione della cura; le cure vengono effettuate, ma non sono adeguate al momento evolutivo.
Sin dai primi giorni di vita si sviluppa tra i genitori e i figli una relazione reciproca, in cui il genitore fornisce le risposte più adatte ai bisogni del bambino e a sua volta viene gratificato dalle attività del bambino. Anche se è soprattutto in famiglia che i bisogni infantili vengono riconosciuti come tali, è sempre nella famiglia che il bambino soffre per la manipolazione di questi bisogni che diventano funzionali a soddisfare le aspettative degli adulti che lo circondano. Il bambino è “normale” per i genitori solo (e quasi sempre) quando il suo comportamento coincide con le loro aspettative, laddove queste ultime sono spesso il volerlo simile il più possibile all’immagine che essi hanno, o hanno avuto, di se stessi o del proprio ideale. Il bambino viene vissuto come una proprietà su cui realizzare determinati scopi e in questo caso la sua crescita vitale subisce una violenta interruzione. Molto spesso i genitori sono ignari del male che stanno facendo al proprio figlio e spesso pensano, anzi, di agire per il suo bene. Si assumono perciò alcuni comportamenti che non hanno alla base la capacità di ascolto dei bisogni dei propri figli per poter modulare su di essi gli atteggiamenti educativi. Questi comportamenti possono essere: anacronismo delle cure: l’atteggiamento sarebbe corretto se il bambino fosse in uno stadio evolutivo diverso; imposizione di ritmi di acquisizione precoci: il ritmo del bambino nei primi anni di vita non è in perfetta armonia con le abitudini degli adulti; aspettative irrazionali: vengono richieste ai propri figli delle prestazioni superiori alla norma o alle reali possibilità del bambino e, ossessivamente, il proprio figlio deve essere il più bravo in qualsiasi attività intraprenda.
L’attuale enfatizzazione, specie da parte dei mezzi di comunicazione di massa, delle violenze fisiche e sessuali sui minori, rischia a volte di nascondere e giustificare una rimozione collettiva del ben più corposo fenomeno delle molte violenze non fisiche che si abbattono sui soggetti in formazione. Sono tutte quelle nuove e sottili forme di violenza psicologica che, talvolta ancora più pesantemente, distruggono le giovani generazioni; le “onnipotenze adulte” che quotidianamente vengono esercitate e rischiano di bloccare e di pregiudicare gravemente il processo di maturazione; tutte quelle trascuratezze che isteriliscono l’itinerario costruttivo di una personalità (come abbiamo visto nella descrizione della tipologia della trascuratezza); quelle condotte, infine, che alterano in modo duraturo e definitivo i sentimenti di dignità personale che ogni essere umano deve possedere15.
Parliamo di bambini non fisicamente abusati, ma egualmente terrorizzati, bloccati, umiliati, devastati, resi vulnerabili e non riconosciuti nella loro sensibilità psicologica.
Di fatto si tratta di una forma di violenza molto più subdola di quella fisica e sessuale e spesso i suoi confini sono sfumati, confondendosi da una parte con atteggiamenti pedagogici rigidi e dall’altra con atteggiamenti inadeguati per incuria e queste caratteristiche ne rendono difficile sia l’individuazione che il trattamento16.
Già trattando il quadro della trascuratezza abbiamo introdotto alcuni elementi clinici che concorrono a determinare il quadro di maltrattamento emozionale o psicologico, quali i deficit dello sviluppo psicomotorio e le turbe della condotta.
Nei casi estremi, il ritardo dello sviluppo può essere talmente accentuato da comportare un quadro drammatico in cui il bambino appare del tutto apatico, in posizione fissa, indifferente a quanto gli accade intorno. Più frequentemente nella prima infanzia si assiste a quadri di scarso tono muscolare generalizzato con difficoltà nelle motricità sia fine che grossolana, ritardi nelle acquisizioni psichiche, nel linguaggio e nel controllo degli sfinteri. Il quadro clinico migliora quando il bambino viene allontanato dalla famiglia a patto che la forma non sia ancora evoluta nei quadri più estremi.
I disturbi delle condotte si presentano in genere molto precocemente. I genitori raccontano che il bambino è stato sempre irritabile, fin dai primi
giorni, con difficoltà a mantenere ritmi di vita regolari. Questi bambini tendono ad evitare il contatto fisico con i genitori e perfino quello visivo, sfuggendo allo sguardo e non ricercandolo. Si manifesta a poco a poco uno stato di sorveglianza quasi frenata, in cui il bambino controlla ogni sua attività motoria, verbale, relazionale evitando di lanciare messaggi che possano irritare e turbare il genitore. D'altro canto alcuni tendono a ricercare avidamente il contatto con altri adulti, apparendo superficialmente "socievoli" e gratificanti per il chi abbia l'incarico di occuparsi saltuariamente di loro. L'evoluzione successiva può presentare due quadri apparentemente opposti: il primo dell'agitazione, iperattività, opposizione e aggressività; il secondo della depressione, apatia e passività fino a quadri che evocano l'autismo.
A questo contesto si associano pressoché costantemente gravi alterazioni del sonno e delle condotte alimentari e turbe del controllo degli sfinteri.
Nei bambini più grandi gli aspetti di passività e inibizione oppure quelli di aggressività e instabilità psicomotoria si accentuano sensibilmente, innescando un circolo vizioso di provocazioni e punizioni conseguenti. Nella preadolescenza e adolescenza si possono manifestare gravi episodi, come incidenti ripetuti, fughe e tentativi di suicidio. In età scolare le gravi difficoltà di apprendimento sono spesso il motivo per cui tali bambini giungono all'osservazione dei medici e dei servizi17. Questo tipo di violenza quasi mai viene esercitata in modo diretto, ma si sviluppa attraverso messaggi ambigui e paradossali, dai quali il bambino non è assolutamente in grado di difendersi.
Se infatti per un bambino è possibile strutturare una propria personalità, pur se in termini oppositivi, di fronte ad una violenza fisica, nel momento in cui si trova di fronte a qualcosa che non ha caratteristiche definite, ma che coinvolge e sconvolge il suo universo emotivo, il suo processo evolutivo subisce una distorsione, trovando difficoltà nella strutturazione del Sé, anche in chiave difensiva.
Per abuso sessuale, infine, si intende lo sfruttamento sessuale di un bambino o adolescente, dipendente e/o immaturo sul piano dello sviluppo, inclusi la prostituzione infantile e la pornografia. In questa tipologia, ovviamente, rientrano i casi di abuso e sfruttamento sessuale dell’infanzia, il turismo sessuale a danno di minori.
“Qualunque tipo di coinvolgimento in attività sessuali di soggetti
minorenni, ai quali manca consapevolezza delle proprie azioni e capacità di scegliere, è abuso sessuale”18. Rientrano, quindi, nell'abuso sessuale all'infanzia tutti quei casi in cui non può esservi un libero e consapevole consenso del bambino.
Per un vero consenso è necessaria sia la conoscenza di ciò che si sta per fare in tutte le sue implicazioni, sia la libertà interiore di potersi autodeterminare nell'atto che si sta per compiere. Nel bambino non possono realizzarsi queste due condizioni perché, anche se ci può essere conoscenza intellettiva di ciò che fa, non c'è ancora sufficiente capacità di gestire le proprie pulsioni istintuali e affettive e non c'è la possibilità di sottrarsi alla suggestione o alla costrizione psicologica dell'adulto. Se questi riveste nei confronti del bambino una posizione connotata di autorità e di fiducia, la situazione rende impossibile al bambino sostenere un rapporto paritario, perché il livello di maturazione ancora incompleto, gli fa considerare questa situazione solo come una possibilità di essere curato e amato da una figura adulta.
L'abuso sessuale, del resto, molto più frequentemente di quanto si suppone, in famiglia non è esercitato in modo manifesto, ma si maschera dietro l'apparenza di cure mediche o igieniche particolarmente accurate da parte dei genitori. I bambini, quindi, non hanno la percezione di un fatto traumatico se non molto tempo dopo che questa subdola forma di violenza è stata esercitata. Molti abusi, infatti, mai denunciati, emergono a posteriori nel ricordo di adolescenti e giovani adulti durante trattamenti psicoterapeutici intrapresi per altri motivi.
Stefano Marinucci, neuropsichiatra infantile propone un’ulteriore differenziazione delle varie forme di abuso sessuale importante sia per le conseguenze sullo sviluppo psichico che per le diverse modalità di accoglienza e di trattamento da parte del sistema dei servizi:
a) Abuso sessuale extrafamiliare da parte di un adulto.
Interessa indifferentemente sia le femmine sia, con frequenza leggermente minore, i maschi. Si tratta molto spesso di singoli episodi, di solito subito denunciati all'autorità giudiziaria. L'elemento da prendere in considerazione è che, spesso, alla base di queste esperienze c'è una condizione di trascuratezza da parte della famiglia, cosa che spinge il bambino a ricercare e ad accettare da estranei le attenzioni affettive che non trova all'interno del proprio nucleo.
b) Abuso sessuale extrafamiliare da parte di coetanei.
È sicuramente la forma meno drammatica, in quanto molto spesso si tratta di una trasformazione sessualizzata dei giochi infantili. Ha, però, un rilievo importante, quando si verifica in adolescenza perché va interpretato come spia di un disagio giovanile che scivola verso forme di devianza o di vera psicopatologia.
c) Abuso sessuale intrafamiliare da parte di un genitore.
È la forma più frequente, ma non si tratta solo dell'abuso comunemente considerato di un padre su figlie femmine; è molto frequente anche l'abuso perpetrato da padri e madri su figli maschi e, più raramente, da madri su figlie femmine. È la forma di abuso che viene meno denunciata e che spesso è scoperta per caso durante consulenze familiari per altri motivi.
Nel 70% dei casi esiste una psicopatologia di uno o di ambedue i genitori e, trattandosi di solito di episodi ripetitivi iniziati già in giovane età, si hanno effetti devastanti sullo sviluppo psicologico dei figli coinvolti, innescando in loro comportamenti anomali già nei primi anni di vita. In questi casi è di estrema importanza un rilevamento precoce del disagio familiare, perché l'esito inevitabile per i minori è l'evoluzione verso disturbi di personalità in adolescenza.
d) Abuso sessuale da parte di altri parenti.
Interessa indifferentemente sia i maschi che le femmine. Se l'abuso è commesso da un adulto va considerato alla stessa stregua dell'abuso extrafamiliare.
e) Abuso con immissione nei circuiti economici della prostituzione e della pornografia.
Sono i casi più difficili da trattare. Esiste sempre a monte una condizione di grave degrado sociale e di problematiche psicologiche con l'aggravante del vantaggio economico. Se la situazione dura da molto tempo, spesso nel bambino si è già organizzata una personalità sociopatica con persistenza nell'età adolescenziale di forme di prostituzione ed evoluzione verso forme di delinquenza minorile19.
La forma più frequente di abuso sessuale è, quindi, data dall'incesto, cioè atti sessuali o a sfondo sessuale tra parenti prossimi, generalmente padre figlia, zio/nonno - nipote, fratello - sorella e più raramente padre - figlio e madre - figlio. L'incesto può avvenire in un clima di atto violento, accompagnandosi a lesioni fisiche, oppure, assai più frequentemente, in un contesto di seduzione e segreto, in assenza di lesioni fisiche rilevabili. L'età di maggior rischio è quella compresa fra i 7 e i 10 anni, anche se può manifestarsi in bambini molto più giovani o in adolescenti. Le femmine sono molto più colpite dei maschi. Condizioni familiari a rischio sono date dall'alcolismo, l'isolamento, la povertà culturale e materiale, ma certamente gli aspetti patologici della personalità del perpetratore e del suo legame con la vittima costituiscono gli elementi causali determinanti.
Spesso, nei casi di incesto padre-figlia, si tratta di una situazione in cui si è creata una distanza emotiva tra madre e bambina. Il padre è una figura più calda, più affettiva ed è all’interno di questa configurazione che egli può approfittare della situazione. L’ “imbroglio” di cui è vittima la bambina è terribile perché da un lato sente che ciò che le viene richiesto è sbagliato, dall’altro il padre, del quale si fida e che colma in parte il suo vuoto affettivo, cerca di convincerla della liceità del rapporto, tranne poi costringerla con minacce, ricatti, promesse al segreto20.
L'alleanza tra sorelle e il tentativo della maggiore di proteggere la minore sono spesso i meccanismi che portano alla rivelazione dell'abuso. In effetti il clima di timore, ma più spesso di seduzione, è tale che difficilmente il bambino violerà il vincolo del segreto che lo lega al perpetratore, che spesso ama moltissimo e che teme di perdere.
Esistono tutte le premesse per il crearsi di una situazione ad alto rischio per il benessere presente e futuro delle piccole vittime, e il rischio si trasforma quasi sempre in danno effettivo.
Le violenze sessuali sui minori denunciate nel nostro Paese sono in vertiginoso aumento tra il 1996 e il 1998: 306 nel 1996, 470 nel 1997, 534 nel 1998, con un lieve calo nel 1999 (511). Negli ultimi due anni le denunce sono cresciute nell’ordine delle migliaia di casi. Secondo Telefono Azzurro ogni giorno due minori sono oggetto di abuso sessuale.

