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LE "RAGIONI" DELLA MAFIA
di Domenico Labate
Di fronte ad un fenomeno come quello della criminalità associata,
che ha come caratteristica la persistenza su base prevalentemente
familiare, è necessario indagare con l'adozione di parametri che
fuoriescano dall'analisi socioantropologica, o peggio
"semplicemente" criminologica. Una valutazione approfondita del
fenomeno, che ha assunto caratteristiche strutturali in Italia solo
a partire dal secondo dopoguerra, non può fare a meno dello
strumento principale dell'analisi storica: il fattore economico.
Perché la mafia è risultata così a lungo vincente? Dopo
l'assassinio, nel 1983, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
prefetto di Palermo, questa domanda si è fatta strada in modo sempre
più inquietante, di fronte alla prima pesante sfida alle istituzioni
nazionali, che sino ad allora erano state assai tiepide nel valutare
il fenomeno (come in Calabria) o meglio molto attive nel non farlo
recepire nella sua gravità presso l'opinione pubblica nazionale.
Per una singolare ironia del destino, il generale era omonimo di un
suo collega, piemontese, di nome Della Chiesa, che nel 1861 aveva
lanciato da Catanzaro (probabilmente con maggior fortuna) questo
proclama:
«COMANDO GENERALE DELLA SEDICESIMA DIVISIONE ATTIVA/PROCLAMA
Onde aderire ai voti di molti fuoriusciti, che ravvedendosi
dell'errore commesso nel prendere le armi contro la patria libertà
per sostenere diritti che il voto universale degl'Italiani ha per
sempre aboliti; S.E. il Comandante Generale delle truppe stanziate
nelle Province Meridionali, valendosi dei poteri conferitigli,
accorda piena amnistia a tutti coloro che da oggi in avanti si
presenteranno alle Autorità costituite sia Civili che Militari, per
ritornare in seno alle loro famiglie.
Avranno pure indulgenza coloro che trascinati nei movimenti
reazionari da semplici delitti comuni mostrassero col pentimento e
col riprendere i loro lavori clic non saranno mai per ricadere in
simili reati.
Nel portare alla pubblica conoscenza le suddette determinazioni io
mi lusingo che tutti quelli che vi possano avere interesse vorranno
approfittarne onde non incorrere in quel castigo severo ch'è
riservato a chiunque tenti di ribellarsi ai voleri della Italiana
Nazione. Dal quartier Generale in Catanzaro il 22 Luglio 1861. Il
Comandante la Divisione: DELLA CHIESA".
Per decodificare la strage di Palermo, in cui Dalla Chiesa fu
trucidato con la moglie, Emanuela Setti Carraro e i militari della
scorta, si tentò di abbozzare delle risposte che coglievano solo il
dato "locale" del fenomeno: «E' chiaro che, nell'arco dei "poteri"
reali che dominano la Sicilia - aveva detto un magistrato a Reggio
Calabria - la mafia non tollerava più, ormai, di essere "soltanto"
alla pari: doveva dare un segno della sua forza, for-malizzare la
sua sfida allo Stato.
Allo stesso modo -aveva proseguito- se in Calabria non ci sono stati
finora delitti "eccellenti" è perché la compenetrazione della
criminalità organizzata nelle pubbliche istituzioni è stata tale da
non renderli necessari».
Dopo quattro anni, a Reggio, sarebbe stato assassinato il presidente
delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato; dopo dieci sarebbe
stata la volta del sostituto procuratore generale della Cassazione,
Antonino Scopelliti. Il 'cambio di stile' avvenuto con l'omicidio
Dalla Chiesa doveva dare un segnale evidente, spingere ad indagare
sui rapporti tra mafia e politica. Già Leonardo Sciascia, con la sua
acuta riflessione, aveva detto che "nel Mezzogiorno molti politici
non hanno né bisogno né paura della mafia, ma sono un prodotto della
mafia".
* * *
La mafia è da lungo tempo un consapevole strumento di "governo" del
territorio nel meridione. Questo porta a una riflessione sulla
natura e la qualità dei poteri del nostro Stato, per comprendere se
conserva la sua connotazione costituzionale. I costituzionalisti
hanno spiegato infatti che la nascita dello stato moderno è stata
contrassegnata da un elemento caratterizzante: con il contratto
sociale, il monopolio della violenza è stato sottratto ai singoli o
gruppi per riservarlo allo Stato.