Dopo questa carrellata in cui ci siamo soffermati sulle diverse tipologie nelle quali si può manifestare l’abuso a danno dei minori, possiamo concludere che la violenza, quale che sia la sua connotazione costituisce sempre “un attacco confusivo e destabilizzante alla personalità in formazione di un bambino e perciò provoca gravi conseguenze a breve e lungo termine sul processo di crescita”.
Il trauma, infatti, se non rilevato, diagnosticato e curato, può produrre, come abbiamo più volte precisato, disturbi psicopatologici o condotte di devianza nell’età adulta.
Le diverse forme di maltrattamento possono, allora, a ragione, essere considerate eventi traumatici acuti o cronici, i cui effetti non sono certo limitati nel tempo, ma continuano a manifestarsi anche nell’adolescenza e nell’età adulta. E, siccome l’abuso e la violenza non restano episodi isolati, si ripetono, colpiscono in modo imprevedibile, non possono essere controllati né evitati, questi bambini finiscono per provare sentimenti complessi, ambivalenti e confusi. La continuità del trauma aggrava la situazione psicologica del bambino, produce cambiamenti nella personalità, deformazioni delle relazioni e nell’identità e una vulnerabilità alla reiterazione di esperienze simili21.
La vittima presenta segni e sintomi tipici della cosiddetta “Sindrome da Stress Post traumatico”; pertanto paura, angoscia si manifestano in incubi, attraverso i giochi, definiti appunto post traumatici, nei quali il bambino ripete, spesso in modo simbolico, aspetti dell’abuso; nei bambini più piccoli si presenta la perdita di capacità già acquisite come il controllo degli sfinteri, il linguaggio, le abilità motorie, segnali di ipervigilanza e di difficoltà a concentrarsi; altri sintomi di disagio sono spesso la perdita di interessi e un brusco calo nel rendimento scolastico.

Riepilogando risulta altresì evidente che le manifestazioni concrete dell’abuso si caratterizzano per alcuni elementi generalizzabili:
sono presenti in tutto il Paese, in misura diversa e con caratteristiche diversificate;
possono essere attive (maltrattamenti, sevizie, ecc.) oppure passive (mancanza, carenza di cure, ecc.);
possono influenzare, con conseguenze spesso irreversibili, le aree non direttamente colpite (lesioni fisiche verso l’area psico-affettiva, carenza o rifiuto affettivo che produce anoressia, ecc.);
possono produrre danni a distanza di tempo, anche remoto, condizionando la vita adulta;
possono essere di difficile identificazione, specie quelle operanti nella sfera psico-affettiva;
vengono attuate sia nella sfera privata (famiglia) sia nelle istituzioni22.

CAUSE DEL FENOMENO
La ricerca in tema di maltrattamento e di abuso all’infanzia si sofferma poi sulle cause che determinano tale fenomeno. Più che cause, però, oggi si preferisce parlare di fattore o “situazioni di rischio”23.
Tra i fattori predisponenti individuali possiamo ricordare, ad esempio, la familiarità, da parte dei genitori, con un certo tipo di pratiche educative esperite nella famiglia di origine, nonché eventuali esperienze di maltrattamento vissute durante l’infanzia, oppure ancora l’incapacità di far fronte allo stress. Talvolta a determinare una condizione di abuso è soprattutto il grado di incompetenza genitoriale.
A livello sociale, poi, la famiglia può trovarsi in difficoltà rispetto alle condizioni abitative, occupazionali o amicali e sociali.
Questi fattori predisponenti possono essere sollecitati da situazioni di crisi, quale ad esempio la morte di un coniuge, una grave malattia, una separazione, l’aggravarsi delle condizioni economiche.
La valutazione di questi fattori di rischio è importante, ma non sufficiente; la famiglia e l’individuo possono reagire al loro impatto in maniera diversa. Nei momenti di crisi occorre comunque porre estrema e precoce attenzione ai segnali di disagio che ogni nucleo familiare tenta di rappresentare.
Inizialmente si era ipotizzato che i fattori di rischio che possono determinare il comportamento abusante nei confronti dell’infanzia fossero le caratteristiche delle famiglie cosiddette “multiproblematiche”, dalla forte chiusura verso l’interno. Ma il rischio di abuso per il bambino può verificarsi non soltanto all’interno di tali famiglie.
Quattro fattori sono stati particolarmente correlati al sorgere della violenza all’interno delle mura domestiche24: ciclo della violenza, il family stress, il livello socio-economico, e l’isolamento sociale.
Il primo fattore trova la sua ragione soprattutto nello studio dell’interazione adulto-bambino, genitore-figlio.
Bowlby25 in un suo recente articolo afferma che l’adulto capace di offrire cure sensibili ed amorevoli al bambino lo aiuta a sviluppare fiducia negli altri, sicurezza in sé stesso, coraggio nell’esplorare il mondo, ad essere collaborativo con chi lo circonda, empatico e di sostegno per chi è in difficoltà. L’attaccamento quindi da un lato sviluppa un solido legame affettivo (vicinanza) tra i soggetti della relazione e dall’altro predispone la capacità di tollerare la perdita (separazione) nel lasciarlo evolvere mantenendo la fiducia e la vitalità di base (basic trust) che sono caratteristiche delle relazioni umane sane.
“Quando al contrario, al comportamento di attaccamento del bambino, l’adulto risponde lentamente e malvolentieri, il bambino può attaccarsi in modo ansioso per paura che chi lo accudisce scompaia o non sia di aiuto nel momento del bisogno...Se inoltre è rifiutato attivamente dagli adulti che lo accudiscono può sviluppare un modello di comportamento in cui l’evitamento compete con il desiderio di vicinanza e di cure ed il comportamento di rabbia tende a divenire predominante”26.
Bowlby, proprio per l’importanza che queste prime relazioni assumono durante la crescita, avanza l’ipotesi della esistenza di una ciclicità negli stili relazionali all’interno delle storie delle famiglie. Infatti, se le prime relazioni sono il modello per quello future, difficilmente chi non ha avuto uno spazio di accoglienza potrà offrirne ad altri.
Il primo legame, primo anello della catena della violenza intrafamiliare sembra proprio essere rappresentato dal genitore reso fragile dalla mancata esperienza di una reale ed adeguata relazione di attaccamento nella propria infanzia27.
Le famiglie in cui la vita della coppia genitoriale abbia vissuto esperienze nell’infanzia di prolungata separazione, da minacce di abbandono, da fallimenti nel tentativo di stabilire comunicazioni con gli adulti difficilmente potranno offrire ai figli ciò che esse non hanno sperimentato.
Inoltre il bambino osserverà che chi lo ama è anche colui che lo picchia e per difendersi in questa situazione paradossale non potrà che identificarsi con l’aggressore, perpetuando un modello relazionale violento28.

In una ricerca per verificare questa ipotesi, Straus, Gelles e altri29 hanno utilizzato una comparazione di famiglie che dichiaravano di avere alle spalle genitori violenti e altre cosidette normali. I risultati hanno dimostrato che gli uomini che nelk passato avevano visto il proprio padre picchiare la madre erano a loro volta maneschi nel 35% dei casi rispetto al 10 % degli altri; per le donne invece le percentuali assumono i seguenti valori: 26% per coloro che avevano assistito ad episodi di aggressione rispetto all’8% delle altre.
Per quanto rigiuarda il “family stress” una ricerca significativa è quella condotta da Straus ed altri nel 198030 con lo scopo di verificare la correlazione esistente tra la violenza e il numero di eventi stressanti che hanno coinvolto la famiglia.
L’evento stressante è definito come “qualsiasi evento perturbante in grado di provocare un cambiamento nel sistema familiare. Lo stress è una funzione della risposta che la famiglia dà all’evento stressante; in poarticolare, può essere definito come la tensione residua che il sistema familiare non è stato in grado di risolvere”31.
Le famiglie del campione erano 1235 con un figlio di età compresa tra i 3 e i 17 anni; erano invitate ad elencare il numero degli eventi stressanti vissuti negli anni precedenti la ricerca, scegliendoli in una lista di 18. Gli autori hanno così potuto verificare una correlazione tra il numero degli eventi stressanti e la percentuale di violenza agita in famiglia.
Il terzo fattore è legato, come abbiamo detto, allo status socio-economico della famiglia. In presenza di uno status socio-economico non ottimale, i soggetti non possiedono una chiara identità personale e il gruppo sociale di appartenenza non è sufficientemente forte per fornire sostegno ed una chiara indicazione circa i compiti e le funzioni dell’individuo all’interno della società e della famiglia. In questa situazione la famiglia sperimenta una vera e propria deprivazione nell’organizzazione della sua vita, non riuscendo a costruire quei modelli relazionali che, pur flessibili e variabili, costituiscono un necessario punto di riferimento per ogni componente del nucleo. Queste famiglie spesso non sono inserite nel contesto ambientale in cui vivono e sperimentano un totale isolamento che le porta ad irrigidire i propri confini, opponendosi ad ogni stimolo o pressione che proviene dall’esterno. Anche all’interno della famiglia le alleanze tra i membri del sistema sono spesso o troppo rigide o troppo vaghe: il potere “ha una distribuzione indefinita e scoordinata...Un genitore non può garantirsi né esercitare il potere se non con la forza ed è probabile che una madre, ad esempio, debba urlare e picchiare i figli di continuo per farsi ubbidire”32. In queste famiglie esiste un forte controllo dei rapporti interpersonali ed i membri cercano costantemente di esercitare il potere sugli altri anche attraverso l’uso della forza.
L’ultimo fattore, l’isolamento sociale, tende a sottolineare l’importanza del territorio e delle agenzie sociali per la crescita di ogni

essere umano. Ancora nella ricerca di cui sopra, gli autori hanno evidenziato che le famiglie costrette a cambiare luogo di residenza in tempi brevi hanno una percentuale di violenza contro i bambini del 13% superiore a quella delle altre famiglie: la mancanza di una rete sociale, di un territorio condivisibile con altri, chiude nella sfera del privato ogni problema che può essere così esasperato fino ad esplodere in comportamenti violenti.











III CAPITOLO

ASPETTI GIURIDICI E FORMATIVI

Nell’inquadrare il problema del maltrattamento e dell’abuso all’infanzia all’interno di una cornice giuridica dobbiamo innanzitutto osservare che, dall’approvazione del primo Piano d’azione del governo per l’infanzia e l’adolescenza (istituzionalizzato dalla legge 451/97 che esige la redazione ogni due anni di un programma di interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza), si coglie una significativa evoluzione delle politiche a favore dei minori, che ha comportato un incremento sensibile degli strumenti a tutela dei bambini e delle bambine che vivono in Italia.
L’individuazione dei bisogni essenziali al compiuto sviluppo umano dell’infanzia e dell’adolescenza ha favorito e promosso, sia a livello di amministrazione centrale, regionale e locale, il riconoscimento che questi devono essere garantiti innanzitutto con un’adeguata tutela giuridica: attraverso una serie di leggi (le già citate l. 285/97 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” e 269/97 “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori”) si è provveduto ad enunciare alcuni diritti di cui il fanciullo è titolare e portatore, non ultimo il diritto alla protezione e alla tutela da ogni forma di maltrattamento che attenti alla sua integrità personale impedendone il percorso di maturazione globale.

L’intervento legislativo ha, quindi, perseguito l’obiettivo di contrastare la cultura che tollera gli abusi e, soprattutto con la legge 269/98 ha coperto dei vuoti che lasciavano spazio a manifestazioni perverse, a danno di minori, configurandole come “nuove forme di schiavitù” (prostituzione minorile, mondializzazione della pedofilia, iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile).
La nuova legge ha introdotto nuovi punti che vale la pena sottolineare perché danno anche la misura di quanto grave venga riconosciuto questo reato che provoca un effetto devastante nel mondo emotivo e psichico del minore. Sono riconosciuti reati specifici di prostituzione minorile e di tratta di minori per la prostituzione e sono stabilite, per chi induce e sfrutta la prostituzione di un minore, delle pene proporzionalmente più elevate quanto più l’età del minore è bassa. Il cliente è anche soggetto del reato partendo dal presupposto che il versare un corrispettivo per atti sessuali sia una forma di abuso di minore1.

IL DIFENSORE CIVICO E LA RIFORMA DELL’ORDINAMENTO GIUDIZIARIO MINORILE
Si è così venuta sviluppando, specie negli ultimi anni, un’ampia strategia politica, a livello nazionale e locale, per predisporre condizioni e costruire strumenti che consentissero, non solo al bambino con problemi ma anche a quello cosiddetto normale, l’effettivo appagamento dei propri bisogni.
I provvedimenti legislativi più ampi e significativi relativamente alla nostra questione sono l’istituzione di un difensore dell’infanzia, richiesto sia dalla Comunità Internazionale che da quella Europea, e una radicale riforma dell’ordinamento giudiziario minorile2. L’opportunità di istituire una nuova figura di difensore civico dell’infanzia risponde pienamente ad un piano di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza; consiste nell’istituzione in ogni Paese di un organo di rappresentanza e tutela degli interessi e dei diritti dei soggetti appartenenti a questa fascia d’età allo scopo di riceverne le richieste e le lamentele e di vigilare sull’applicazione delle leggi che la proteggono, nonché di informare e orientare l’azione dei pubblici poteri a favore dei diritti del fanciullo (dalla risoluzione n. A3-0172/92 del Parlamento Europeo).
Nel 1996, in occasione dell’Assemblea dei parlamentari del Consiglio d’Europa, viene ancora raccomandata “l’istituzione di una “struttura” capace di assumere le responsabilità necessarie per migliorare la vita dei bambini, accessibile al pubblico attraverso ogni strumento come un servizio locale”, e “capace di effettuare il controllo dell’effettivo rispetto della normativa vigente e dei diritti del fanciullo” (nn. 7 IV, 24).
Per queste sollecitazioni, ma anche per le carenze di adeguata tutela proprie del nostro ordinamento giuridico, si è da tempo insistito sulla opportunità di istituire tale organo di garanzia per il minore.