Se dunque i mafiosi esercitano indisturbati (ed indisturbabili) un
loro monopolio della violenza ciò vuol dire o che per molto tempo è
scomparso ciò che chiamiamo "Stato" o, piuttosto, che essi lo
rappresentano in un qualche modo: un dato che tutti si affrettano ad
esorcizzare ma che rimane in evidenza, ogni giorno. “A Reggio non
esiste alcuna attività economica clic non sia sotto il controllo
della mafia" dichiara ancora nel 1995 un magistrato della procura
distrettuale, vivacemente contestato da esponenti politici.
Lo scivolamento nel modello balcanico della Calabria, situata in un
punto strategico del Mediterraneo, (ma si potrebbe richiamare la
Colombia, o la Bolivia) potrebbe essere coscientemente perseguito da
grandi organizzazioni multinazionali del crimine, come dimostrano i
traffici di armi, emigranti clandestini, droga, preziosi,
narcodollari, il continuo ritrovamento in varie parti della Calabria
di piantagioni di cannabis indica.
La criminalità mafiosa ha una carica eversiva di carattere
strettamente politico. Non si traggono tutte le conseguenze dal
fatto che in Calabria i mafiosi hanno un profondo controllo del
territorio. E il territorio non è solo l'ultima risorsa rimasta al
Sud, ma anche uno dei tre elementi che i costituzionalisti indicano
come costitutivi di uno Stato.
Nella commissione di vari delitti è necessario dotarsi di strumenti
che li consentano: armi, mezzi di trasporto, coperture bancarie, e
così via. Il delitto 'principe' della mafia calabrese per molti anni
è stato il sequestro di persona. E lo 'strumento di lavoro' per
compiere il sequestro di persona è il territorio. Se non si
controllano interi comprensori, con le case, gli abitanti, i
lavoratori, le attività produttive, qualche pezzo delle istituzioni,
il sequestro di persona è impossibile. Tutti in un paese devono
sapere che c'è il sequestrato e tutti devono stare zitti, anche
quando incrociano il latitante non troppo ricercato che sovrintende
a tutte le attività illegali.
Non sono molti quelli che considerano il sequestro di persona come
il reato più "politico" che si può commettere: eppure il sequestro
Moro doveva insegnare qualcosa. Già tra il 1860 e i primi del '900
il cosiddetto brigantaggio aveva a lungo posto in essere questo tipo
di reato, che poi è venuto alla ribalta mondiale col sequestro della
nave 'Achille Lauro', con i dirottamenti aerei, coi rapimenti
politici che tutti sanno.
L'effettuazione di un sequestro presuppone dunque il possesso di uno
'strumento di lavoro' che si chiama territorio: una padronanza, un
controllo, un potere che si pone in totale alternativa con
l'esistenza dello Stato costituzionale.
Coi sequestri di persona, dunque, la mafia ha notificato alla
comunità nazionale il suo essersi costituita come "stato", e ha
sfidato chiunque a dimostrare il contrario. La storia criminale ha
poi dimostrato che la quasi totalità dei sequestrati, quando è stata
liberata, ha avuto la libertà per decisione dei mafiosi (non di rado
con trattative sommerse con le forze dell'ordine sotto la direzione
di magistrati) e quasi mai per un colpo di mano degli inquirenti.
* * *
Cerchiamo di capire meglio perché nel Sud alcuni suoi abitanti non
si trasformano in cittadini: ciò dipende da come è nato lo Stato
unitario. In Italia come in Europa, il Risorgimento è stato una
"rivoluzione borghese". Una prospera borghesia nel nord, non
tollerando più che tra Torino e Palermo ci fossero cinque dogane,
non accettando più che il suo potere economico non avesse un
corrispettivo politico nell'ambito e sul modello dei più consolidati
stati costituzionali europei, lancia la parola d'ordine dell'Unità
nazionale.
I cafoni meridionali rispondono. Eppure non avevano, come invece nel
Lombardo-Veneto, stranieri da scacciare, né aspiravano a modifiche
costituzionali di cui non erano ancora coscienti: accolgono
Garibaldi perché si aspettano di ribaltare i rapporti di classe,
nelle campagne, contro i baroni, il notabilato borbonico, i
privilegi degli ecclesiastici. Compiuta la "liberazione", però,
l'intelligente tessitore Cavour si fece consegnare da Garibaldi i
territori del Sud per darli allo stato piemontese. E quando
Garibaldi obbiettò che l'unità non è compiuta senza lo stato
pontificio, venne rapidamente messo fuori legge.
Lo Stato unitario nasce quindi dall'alleanza della borghesia
imprenditoriale del nord coi "galantuomini" del sud.
"Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi" è l'ormai celebre
citazione del nostro contemporaneo Tomasi di Lampedusa: con
l'unificazione nazionale, per il sud cambiano solo i padroni.
Se cerchiamo di esaminare quale era la composizione del padronato
nel sud, vediamo che non mancavano imprese industriali come le
filande, poi distrutte dalla "crisi" venuta con l'unità e la
'tariffa' fiscale piemontese, nella 'piccola Manchester' di Villa
San Giovanni. Ma in un'economia che restava essenzialmente agricola,
alla quale programmaticamente il nuovo stato unitario negò un ruolo
di crescita industriale, padroni restavano i grandi proprietari
terrieri, e i grandi mediatori della borghesia di stato, che con
l'unificazione disposero a loro piacimento degli immobili demaniali,
delle terre confiscate alla Chiesa e ai vecchi padroni borbonici.
Avviato il processo unitario, i contadini tentarono debolmente di
inserirsi nel meccanismo di cambiamento, di strappare il sogno di
secoli, la terra, ma si trovarono ricacciati indietro. Tentano
qualche ribellione, ma, come già Nino Bixio aveva mostrato con
decisione a Bronte, quando non interviene l'esercito regio, ora si
trovano di fronte i “mazzieri”, al servizio dei nuovi padroni
galantuomini, che hanno soppiantato la casta nobiliare borbonica. I
mazzieri, antenati dei mafiosi, avevano campo libero per reprimere
con la violenza ogni forma di dissenso, individuale o organizzato.
Se erano tanto spavaldi, però, non lo dovevano soltanto ai padroni
che li stipendiavano, ma anche allo Stato, che garantiva l'impunità
per la loro violenza.
Per nessuno, in uno stato di diritto, può esistere, allora come
oggi, la possibilità di riappropriarsi del monopolio della forza,
(non a lungo), se non con il consenso, nei fatti, di chi lo dovrebbe
reprimere: la debolezza e l'acquiescenza prolungate per decenni sono
in realtà un consenso, una complicità.
Anche i fascisti, negli anni ‘20, poterono, pressoché indisturbati,
devastare sedi sindacali, assassinare ed intimidire dirigenti
politici, conquistare di fatto il potere: non perché la classe
operaia e contadina fosse più debole o poco capace di reagire alle
violenze, ma perché, quando le squadre dei fascisti uscivano, i
carabinieri avevano l'ordine di restare in caserma.
Quando gli operai reagivano, le forze dell'ordine intervenivano per
soffocare la loro protesta; e quando si recavano a chiedere
giustizia trovavano giudici molto sensibili alla "ragion di stato"
del padronato. E non è mai accaduto che qualche giudice si
schierasse dalla parte del più debole. Il più debole è rimasto a
guardare per più di un secolo il prepotente affermarsi con il
silenzio dello stato, ed ha tratto le sue conclusioni. In fondo, per
la gente che riusciva a restare onesta, lo stato aveva solo la
faccia della coscrizione obbligatoria e della famigerata tassa sul
macinato: scegliere tra mafia e stato non era (e non è) difficile,
dato che in fondo la prima è percepita come un altro aspetto del
secondo.
Nel ventennio fascista (qualcuno pretende che i mafiosi fossero
scomparsi), i mazzieri divennero "organici" del regime, anch'esso
nato per rafforzare l'alleanza tra borghesi e galantuomini,
un'alleanza che la grande kermesse popolare della guerra mondiale
aveva tentato di rimettere in discussione, sull'onda dell'esempio
russo, tra il 1919 ed il ‘21.
I fascisti dunque trionfarono non tanto per l'uso spregiudicato
della forza, quanto per la sottoscritta garanzia della loro
impunità: allora come oggi, di fatto, la logica di sopravvivenza dei
mafiosi impuniti (che appaiono come una minoranza protetta) è stata
uguale: l'impunità è oggettivamente fondata sulla voluta
inefficienza degli apparati preposti alla repressione.
* * *
Anche oggi non sono pochi gli "organici" mafiosi all'interno delle
strutture pubbliche. E alla carica eversiva della mafia a lungo non
si è risposto. Altro atteggiamento si è tenuto per il terrorismo
degli anni ’70/’80. L'eversione politica ha realmente minacciato
l'establishment erede dell'alleanza borghesi - galantuomini,
rischiando di condurre ad un'involuzione, a causa delle leggi
autoritarie e non garantiste che sembrava necessitare.