Nel D.D.L. del 14 settembre 2001 leggiamo quali sono le funzioni del difensore civico:
diffondere la conoscenza dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;
accogliere le segnalazioni provenienti da persone anche di minore età, dalle famiglie, da associazioni o enti, in ordine a casi di violazioni dei diritti e fornire indicazioni sulle modalità di tutela e di esercizio di tali diritti;
rappresentare i diritti e gli interessi dell’infanzia e dell’adolescenza presso tutte le sedi istituzionali;
collaborare agli interventi di raccolta e di elaborazione di tutti i dati relativi alla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in ambito regionale;
predisporre una relazione annuale al Consiglio regionale o provinciale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza nelle Regioni o province autonome, sui servizi e sulle risorse presenti sul territorio finalizzate a corrispondere alle esigenze delle persone di minore età, nonché sulle attività e sugli interventi svolti; le regioni assicurano forme di pubblicità della relazione suddetta presso le Amministrazioni pubbliche competenti, operanti nel territorio regionale;
curare la realizzazione di servizi di informazione destinati all’infanzia e all’adolescenza, eventualmente anche attraverso un servizio di ascolto telefonico3.
Il difensore civico, interviene, perciò, con segnalazioni, raccomandazioni e interventi giurisdizionali nella mancata tutela degli interessi diffusi dell’infanzia e dell’adolescenza che si esprime, per esempio, nel mancato rispetto delle leggi sui manifesti pubblicitari che possono turbare la sensibilità del minore o sulla violazione di norme di legge a tutela dei soggetti in formazione da parte delle emittenti pubbliche o private.
Può segnalare alle competenti amministrazioni pubbliche dello Stato o degli enti territoriali casi di minori in situazioni di rischio o pregiudizio, sollecitare all’adozione di interventi di aiuto e di sostegno.
Nell’ambito di procedimenti che riguardano il minore può chiedere al giudice la nomina di un curatore speciale, laddove i parenti, i servizi o gli enti e le Associazioni che seguono il minore richiedono una tutela dei suoi interessi.
Inoltre, il difensore civico ha il compito di promuovere ad assumere la funzione di tutela nei confronti di un minore che sia privo di un genitore valido, da parte di persone idonee e di proporre lo svolgimento di corsi di formazione, anche continua per le persone iscritte nell’elenco dei tutori.
Quest’ultima funzione, come vedremo, è molto importante nei casi in cui i bambini, vittime di maltrattamenti o abusi, vengono allontanati dalla famiglia, nucleo maltrattante.
Certamente questo organo di protezione e garanzia non si andrebbe a sovrapporre all’attività altrettanto preziosa ed esclusiva dei servizi degli enti locali.
Questo strumento dovrebbe agire solo su segnalazione dello stesso minore, dei parenti, di servizi o di Enti e Associazioni che si occupano del minore, non dovendo svolgere delle funzioni di sostegno o trattamento. Ha esclusivamente la funzione di segnalare, di dare impulso, e di intervento nei procedimenti giurisdizionali. Può e deve essere, nell’ottica della rete di servizi tesi alla promozione del benessere del minore, un interlocutore prezioso.

Per quel che riguarda l’ordinamento giudiziario minorile, dal contributo di alcune analisi della situazione e delle esperienze4, si può cogliere che il sistema oggi vigente non è efficace nell’ottica della tutela all’infanzia.
Innanzitutto tutti i minori dovrebbero avere uguale tutela da un giudice specializzato, ma questo non avviene poiché non tutti i giudici che si occupano di materia minorile sono competenti a riguardo. E’ abbastanza evidente considerare che nei casi in cui si devono prendere
delle decisioni a carattere definitivo che coinvolgono la vita di un fanciullo o di un adolescente è necessario avere delle attitudini e competenze specifiche. Il giudice, come sappiamo, è chiamato a valutare e a giudicare una situazione che si proietterà in un futuro, che deve essere progettato e costruito; il giudice non si trova esclusivamente dinanzi a dei legami da recidere, seppur opportunamente, ma a delle relazioni che si devono in qualche modo ricostruire.
L’ordinamento giudiziario attuale continua a disperdere la sua azione di tutela e di attuazione degli interessi del minore tra una pluralità di organi; le competenze in materia minorile sono attribuite non ad un unico organo giudiziario, ma al tribunale per i minorenni, al tribunale ordinario civile e penale, al giudice tutelare, alla procura della Repubblica. Inoltre gli interventi previsti dalle varie legislazioni in tema di abuso al minore sono rivolti o prevalentemente alla repressione penale dell’adulto maltrattante, o prevalentemente alla protezione (giudiziaria o sociale) del minore abusato: i primi tendono a sanzionare i fatti passati e a costituire un deterrente per gli adulti maltrattanti; i secondi principalmente a proteggere l’avvenire della vittima5.

Questa situazione, ovviamente, non consente degli interventi coordinati e proficui a tutela del minore e crea delle disfunzioni di non poco conto, soprattutto analizzando la mancanza di raccordi tra interventi su soggetto adulto che abusa del minore e interventi a favore della vittima.
Soffermandoci su questo ultimo punto, può avvenire che, a seguito di un comportamento maltrattante di un genitore nei confronti del figlio, il tribunale per i minori sta cercando non solo di sostenere il minore, ma di recuperare attraverso un apposito trattamento il rapporto genitoriale. Contemporaneamente il giudice penale ordinario, a cui poco può interessare dei problemi e delle dinamiche relazionali, ritiene che sussista un reato perseguibile d’ufficio e interviene pesantemente sul genitore, anche con misure cautelari. Il risultato sarà quello di impedire ogni possibile recupero del genitore alla sua funzione e, anche, di rendere più difficile il recupero del bambino, che è evidentemente caricato di un nuovo senso di colpa che è quello relativo al ritenersi causa dell’incarcerazione del genitore.
Quindi, affermare l’esistenza di complementarietà fra processo penale e procedure minorili, come meglio approfondiremo in seguito, significa, innanzitutto, ricorrere a contatti fra autorità giudiziarie diverse e scambio di documentazione nel pieno rispetto delle rispettive procedure al fine di evitare la duplicazione di atti e soprattutto il rischio di inviare al minore messaggi contradditori, aumentando la sua confusione6.
Uno degli elementi a garanzia dell’effettivo interesse del minore, può ritenersi, dopo queste considerazioni, un sistema di reclutamento e formazione dei giudici che assicuri competenza professionale e specializzazione.
Inoltre, richiamando alcuni linee guida poste in essere dalla Commissione speciale dell’Osservatorio nazionale per l’Infanzia7, si possono tracciare le coordinate per il modello di organo giudiziario delegato ad occuparsi dei problemi minorili:
di tutti i problemi giudiziari minorili deve occuparsi un unico giudice;
è fondamentale che questo stesso giudice abbia competenza sia in materia minorile che in materia familiare, poiché i due ambiti sono profondamente interconnessi; che sia competente sia in ambito penale che civile per quel che riguarda i minori, sia se essi siano autori di reati o vittime poiché in entrambi i casi deve essere esercitato un intervento di tutela e di sostegno alla personalità in formazione;
il pubblico ministero, che svolge le sue funzioni presso gli organi giudiziari minorili, deve essere sempre un giudice specializzato, con una competenza non solo nella scienza del diritto ma anche nelle scienze umane, così come il collegio giudicante, proprio perché l’intervento non deve configurarsi come essenzialmente tecnico-giuridico, ma deve realizzare un progetto sul minore;
il giudice dei minori deve essere posto in una dimensione territoriale,
per maggiore accessibilità alla sua utenza, per un proficuo rapporto con i servizi locali e per la conoscenza delle risorse comunitarie di cui può avvalersi;
il giudice deve avere un rapporto continuo con i servizi degli enti locali e che sussistano fra queste parti chiari protocolli d’intesa;
alcune attività non strettamente giurisdizionali devono essere attribuite ad altri soggetti (difensore dell’infanzia, servizi degli enti) per responsabilizzare altre strutture di protezione e tutela sulle pratiche di controllo sull’affidamento familiare e sull’attività di formazione e valutazione delle persone aspiranti all’adozione.