Il terrorismo minacciava i rapporti tra classe operaia (una delle
varie classi che vi sono oggi nelle società industriali) ed
imprenditori, metteva in discussione i diritti sindacali, per la
criminalizzazione indifferenziata che si tentò di imporre a tutto
ciò che rappresentasse le esigenze popolari, come insegna la
gestione della strage di Piazza Fontana e di quelle che sono
seguite.
Al terrorismo, alla fine, ha risposto il tessuto economico, e
conseguenzialmente democratico, del Paese più sviluppato (e più
minacciato), fino alla sua sconfitta. In quel tessuto si è saldata
l'alleanza del `patto tra produttori': classe operaia e
imprenditori, che caratterizza la storia del Paese nei decenni di
fine secolo. Il terrorismo è stato sconfitto prima nelle coscienze
che nelle prigioni. E' stato definitivamente messo fuori causa
dall'attacco "militare" che lo stesso generale Dalla Chiesa portò al
mondo dell'infantilismo rivoluzionario ed agli ambienti sociali o
culturali che fiancheggiavano il fenomeno.
Per quella lotta, che ha coinvolto alla fine larghe fasce popolari
(ad eccezione dei "non garantiti") hanno pagato un prezzo durissimo
le categorie più esposte: alcuni magistrati, politici, giornalisti,
sindacalisti. Ma non è fortunato un paese che ha bisogno di eroi
come Falcone e Borsellino: al terrorismo dei mafiosi non si è
risposto come a quello degli anni di piombo: eppure è identica la
carica di eversione politica.
Va sottolineato che molti magistrati del sud sono andati a fare il
loro dovere contro il terrorismo senza attendere (e senza ricevere)
particolari gratificazioni. Oggi in Calabria e nel meridione
continua a mancare negli organici, su posti già disponibili, quasi
un terzo dei magistrati, e le nuove assegnazioni sono sempre di là
da venire. Pochi magistrati vengono volentieri in questa regione, al
punto che si sono studiati e legittimati meccanismi che incentivano
carriera e stipendio per i magistrati 'disposti' a trasferirsi al
sud, mentre la normativa sulle assegnazioni d'ufficio rimane
nebulosa.
Seguendo la logica degli incentivi ai magistrati, si crea un
precedente, sul piano dei diritti costituzionali delle popolazioni,
a dir poco pericoloso, se non razzista: uno stato democratico e
moderno ha l'obbligo di garantire l’esercizio della giurisdizione in
ogni parte del suo territorio. E d'altra parte ci sarebbe la
possibilità legittima che anche insegnanti, tutori dell'ordine,
medici, e magari anche netturbini reclamino giustamente aumenti di
stipendio e la pensione a 50 anni, per accettare di andare a
lavorare in terra di mafia, perché non sono affatto meno in pericolo
degli inquirenti.
* * *
La prima democrazia che si costruisce sul territorio è quella dei
rapporti economici, perché essi rappresentano il primo livello
dell'istinto di conservazione e di sopravvivenza. Quando cresce
l'economia, attorno alle fonti produttive si aggregano gli interessi
di tutela degli strumenti di benessere e di lavoro, di crescita
ordinata, con il sostegno convinto e vigile della popolazione di cui
i lavoratori occupati sono parte essenziale.
Ma se una crescita economica è negata, anche la democrazia (cioè un
criterio di governo del territorio affidato all'iniziativa ed al
consenso dei cittadini) è negata in toto.
La mafia si è configurata sempre più, dunque, come una scelta di
gestione del territorio voluta dal paese reale, figlio di
quell'unificazione, che ha potuto forse considerare il fascismo un
episodio, ma che mantiene inalterati i rapporti di forza di
quell'alleanza. Il paese legale (le istituzioni) rispecchia ancora
questi interessi, fondati su un'organizzazione dell'economia che
deve vedere il meridione sempre perdente, per ovvî motivi di
alternatività nello sviluppo economico tra nord e sud, in una
situazione internazionale caratterizzata da una sempre maggiore
difficoltà nel mantenere una concorrenzialità dell'Italia su mercati
vieppiù difficili da penetrare.
Ancora oggi, il meridione non deve produrre, deve solo fornire
braccia per calmierare il mercato del lavoro (sino a che la
drammatica emigrazione extracomunitaria non renderà superflui anche
loro), deve fornire territorio per gli insediamenti industriali
pericolosi e inquinanti (come si voleva a Gioia Tauro), intelligenze
per dirigere i servizi avanzati. Il Sud deve solo consumare,
spendendo i soldi che l'assistenzialismo di Stato riesce a scremare
con l'imposizione fiscale mirata soprattutto sul lavoro dipendente,
presso chi lavora e produce o, meglio, è ammesso a questi diritti.
* * *
A fronte di un Mezzogiorno in cui, a milioni, donne, giovani,
diplomati e laureati sono disoccupati senza prospettiva alcuna,
faccia riflettere (fatti salvi i giusti principî antirazzisti che
devono ispirare la convivenza nel nostro paese) la presenza in
Italia di quasi un milione e mezzo di immigrati in gran parte
clandestini: sono i nuovi meridionali che accettano qualsiasi
lavoro, qualsiasi salario, che contribuiscono loro malgrado a
privare di significato decenni di lotte e di conquiste sindacali. E
non a caso sono gli strumenti di penetrazione dell'economia mafiosa,
clandestina, del "sommerso" che produce e vende merci per almeno
50.000 miliardi l’anno senza pagare tasse o contributi
previdenziali.
E' del tutto incredibile che sul mercato del lavoro in Italia (e dei
bisogni di accudirvi in termini di servizi) si sia improvvisamente
scaricata una intera, nuova nazione, senza che nessuno degli addetti
ai lavori si sia accorto di ciò che accadeva.
E' sempre stata una costante illusione di un certo ceto
imprenditoriale il voler ridurre al minimo il costo del lavoro
aumentando la massa dei disoccupati (in questo caso dei disperati)
disponibili. Ma ci si nasconde poi che i costi sociali (servizi,
sanità, scuola, ordine pubblico) diventano alla lunga insostenibili,
per quanto si tenti di lasciarli sommersi, almeno fino a che lo
stesso standard di qualità della vita non sarà garantito ai
residenti in tutte le aree del paese.
* * *
Ogni territorio, quindi, ha la sua economia, prima, e poi, di
conseguenza, la criminalità che corrisponde a questa economia: al
sud, pertanto, spettavano e spettano i mafiosi, sino a che i
rapporti di sviluppo economico tra le varie aree del paese non
saranno modificati.
Il paese reale, che è quello rappresentato nel Parlamento, ma pure
quello dell'imprenditoria, quello del sindacato (in cui troppa parte
ha assunto l'influenza dei partiti politici), quello dell'economia
sommersa, quello delle vecchie e nuove P2, dei grand commis di Stato
e delle Regioni, delle lobbies dentro e fuori di quello che era il
sistema delle partecipazioni statali, della massoneria "pulita", dei
quadri tecnocratici, dell'alta burocrazia, del sistema creditizio
(che rappresenta insieme privilegi e arroganza nel drenare le
risorse al sud), quello delle grandi aggregazioni produttive e di
quelle parassitarie, mantiene immutati i termini del contratto
post-unitario anche attraverso il sistema mafioso.
Un po’ dappertutto ci troviamo di fronte a ‘prenditori’ e non
imprenditori, a moneta cattiva che scaccia quella buona: nessun
imprenditore sano può competere con l'economia mafiosa che dispone
di migliaia di miliardi a tasso zero.
Bisogna domandarsi nitidamente qual è, se c'è, il ruolo della grande
imprenditoria e finanza nazionale ed internazionale di fronte allo
strapotere di fatto dei mafiosi nelle attività economiche.
Non si capisce, ad esempio, perché la Fiat (come risulta dagli atti
del processo “De Stefano + 59” a Reggio Calabria, che ha visto
insieme, alla fine degli anni ’70, le maggiori cosche mafiose
reggine nell’aggiudicazione dei subappalti per la realizzazione
dell'area e del porto industriale di Gioia Tauro), ha venduto sulla
semplice parola ad un oscuro insegnante di scuola media quale
prestanome macchine per movimento terra per quasi due miliardi
(prezzi del 1977). E anche recenti processi per le infiltrazioni
mafiose nella gestione del porto hanno mantenuto il consueto copione
secondo cui l'imprenditore (questa volta del nord) è sempre
"vittima" e mai complice dei mafiosi.
Non si capisce perché, già nel 1983, mentre i mafiosi minacciavano
tutti i consiglieri comunali dell'appena costituito comune di San
Ferdinando di Rosarno, affinché non andassero in aula a votare
contro la centrale termoelettrica che si voleva installare nell’area
industriale di Gioia Tauro, su tutta la grande stampa,
d'informazione ed economica, si gridava che la centrale era vitale
per salvare le industrie elettromeccaniche del nord, che avrebbero
versato sull'orlo del fallimento.