E’ di primaria importanza, altresì, la specializzazione della polizia giudiziaria (che ha il compito di svolgere le indagini) e del Pubblico Ministero.
La Polizia Giudiziaria deve saper coniugare i metodi tradizionali di indagine con le peculiarità della materia. Essa quando dotata di professionalità specifica ha funzione di cerniera di collegamento fra il mondo del penale e quello dei servizi sociali, come ad esempio avviene nei casi in cui si impone un allontanamento di urgenza del minore ai sensi dell'art. 403 cod. civile.
Risulta finora che solo a Milano sia stata costituita, all'interno della squadra Mobile, una sezione che si occupa di violenze sessuali e di reati in danno di minori, dotata, fra l'altro, di personale femminile in grado di affrontare l'audizione di bambine e bambini in tenerissima età. Non stupisce che le gravi carenze che caratterizzano tuttora la polizia giudiziaria diano luogo a proposte di legge che vorrebbero affiancare agli ufficiali di polizia giudiziaria la presenza obbligatoria (addirittura a pena di nullità) di psicologi8.
Durante le indagini preliminari e nel corso dell'udienza preliminare il P.M. ed i difensori possono chiedere, con incidente probatorio, l'audizione del minore; questo provvedimento è stato introdotto dalla legge 66/96 contro la violenza sessuale insieme alla pena detentiva per chi viola la privacy del minore abusato.

L’audizione è prevista in forma protetta, e cioè con l'adozione di tutte le cautele necessarie ad evitare che la vista dell'imputato e, più in generale, il contesto processuale possano recare turbamento al minore.
L'audizione protetta avviene in genere, fuori del Tribunale, in locali muniti di un vetro a specchio unidirezionale; in tal modo il minore, affiancato da uno psicologo nominato ausiliario del giudice, ed eventualmente dal giudice stesso, si trova in un locale attiguo a quello in cui si collocano tutti gli altri soggetti (imputati, P.M., avvocati, consulenti tecnici, segretario di udienza, carabinieri, ecc.) venendo da questi osservato senza poterli a sua volta vedere. I due locali comunicano con un interfono che consente interventi "in tempo reale" a garanzia del pieno contraddittorio e dei diritti delle parti.
Il ricorso all'audizione protetta è opportuna se si prevede che il dibattimento si possa celebrare a distanza di molto tempo e quindi che ciò possa recare grave danno ai percorsi educativi e terapeutici del minore.
Quanto alle modalità delle indagini e del processo e condanna dell’imputato, è evidente che assai delicato è l’aspetto dell’accertamento della veridicità della denuncia. Non meno impegnativo è la valutazione dell’opportunità di punire il responsabile o di prevedere nella fase esecutiva della pena al recupero del ruolo genitoriale. Impedire il recupero del genitore abusante con una doverosa punizione può pesare ancora sulla vittima e sul suo contesto familiare, soprattutto nei casi di rischio obiettivo, ovvero casi in cui si registra la presenza di una serie di concause che hanno portato all’abuso. In questi casi è utile punire il colpevole, ma nello stesso tempo adoperarsi per rimuovere le cause di degrado, verificando se esiste ancora qualche possibilità di recupero complessivo dei componenti della famiglia.

FORMAZIONE DEGLI OPERATORI ED EDUCATORI
Così come nel campo giudiziario, anche nell’ambito sociale e, soprattutto, educativo e terapeutico viene richiesta una maggiore attenzione e una più adeguata formazione per ciascun operatore che possa trovarsi nel corso della sua esperienza professionale di fronte ad una situazione di disagio e di richiesta di aiuto. Nello specifico, risulta della massima urgenza fornire tutte le professionalità coinvolte degli strumenti necessari per saper riconoscere quelli che sono gli indicatori di rischio per favorire la realizzazione di un intervento che sia il più tempestivo possibile.
La Commissione Nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale di minori, nel lavoro per la stesura del Piano d’Azione 98/2000, a questo proposito ha individuato, come accennato nella presentazione generale, in riferimento alla possibile attuazione della nuova cultura a tutela dell’infanzia, una strategia di intervento, tra le cinque esposte, che abbia come area di sviluppo la formazione 9degli operatori coinvolti.
In relazione al fenomeno del maltrattamento, la formazione, secondo le linee di questa strategia di contrasto, va impostata su tre livelli che richiedono l’intervento e la professionalità competente degli operatori impegnati con i bambini.
Un primo livello consiste nell’acquisire e sviluppare capacità di ascolto del bambino e, quindi, competenza nel rilevamento dei segnali di disagio.
Questa capacità può essere assicurata da una politica di prevenzione primaria sul territorio che significa promuovere nell’ambito dei vari contesti educativi, l’educazione alla relazionalità, la cultura dell’ascolto empatico delle emozioni dei bambini, dell’accoglienza e dell’osservazione dei loro comportamenti e soprattutto dei loro messaggi non verbali che possono sottendere gravi disagi.
Questa formazione ha, evidentemente, come specifici destinatari in
primo luogo gli insegnanti (in particolare quelli dell’infanzia e della scuola elementare), i genitori, attraverso dei corsi di formazione alla genitorialità; ad ogni ad operatore, dunque, che, nell’ambito del suo specifico ruolo, instaura una relazione d’aiuto con il bambino e che svolge una funzione di sostegno: operatori dell’area sanitaria, dell’area socio-assistenziale e psicologica, operatori dell’area pedagogica e dell’area socio-educativa.
L’insegnante, in primo luogo, è chiamato ad acquisire la competenza dell’ascolto empatico e del dialogo, la disponibilità ad identificarsi con il bambino portatore del disagio e a prendere coscienza dei così frequenti meccanismi di difesa utilizzati dal minore e da egli stesso, che inducono spesso quest’ultimo a chiudere gli occhi a raffreddare il cuore nei confronti del bambino maltrattato; essenziale diventa, perciò, la capacità di decodifica dei segnali di sofferenza e maltrattamento10.
In assenza di tale impegno gli atteggiamenti del corpo docente nei confronti delle tematiche del disagio continueranno a rimanere troppo differenziati, caratterizzati da improvvisazione e superficialità, condizionati ampiamente da meccanismi difensivi di rimozione, di distacco emotivo, di razionalizzazione; l’atteggiamento sarà di deresponsabilizzazione, di delega e insensibilità.
Bisogna purtroppo riconoscere che nella maggior parte dei casi gli insegnanti non sono nelle condizioni mentali, relazionali, culturali ed istituzionali per poter cogliere e decodificare le numerose richieste d’aiuto; spesso ci si arrende ad atteggiamenti omertosi o di sfiducia nei confronti delle istituzioni preposte, alla presa in carico del caso, o si è poco informati sulle possibili dinamiche di intervento.
I bambini divengono invisibili e ciò che risulta invisibile in questi allievi diviene la radice del loro disagio che sta nelle relazioni familiari o interpersonali che li condizionano, ostacolano l’apprendimento, alterano la socializzazione e bloccano la crescita.
“I bambini invisibili sono gli allievi la cui condizione di difficoltà e di malessere non è percepita od è percepita in modo inadeguato, distorto, dagli insegnanti; bambini soggetti di violenze, di trascuratezze, di strumentalizzazioni, la cui situazione personale non è neppure ipotizzata dagli operatori della scuola” (Claudio Foti, psicoterapeuta) L’insegnante quindi è chiamato ad assumere con questi minori un
ruolo importante, in molti casi determinante, in quanto sarà vissuto dai
bambini come disponibile all’ascolto e “capace di capire”.
La formazione di base ha, quindi, come obiettivo il superamento delle difficoltà nella fase del riconoscimento e dell’accoglimento del mondo emotivo del bambino, specie se intaccato da un’esperienza fortemente destabilizzante allo scopo di un rilevamento precoce della richiesta di aiuto.
A questo proposito è interessante soffermarci, innanzitutto, sui motivi che bloccano il bambino nella formulazione di una richiesta di aiuto e al mantenimento del segreto, per cui risulta difficile il rilevamento.
Questi motivi sono essenzialmente legati a due sentimenti che si rafforzano nella psiche del minore abusato in conseguenza del danno subito.
Il primo è il sentimento di impotenza. Riportando questo sentimento nell’ambito di un abuso sessuale, il bambino sperimenta di non essere in controllo della propria vita: in qualsiasi momento può accadere che l’adulto abbia il sopravvento su di lui e lo renda oggetto della soddisfazione dei propri desideri. In più, all’ingiustizia connessa alla sopraffazione attraverso la superiorità fisica e mentale, si somma la percezione della propria incapacità a sfuggire, a reagire. Tale sentimento non è caratteristica solo delle vittime più grandi, a cui siamo abituati ad attribuire una reale possibilità di opporsi, ma anche di bambine molto piccole che riportano, in sede terapeutica, storie fantastiche in cui i protagonisti-bambini si ammalano e muoiono, si perdono, scompaiono senza che nessuno li possa ritrovare, non sono più riconosciuti dalla loro madre, vengono rapiti da personaggi potenti e mostruosi, affogano: figure che rimandano all’annientamento della fiducia in sé, nelle proprie possibilità di sopravvivenza come persone e
di conservazione delle relazioni positive significative11.
Il sentimento di impotenza giunge spesso ad indurre dei meccanismi difensivi, improntati alla negazione e alla rimozione della esperienza traumatica e tali difese sono molto pericolose, sia per il complessivo funzionamento della mente delle vittime, sia per il rinforzo che finiscono per costituire per il mantenimento del segreto intorno all’abuso.
Collegato al precedente è il vissuto di tradimento. Si percepisce di aver subito del male proprio da chi non ci si può che aspettare del bene; dalle persone in cui, sin da piccolissime, si è educati a riporre incondizionata fiducia.
Questo sentimento può invadere sia il rapporto con l’abusante sia, a volte in maniera più forte, il rapporto con l’adulto potenzialmente protettivo, individuato nella madre. Il bambino non riesce a perdonare a quest’ultima di non essere esistita nella sua mente e nel suo cuore, di non avere decifrato e compreso i suoi segnali, di non aver saputo decodificare i messaggi. Spesso tale vissuto è ancor più giustificato
dall’incapacità reale della madre a cogliere indicatori, dalla sua effettiva debolezza a contenere le sofferenze del figlio, spesso a causa dei propri problemi personale relazionali. Anche il vissuto di tradimento rinforza il segreto intorno all’abuso: nel bambino cade la motivazione a rivelare a qualcuno da cui non ci si aspettano capacità protettive, o che si considera ben poco interessato al proprio destino.
Sebbene in misura talvolta meno intensa, sentimenti di impotenza e tradimento sono l’esito nei bambini anche di esperienze di maltrattamento fisico e trascuratezza grave, che costituiscono un analogo attacco alla possibilità di autostima e di riporre fiducia nelle relazioni primarie.
C’è tuttavia un’importante differenza: il pensiero del bambino maltrattato è solo in parte simile a quello del bambino abusato sessualmente. Il primo, nello sforzo di darsi una spiegazione della carenza di cure o dell’ostilità di cui è oggetto, concepisce un pensiero che può essere così riassunto: “non mi amano perché non valgo nulla” e questo, seppur doloroso, stato d’animo permette qualche via d’uscita in più rispetto al pensiero del bambino vittima di abuso “mi amano perché non valgo niente”. Il piccolo può infatti coltivare la speranza che se riuscirà a valere qualcosa agli occhi dei genitori, ad essere più buono, più apprezzabile, utile, forse qualcosa potrà cambiare e migliorano sia l’autostima che l’affetto che sarà in grado di ottenere.
Un altro vissuto che è fortemente collegato al mantenimento del segreto è quello di stigmatizzazione. Il bambino si percepisce diverso rispetto al resto del mondo che non ha sperimentato l’abuso; i fatti che sono accaduti l’hanno reso “mostruoso” e questo rimarrà in lui come un marchio, per sempre. A questo sentimento di differenza si sommano anche la vergogna e il senso di colpa. E’ tipico della vittima ritenersi la responsabile dell’abuso e, quindi, uno svelamento porterebbe ad accendere i riflettori su di lei e di conseguenza ad essere identificata come soggetto da espellere dai giochi con i coetanei, da prendere in giro.