Non si capisce perché concessionarie di autoveicoli ed agenzie
d'assicurazione sono ormai "assicurate" ai notabili della mafia,
come confermano corposi sequestri di beni mafiosi effettuati in base
alla legge Rognoni-La Torre.
Qual è il ruolo nella lotta alla mafia della grande industria, della
grande finanza? E perché mai i sequestri e le confische patrimoniali
sono il risultato di indagini che si fermano sempre in loco? Forse
che non si osserva che grandi produttori e importatori nazionali ed
internazionali, assicuratori e banchieri non aspettano altro che di
trattare col nuovo “vincente” per affidare loro la propria
rappresentanza? Come mai quando si pongono sotto sequestro
concessionarie mafiose i produttori non revocano loro i propri
marchi? E se sono di fatto complici, perché non vengono mai
indagati, se sono loro i percettori finali dei guadagni mafiosi?
Forse non bisogna disturbare le pacifiche ed oneste categorie
imprenditoriali e lavoratrici nelle aree forti del Paese e d'Europa?
Si capisce quindi perché a Gioia Tauro lo Stato ha speso (ed ha
fatto il suo dovere) centinaia di miliardi per realizzare il più
grande porto del Mediterraneo, che è entrato in funzione solo dopo
la sua cessione a imprenditori del nord Italia, prima, e ora del
nord Europa. C'è a lato un'area industriale di 477 ettari, dove però
nessuna industria si consente di realizzare, e quasi sempre con
l'alibi della presenza mafiosa.
Bisogna sgombrare gli equivoci: i soldi spesi in Calabria
dall'intervento pubblico sono andati ai mafiosi? Forse, anzi quasi
certamente, e non solo a loro. Ma servono per comprare betoniere,
ruspe, tondino, cemento, computers, pellicce, auto di lusso, gadgets
che fanno status; oppure sono stati investiti nella Borsa,
depositati nelle numerosissime filiali delle banche settentrionali
operanti al sud. E' più giusto dire che i soldi che lo Stato ha
speso e spende nel sud ritornano immediatamente nelle aree forti del
Paese e d'Europa, sotto forma di denaro fresco, commesse per le
fabbriche, posti di lavoro per il triangolo industriale.
Bisogna smetterla di parlare della mafia, e cominciare a parlare dei
mafiosi, e dovunque si trovino. Ci sono più informazioni sulle
guerre di mafia nella provincia di Reggio Calabria a Pisa, dove
risiede una mega-impresa edilizia che ha trasformato per 25 anni la
provincia reggina in un cantiere permanente, che non in tutto
l'Aspromonte.
E dal momento che non è vero che contano giornali e giornalisti, ma
editori e direttori, la grande informazione nazionale continua a
sottacere fatti assai gravi per mantenere inalterato il flusso
affaristico-finanziario verso nord.
Un esempio macroscopico riguarda i 200 miliardi già spesi in
Aspromonte per una diga: un invaso di 18 milioni di metri cubi
realizzato all'interno di un parco nazionale "protetto"! E ci si
appresta a spendere altri 150 miliardi per un'opera che servirebbe
pochissimo a restituire al comprensorio reggino l'acqua. Essa oggi
viene dispersa in condutture vetuste, o rubata da agricoltori
protetti dai mafiosi. Di certo, se la comunità nazionale fosse stata
a conoscenza che nel 1979 la Electroconsult di Milano si è
preoccupata con uno studio, (prontamente finanziato dalla Cassa per
il Mezzogiorno) dei fabbisogni d'acqua nel reggino proiettati al
2025, e che la cosa poteva costare così cara, qualcuno avrebbe
potuto fare delle obiezioni. Se si fosse saputo che c'era una torta
da 350 miliardi da spendere in Aspromonte, di certo ci sarebbe stato
di che far nascere una piccola Svizzera, col turismo legato
all'agricoltura, alla viabilità, al recupero antropologico della
memoria storica: invece no, solo cemento e calcestruzzo per 18
milioni di metri cubi d'acqua che incombono sulla frana detta del "Colella",
con buona pace dell'ambientalismo locale e nazionale. Lavori
eseguiti, regolarmente, da imprenditori mafiosi.
Bisogna capire, allora, all'interno delle forze sociali e politiche,
meridionali e nazionali, che le linee di lotta alla mafia e per il
progresso civile ed economico del mezzogiorno sono trasversali, e
non seguono più contorni ideologici ma geografici.