Un secondo livello della formazione è costituito dalla diagnosi ed è quello che rende possibile una prevenzione secondaria12; i destinatari sono quegli operatori rivestiti del ruolo di accertare il maltrattamento,
quegli operatori che si occupano della chiarificazione di quei segnali e indicatori di sofferenza sui quali poter effettuare un intervento riparativo.
Sono gli specialisti dell’area medica, i quali accertano il danno fisico e neuropsichiatrico del bambino, quelli dell’area socio-assistenziale che raccolgono informazioni sul contesto familiare e sociale di appartenenza del bambino individuandone anche le possibili risorse, e gli operatori dell’area psicologica che devono verificare il danno psicologico derivante dal maltrattamento.
Il terzo livello di formazione è rivolto agli operatori che avviano un percorso di aiuto psico-sociale per il trattamento del maltrattamento che è finalizzato al sostegno e al recupero del bambino e, dove ritenuto possibile, anche del suo nucleo familiare. Siamo, qui, nell’ambito della prevenzione terziaria.
A questo livello interagiscono anche gli operatori dell’area giudiziaria
che, come accennato precedentemente, devono ricevere una formazione di base minima, ma competente e consapevole dei danni ulteriori che si possono recare ai bambini già traumatizzati non tutelando il loro mondo emotivo e compiendo una nuova e altrettanto dolorosa invasione.
La metodologia di ascolto del minore, vittima di abuso sessuale, è, infatti, l’audizione protetta, della quale abbiamo ne accennato sopra le caratteristiche strutturali; va, però, integrato che il minore deve essere predisposto all’evento testimonianza attraverso un’adeguata preparazione psicologica intesa non tanto come acquisizione di una strategia per reagire alle domande quanto alla percezione positiva della circostanza perché in grado di offrire un’occasione per esternare i fatti e i sentimenti che questi evocano. L’esperienza della deposizione, infatti, potrebbe rivelarsi come valido aiuto nel contrastare il vissuto di vittima sostenendo il bambino a sentirsi soggetto di ciò che gli è accaduto13. L’intervento riparativo avviene proprio all’interno delle dinamiche psichiche fin qui descritte, e va ad agire nel campo delle relazioni e dei significati dati all’esperienza fornendo al bambino un recupero delle sue capacità relazionali. Questo, come approfondiremo in seguito, avviene attraverso tre livelli:
interruzione dei legami patogeni
promozione dei legami riparativi, costruendo un contesto di cura
continuità dell’esperienza positiva14

Interviene, qui, la risorsa dell’affido familiare che considereremo nelle sue valenze positive.
Nel caso in cui il Tribunale per i Minori (come tratteremo in seguito in maniera più approfondita) dovesse disporre l’allontanamento del bambino dal nucleo familiare, maltrattante, il minore può essere accolto, temporaneamente presso una famiglia affidataria.
L’affidamento non può che avere una durata temporanea ed è rivolto anche al recupero della famiglia di origine del minore; per questo motivo prevede che quest’ultima mantenga dei rapporti con il bambino sia pure nelle modalità stabilite nel provvedimento.
Esso, inoltre, deve concludersi con il rientro del bambino in famiglia, anche insieme a delle forme di sostegno, ma può anche concludersi in un procedimento di adottabilità, allorché la famiglia di origine non sia valutata come ricuperabile nelle sue competenze genitoriali15.
La legge n.184/83 all’art.2 parla di una funzione dell’affido relativa ad
assicurare al minore “temporaneamente privo di ambiente familiare idoneo” il mantenimento, l’educazione e l’istruzione, ma l’affido presenta ulteriori valenze sia in ambito diagnostico che terapeutico.
Ha una valenza diagnostica perché offre un prezioso contributo per la diagnosi della situazione del minore attraverso l’osservazione dei suoi comportamenti anche nelle relazioni con la famiglia di origine.
La valenza terapeutica si riconosce nel fatto che, se il minore trova un ambiente intelligente e sensibile, che ha compreso le finalità dell’affido, egli cresce e si rinforza sia fisicamente che psicologicamente in modo da poter reggere il rientro nella sua famiglia o il distacco definitivo da essa.
L’attenzione all’affido familiare come strumento di aiuto al bambino e alla famiglia in crisi ha avuto un forte slancio da quando sono sorti, a Milano, il Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia in crisi (CAF) e il Centro per il Bambino Maltrattato e per la cura della Crisi Familiare (CBM) nel 1985, all’interno dei quali veniva e viene tuttora elaborata una diagnosi ed una prognosi relativamente alla ricuperabilità o meno della famiglia in crisi, per orientare il Tribunale per i minorenni a procedere verso la adottabilità del minore o al suo affido temporaneo nel caso di accettazione da parte della famiglia di origine di sottoporsi ad un percorso terapeutico di cambiamento.
Vedremo in seguito come questa forma di aiuto è sostegno, proprio per la situazione in cui si trova il bambino abusato, non così automaticamente raggiunge i suoi obiettivi riparativi del trauma.










IV CAPITOLO

INTEGRAZIONE DEI SERVIZI

L’analisi della casistica in tema di abuso sia extra che intrafamiliare dimostra che questo fenomeno prima di essere classificato nelle varie tipologie è un abuso di posizione dominante che spesso si consuma nel segreto, in un contesto caratterizzato da complicità familiari e sociali e che il suo svelamento determina all’interno della famiglia o del gruppo sociale degli sconvolgimenti difficili da controllare senza la presenza di una cornice giudiziaria.
Sarebbe illusorio pensare che lo svelamento possa essere gestito da una servizio sociale o esclusivamente da un terapeuta allo stesso modo in cui potrebbe avvenire rispetto ad una problematica individuale, escludendo l’aspetto repressivo penale dell’intervento pubblico1.
“Se i servizi socio-sanitari di protezione all’infanzia non trovassero un preliminare supporto dell’autorità giudiziaria, facilmente rischierebbero di rimanere intrappolati nella rete di complicità e omertà familiari”2 .

“Un abuso sessuale prolungato presenta per l’autore una forte tentazione a continuare nel suo atteggiamento.(...)Bisogna citare in giudizio gli autori dell’abuso perché ammettano la loro colpevolezza; di fatto, più di una volta è capitato che prendere per buone le promesse di ravvedimento del padre, senza che egli assuma la sua responsabilità, è cosa destinata al fallimento”3
Gli esperti sono concordi nel ritenere che il “successo” nel recupero di questi casi si misura nella capacità dell’abusante di riconoscere la violenza perpetrata e di assumersene la responsabilità.
Altrettanto illusorio appare, altresì, pensare che il caso di abuso possa essere esclusivamente gestito e trattato dagli organi giudiziari, i quali hanno come obiettivo l’accertamento della verità dei fatti e poco si interessano delle relazioni intime e profonde che legano vittima e colpevole e dei dinamismi intrapsichici che affiorano nel mondo disgregato del minore e nel dramma dell’adulto responsabile del danno.4
Come possiamo ricavare da alcune considerazioni di Francesco Montecchi, i bambini abusati non vogliono parlare della loro esperienza, non vogliono descrivere, né accusare. I tentativi di farlo parlare, di fargli raccontare l’accaduto (come accade spesso quando si innesca un procedimento giudiziario), hanno il risultato di far rivivere il dramma. Tutto ciò avviene perché egli crede “che ciò che i genitori fanno sia giusto o perché tutto ciò che ha sperimentato e le emozioni
provate vengono necessariamente rimossi andando a definire un quadro psicopatologico molto rigido”5.
In realtà la patologia risulta non tanto dall’abuso quanto dai meccanismi di difesa utilizzati in modo rigido per non avere il ricordo del trauma e della sua conseguenza: la perdita delle sue sicurezze di base, dei legami affettivi che conferivano significato a sé e all’esterno.
Questi meccanismi si esprimono nella rimozione, nella negazione e nell’identificazione con l’adulto abusante, causa poi della ripetizione dei comportamenti violenti come unico canale per liberarsi dalla rabbia contenuta e mai espressa.
L’esperienza traumatica segna profondamente il bambino che sviluppa nei confronti del mondo che lo circonda una sfiducia che va a coinvolgere anche quelle persone che sono disponibili ad aiutarlo, come per esempio nel caso in cui sia affidato ad una famiglia; come vedremo anche in seguito “ogni tentativo di conoscere fatti ed emozioni, ogni dichiarazione di disponibilità, di contenimento affettivo viene spesso accolto con sospetto e sentito come intrusione”6.
L’abuso al minore implica, come è facile rilevare, varie esigenze: da un lato individuare e punire l’autore del reato sia per un bisogno di legalità sia per il bene della giovane vittima che avrà conferma dell’essere stata creduta; dall’altro evitare le reiterazioni del reato e favorire un possibile recupero dell’abusante che deve prima ammettere la propria responsabilità; in più, intervenire a protezione del minore con progetti di sostegno.
A queste esigenze corrispondono le competenze di tre organi : il pubblico ministero, all’interno del sistema giudiziario penale che ha la sua ragion d’essere nella persecuzione dei reati e nella definizione delle sanzioni connessa al giudizio di colpevolezza; il tribunale per i minorenni, all’interno del sistema giudiziario civile minorile che ha il compito di valutare i fatti relativi alle situazioni di pregiudizio per i minori e di assumere decisioni in merito all’esercizio della potestà parentale; il sistema dei servizi sociosanitari che ha la funzione di realizzare le misure di protezione dei minori, fornire loro sostegni adeguati per poter superare le principali difficoltà, aiutando, laddove possibile, gli adulti ad assumersi le proprie responsabilità genitoriali7.
Questi sistemi istituzionali sembrano parlare dei “linguaggi” diversi e mostrano spesso difficoltà nella comunicazione e comprensione reciproca; la possibilità di trovare un linguaggio comune risiede nel fatto che tutti questi sistemi possono e sono idealmente e fattualmente interessati al comune obiettivo della tutela del minore8.
All’interno dell’azione protettiva un ruolo centrale ha anche la scuola, soprattutto per quel che riguarda la possibilità di svelamento di una caso.
La scuola è senza alcun dubbio “il luogo privilegiato di osservazione del disagio dei bambini e degli adolescenti. E’ l’unica istituzione in cui passano tutti i bambini”9. E’ “il luogo dove i bambini e i ragazzi sviluppano una rete di interazioni, di comunicazione, di gioco, di impegno, di rapporto con le persone, con i valori, con le regole. In questo contesto possono nettamente emergere ed essere osservate negli allievi le diversità individuali, le difficoltà, le sofferenze”10.
Se gli insegnanti fossero adeguatamente formati ed aiutati, la scuola potrebbe diventare capace di interpretare quei segnali di disagio che gli allievi evidenziano e che possono funzionare come campanelli d’allarme prima che la situazione di sofferenza diventi così grave da complicare terribilmente l’intervento d’aiuto nei confronti del minore. La scuola, così “formata” potrebbe trovare il proprio ruolo specifico nella prevenzione primaria, secondaria e terziaria di cui si è parlato precedentemente, non certo, anch’essa, in una logica di autosufficienza, ma con un atteggiamento di collaborazione con tutte le altre istituzioni sociali per l’infanzia.
Gli insegnanti devono venire a collocarsi con la loro specificità all’interno di una rete di operatori delle varie agenzie sociali ed educative, capace di svolgere in modo differenziato e coordinato contemporaneamente compiti di aiuto e di protezione del minore in difficoltà.
La rete attorno al minore deve, quindi, innanzitutto, tendere a rompere il silenzio, a dare voce al disagio, a promuovere la possibilità di una riparazione, di un cambiamento.
Deve tendere, in generale a:
· interrompere gli atti devastanti, ricorrendo anche all’Autorità Giudiziaria minorile e/o Ordinaria nei casi previsti dalla legge;
· svolgere un’ attività di vigilanza nei casi in cui il minore rimanga presso il proprio nucleo maltrattante giungendo anche ad allontanare l’adulto pregiudizievole o a collocare il minore presso un ambiente extrafamiliare protetto;
· attivare dei processi psicologici e cognitivi per aiutare il bambino, preso in carico, ad elaborare il trauma subito;
· attivare un processo di cambiamento nelle relazioni familiari.
PROCESSO DI INTERVENTO
Un percorso ideale di intervento, che è adottato da molti Centri che si occupano di problematiche inerenti ai casi di maltrattamento e di abuso sessuale a danno di minori può essere rappresentato nelle seguenti fasi11:
· Fase di rilevazione e accertamento.
Si verificano prima di tutto le esigenze di protezione della vittima e dei minori coinvolti a fronte del tipo e della gravità del danno. Nei casi in cui non sussiste pericolo grave o rischio elevato, l’operatore (insegnante, medico, polizia, servizi sociosanitari) che rileva situazioni di maltrattamento, di disagio, di trascuratezza, segnala il problema ai servizi psicosociali di zona, con i quali collaborerà per predisporre interventi integrati per il minore e la sua famiglia. Questo consentirà una efficace presa in carico dei bisogni e dei diritti del minore, una adeguata mobilitazione delle risorse della famiglia e consentirà di incrementare le relazioni fra i vari operatori del settore che potrà meglio favorire il rilevamento di eventi o indicatori che necessitano di una segnalazione all’Autorità Giudiziaria competente;
· Coinvolgimento della famiglia.
I Servizi valutano l’opportunità di contattare la famiglia relativamente al riconoscimento del maltrattamento e dei problemi familiari che lo hanno provocato. Si informano così i genitori della necessità di riferire la situazione alla magistratura. E’ necessario avere, comunque, essenziale cautela nella fase di rilevazione di presunti abusi sessuali perché un avvertimento tempestivo alla famiglia può causare pressioni sul minore e spingerlo alla ritrattazione.
Per le situazioni di abuso sessuale, in particolare, è necessario che sia l’Autorità Penale o Civile a stabilire i tempi e le modalità di gestione del caso;
· Fase della segnalazione.
Dopo aver rilevato il danno, in seguito ad una valutazione congiunta della gravità della situazione, è necessario segnalare il caso alla Magistratura minorile e dove necessario a quella Penale. Solo la magistratura è abilitata a fare indagini;
· Indagine.
La Magistratura minorile incarica la polizia ed i servizi locali preposti ad effettuare l’indagine sul caso, in tutti i suoi aspetti medici, sociali e psicologici e talvolta dà indicazione di avvalersi di servizi specialistici. In questa fase, per mezzo di apposito decreto, può predisporre l’allontanamento provvisorio del minore dalla famiglia. Da questo momento i servizi territoriali sono investiti del mandato di protezione e di verifica del processo di intervento. Nel caso in cui si ravvisino estremi di reati perseguibili d’ufficio, la Procura potrà disporre di perizie mediche e psicologiche. In questa fase il minore, già traumatizzato, avrà bisogno di aiuti qualificati, quali gli operatori della comunità che si occupa di lui, o la famiglia affidataria. Dal punto di vista giudiziario occorre sottolineare che la capacità di rendere testimonianza del bambino dipende dal grado di elaborazione del trauma. E’ perciò importante garantire al bambino adeguato sostegno psicologico e protezione al momento in cui viene richiesto di rendere dichiarazione circa il maltrattamento subito, oltre ad una preparazione psicologica all’evento;
· Valutazione.
I servizi locali produrranno delle valutazioni diagnostiche, avvalendosi anche delle competenze di specialisti (psicodiagnosti). Daranno, quindi, indicazioni alla Magistratura formulando una prognosi motivata sulla situazione. In questa fase si valuta la possibilità di recupero delle competenze genitoriali;
· Trattamento.
Nel caso in cui i genitori sono stati valutati “ricuperabili”, la relazione genitori-figli viene sostenuta in vista di un rientro in famiglia. Le risorse dei genitori vengono attivate con interventi terapeutici. Parallelamente il minore, che con l’allontanamento è stato messo al riparo da una situazione di pericolo, potrà ricevere gli aiuti adeguati dagli adulti competenti che gli riconoscono i suoi bisogni ed i suoi diritti di bambino.
Nel caso di impossibilità di recuperare le funzioni genitoriali si attivano sia il sostegno psicologico sia le risorse tese a costruire intorno al bambino una diversa rete sociale tenendo viva in lui la speranza e ricostruendo la fiducia verso le figure adulte. Gli aiuti potranno consistere nel sostegno, nella psicoterapia, nell’affidamento familiare o anche nell’adozione. Le risorse, quindi, sono individuate nelle famiglie affidatarie, nelle case famiglia, nelle comunità e nei centri antiviolenza e in tutti quegli organismi in grado di rispondere alle esigenze dei bambini maltrattati e di lavorare in accordo con gli
altri servizi.12
Inoltre, per la cura ed il trattamento dei bambini maltrattati e abusati delle loro famiglie si fa riferimento ai Servizi Consultoriali, ai Servizi di neuropsichiatria infantile e psicologia clinica dell’età evolutiva, o ad altri servizi che si occupano della presa in carico.
E’ immediato evincere che in questo percorso sono coinvolte tutte le professionalità sociali, sanitarie e giudiziarie e che, sul piano istituzionale, è necessario che si costruisca fattivamente una rete interistituzionale fra gli Enti che operano nell’ambito di questa problematica. I Servizi sociosanitari ed educativi del pubblico e del privato sociale, la Scuola, gli Uffici Inquirenti, la Magistratura, gli Avvocati, sono interpellati per concordare dei “Protocolli d’Intesa” che andranno a disegnare una comune metodologia interdisciplinare e strategia di intervento.
L’intesa sugli obiettivi, i tempi, le funzioni, le procedure, oltre a rendere possibile un “linguaggio comune”, ha la finalità più alta di valorizzare le risorse di ciascuna agenzia, di potenziare le capacità di accoglienza delle comunità e garantire un intervento efficace nel lungo periodo della gestione del caso.13
E’ importante sottolineare che l’Autorità giudiziaria minorile si colloca al vertice del sistema di interventi interistituzionali dettando le regole di funzionamento14. Ogni tappa del percorso è, infatti, scandita da un intervento del Tribunale dei Minori, il quale solo può dare legittimità agli interventi di controllo specifico attuati dai servizi. Dopo la rilevazione, è il Tribunale che può indicare e disporre il “grado” di limitazione della potestà genitoriale, il tipo di protezione che deve essere garantita al minore, e può incaricare i servizi locali alla fase di valutazione con l’obiettivo di comprendere se attraverso il controllo e il sostegno possono essere ricostruite condizioni di sufficiente tutela per il minore all’interno della sua famiglia.
A conclusione della fase di valutazione può pronunciare la decadenza della potestà parentale e assumere provvedimenti sostitutivi o, in caso di situazioni modificabili, può provvedere, in accordo con i servizi, a restituire progressivamente ai genitori la piena potestà e l’autonomia familiare.