E, infatti, cosa voleva dire negli anni ’50, la parola d'ordine del
"mezzogiorno all'opposizione"? Che si era compreso che non c'è più
unanimità nei partiti (eccetto che per un certo 'monolitismo', di
moda fino agli anni ’80), nei sindacati, nelle istituzioni
nazionali, in tema di riscatto economico e lotta ai mafiosi, perché
gli interessi divergono in termini geografici: su questo punto, il
paese reale, le istituzioni democratiche, dovranno fare chiarezza
soprattutto al proprio interno se si vuole affrontare seriamente il
tema della lotta alla criminalità organizzata senza enfasi
autoreferenziali.
E' necessario riaffermare con forza che la libertà e la democrazia
non sono divisibili. Non si può essere liberi a Milano ed oppressi
dai mafiosi a Reggio Calabria e dire che l'Italia è un paese libero,
perché non è vero. Bisogna porsi seriamente il problema del
ripristino delle garanzie costituzionali (prima tra tutte la libertà
di intrapresa economica) in Calabria e nel Mezzogiorno, o si va ad
una sottovalutazione del potenziale eversivo ed anticostituzionale
della mafia che ormai è contigua alla complicità.
Se (per fare un elenco molto incompleto) con Carnevale, Mattarella,
Terranova, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici, Juliano, De Mauro,
Fava, Francese, Siani, e, perché no, Ferlaino e Ligato, nel sud è
stata falciata col piombo una parte significativa della classe
dirigente italiana, bisogna riflettere, ricordando che la storica
impunità per questi delitti è la controprova che per ogni delitto
eccellente c'è un mandante eccellente.
Il modello colombiano è passato in Italia (non a Palermo, o a
Napoli, o a Reggio, ma in Italia) ed i fatti lo hanno dimostrato
ancor prima delle stragi con le autobombe: oggi si è entrati,
soprattutto in Calabria, in una nuova fase, quella del modello
colombiano - balcanico, e non solo per le evidenti saldature della
mafia d'oltre Adriatico con quella nostrana.
In Calabria viene ancora ogni giorno di più falciata la
Costituzione: è un grave allarme, che deve riguardare tutto il
paese. Sorge più che mai acuta la consapevolezza che il problema del
Mezzogiorno riguarda tutta la nazione, perché il sud è rimasto a
lungo (e per colpe e scelte che nascono fuori di esso) una sempre
più inquietante palla al piede della crescita democratica (od
"europea", se si preferisce) dell'Italia, che rimane, nonostante
tutto, tra i primi paesi industriali del mondo.
Nessun potere in Italia, reale o legale, nessuna lobby, nessun
gruppo manageriale potrà mai pensare di andare avanti, al passo con
le altre nazioni progredite, se non si sceglie di abbandonare
logiche e strumenti del potere mafioso: ha cominciato ad
accorgersene chi parla con preoccupazione della "linea della palma"
paragonandola alla crescita dell'influenza mafiosa. Si dice,
infatti, che quest'albero tropicale ogni anno riesce a spostare
verso nord di un metro il proprio habitat: e la risposta a questo
timore è evidente nel profondo rigurgito di razzismo antimeridionale
che ha legato vecchi complessi di colpa e nuovo benessere.
* * *
La Calabria ed il mezzogiorno, come sappiamo, non si trovano più
all'interno di un contesto economico chiuso, regionale, o nazionale.
Da molto tempo questa regione deve misurare i suoi eventuali spazi
di crescita con l'esistenza dei vincoli determinati dalla Unione
Europea.
La logica che ha presieduto alla nascita dell'UE è stata di evitare
che tutti i paesi che ne fanno parte immettano sui mercati interni
(in agricoltura, e nell'industria) più di quanto possano assorbire,
e che si producano troppe merci dello stesso tipo nei vari paesi
membri. Questo dovrebbe evitare cadute dei prezzi, guerre doganali,
licenziamenti in settori che la concorrenza internazionale rende
precari. Di anno in anno, i ministri degli esteri dei 15 si
riuniscono per decidere insieme quanto latte, o quanto acciaio (o
altri tipi di merce) produrre complessivamente, ed in che misura per
ciascun paese.
E' chiaro che l'Italia non ha smesso di produrre acciaio, ma se ne
vede assegnata una quota parte; non ha smesso di produrre latticini,
carne, zucchero, ma è ammessa a immetterne sul mercato solo una
certa quantità ogni anno. Se un prodotto agricolo vede cadere i
prezzi, l'UE interviene rimborsando ai produttori una percentuale
del mancato guadagno (le integrazioni) e se qualche paese produce in
eccesso, violando le quote comunitarie assegnate, si vede multato.