Certamente il percorso di intervento nei casi di abuso sessuale differisce dagli altri tipi di maltrattamento per tre fattori principali15: la maggiore difficoltà nella rilevazione, connessa alla segretezza, il coinvolgimento della magistratura penale, più frequente in questi casi che non nei casi di maltrattamento fisico o trascuratezza grave, e la maggiore attenzione dedicata alla fase di accertamento.

Nella fase di rilevamento è indispensabile che tutti coloro che sono a contatto con i bambini siano in grado di comprendere i segnali di aiuto e siano informati su “cosa fare e a chi rivolgersi”.
I segnali, specialmente quando provengono da bambini molto piccoli sono tutt’altro che espliciti16; molte denunce avvengono più attraverso comportamenti sintomatici (disturbi della condotte, isolamento, giochi post-traumatici, disegni ecc.) che non attraverso racconti espliciti.
Per quanto concerne specialmente i minori in età prescolare, molti casi di abuso vengono scoperti mascherati dietro forme di malessere e di problematicità di cui all'inizio non si conosce la causa (ritardi mentali, difficoltà nella parola, nel movimento, problemi relazionali ecc).
Responsabilità fondamentale di un primo riconoscimento dell’abuso e della successiva segnalazione sembra essere affidata alla scuola, ai
servizi sociali, ai centri specializzati che accolgono segnalazioni, ai pediatri, ma non solo: il Consiglio d’Europa, a Strasburgo, raccomanda agli Stati membri di portare avanti una campagna di sensibilizzazione e responsabilizzazione di ogni cittadino alla segnalazione di tutti i casi di abuso di cui vengono a conoscenza.
Purtroppo, però, ancora vi è una larga area “sommersa”, di abusi che non vengono segnalati, che rimangono nel silenzio, nonostante gli artt. 361 e 362 del Codice di procedura penale preveda che “se un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (medico, psicologo, insegnante) nell’esercizio delle sue funzioni e del suo servizio viene a conoscenza del reato per cui è prevista la procedibilità d’ufficio (grazie alle novità introdotte dalla L. 66/96 oggi nella stragrande maggioranza dei casi i reati di abuso in danno di minori sono procedibili d'ufficio, il che allevia gli operatori dal gravoso compito di stabilire se, nel singolo caso, essi siano tenuti per legge alla segnalazione), ha l’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria o di
segnalare al Tribunale per i minorenni il fatto di cui è a conoscenza”.
La segnalazione è il primo degli interventi di protezione del minore, il quale finalmente ha qualcuno che si prende cura di lui, ha l’autorità di interrompere l’abuso e di chiarirne gli effettivi contorni. “Chi, quando occorre, non segnala si prende la grave responsabilità di richiudere nel silenzio chi ha chiesto aiuto, togliendo anche la speranza che parlare
serva a qualcosa”.17

Il coinvolgimento della magistratura penale anni fa era vissuto come una seconda vittimizzazione. In assenza di un’adeguata preparazione del personale preposto, le bambine e i ragazzi subivano degli interrogatori spesso gravemente lesivi della loro stabilità fisica e psichica; “i tempi delle indagini e dei procedimenti erano spesso talmente lunghi da risultare totalmente irrilevanti se non distruttivi per le persone coinvolte”18. Ma oggi, grazie ai nuovi provvedimenti, il procedimento penale può essere strumento di tutela energica per non lasciare all’abusante la scelta se lasciarsi curare o meno a scapito degli interessi della vittima che dovranno ancora una volta dipendere dalla
decisione di chi ne ha sempre disposto liberamente.
L’intervento penale, inoltre è dotato di metodi incisivi di indagine e di persone che, se fornite di una professionalità specifica, sono in grado di ricostruire i fatti e cercare, nei limiti in cui ciò è possibile, i riscontri obiettivi.
In un procedimento penale diviene, dunque, indispensabile, nella logica di un lavoro di rete che vede coinvolti servizi psicosociali e autorità giudiziarie differenti, individuare una figura o un servizio che abbia la funzione di organizzare e tenere le fila dei diversi interventi necessari per realizzare l’interesse del minore. A questo proposito la risorsa è rappresentata dal tutore del processo che può essere individuato in operatori che appartengono ai servizi cui è stato attribuito l’affido giuridico dei bambini19.
Aspetto che caratterizza il processo penale, inoltre, è la ricerca della verità storica e la verità interessa tutti: il giudice penale al fine di accertare le responsabilità individuali, il giudice minorile al fine di adottare i più appropriati provvedimenti di tutela, lo psicologo al fine di impostare correttamente un programma terapeutico e di evitare che possibili suoi fraintendimenti sui fatti si inseriscano nella catena dei fraintendimenti che caratterizzano molte storie di abuso.
“La collaborazione fra giudice penale, polizia giudiziaria ed operatori
minorili, nel rispetto dei compiti e delle prerogative di ciascuno, può consentire il massimo risultato dal punto di vista sia della tutela del minore che dell'accerta