Per impedire che si produca in eccesso, però, l'Unione ha preso
l'abitudine di pagare i produttori perché distruggano le colture o
gli allevamenti: la chiamano incentivazione. Si monetizza con valuta
spesso precaria la sistematica distruzione di risorse produttive
nelle realtà più deboli sotto il profilo culturale, economico e
politico.
All'interno di ogni stato, pur non cessando una produzione, viene
deciso, in sede puramente politica e non di contrattazione economica
tra le regioni, chi ha diritto a produrre e dove, e si premia chi
più ha. E' pur vero che in Italia un referendum ha abolito il
ministero dell'agricoltura, secondo la "ovvia" logica che le quote
di produzione dovessero nascere da un accordo paritario tra regioni
ed Unione: ma la posta in gioco era troppo alta perché si avesse
rispetto degli strumenti di democrazia diretta. Chiuso il famigerato
ministero dell'agricoltura, si è abusivamente istituito il ministero
delle risorse agricole a tutela delle aree forti, ed il gioco è
fatto.
E' sotto gli occhi di tutti che la Calabria (e gran parte del
mezzogiorno) non produce affatto, e non perché non abbia le
competenze o la capacità, ma perché la sua storica debolezza
politica rispetto alle aree forti del paese ha impedito che
conquistasse una sua quota parte di produzione sui contingenti
assegnati all'Italia, almeno rispetto al mercato europeo: i mafiosi
fanno da garanti di questo modello di nonproduzione. Ed è
significativa, sull'altro versante, la violenta protesta degli
iperproduttori agricoli delle aree forti che si rifiutano, occupando
autostrade e aeroporti, di pagare le multe comunitarie.
Nel sud le campagne si sono svuotate, la plebe urbana dei
disoccupati e sottoccupati si è ingrossata (e così la manovalanza
mafiosa) sono scomparsi i braccianti e con loro il sindacato
contadino. Nella regione è tutta una sinfonia di integrazioni ed
incentivazioni, che rapidamente sono finite, nell'indifferenza
generale, in mano ai mafiosi.
Di fronte al dilagare dell'economia mafiosa si è verificato quello
che negli anni '80 sembrava solo uno slogan, e cioè che il paese che
conta è finalmente riuscito a trasformare la questione meridionale,
ormai abbandonata, in mera questione criminale.
La Calabria sarebbe ormai incapace di produrre da sé classe
dirigente non inquinata, e quindi le si sottrae la sua
rappresentanza nativa, per sostituirla magari con esponenti di altre
parti del paese, come dimostra la pletora di presenze "esterne"
nelle competizioni politiche, spesso incentrate, come per la
candidatura emblematica della madre di un sequestrato, sulla
creazione di una rappresentanza parlamentare dedicata esclusivamente
al tema della repressione del crimine. L'elezione di un alto
magistrato calabrese a presidente della regione non si sottrae a
questa logica, così come quella del suo competitore, un
intellettuale di alto profilo assente dalla Calabria da trent'anni.
* * *
Nel 1992/93 qualche spiraglio sembrava aprirsi con la nascita del
mercato unico europeo, che ha trovato la situazione dell'"economia"
meridionale in una condizione interessante e contraddittoria. Da una
parte, la storica discriminazione produttiva. Dall'altra, due
fenomeni concomitanti che potevano spingere al sud grandi risorse.
Il primo fenomeno è che la megalopoli che ormai lega Torino, Genova
e Venezia è arrivata al collasso per l'enorme concentrazione di
attività industriali ed agricole che vi si è insediata: c'è
l’allarme per l'aria (il che non è poco); nella pianura padana gli
scarichi industriali inquinano fiumi, intaccano le falde dell'acqua
potabile; l’Adriatico è in crisi, e così via. Questo condurrà nei
prossimi anni ad una rinnovata aggressività del triangolo
industriale per "beneficare" il territorio meridionale con
industrie, le prime delle quali sono naturalmente le più inquinanti,
come ha attestato il tentativo della centrale termoelettrica di
Gioia Tauro, non costruita per la tenace resistenza della
popolazione.
Il secondo elemento è che l’apertura delle frontiere in Europa
consente all’UE, presa nel suo insieme, di produrre beni e servizi
in misura maggiore rispetto alla somma del potenziale dei singoli
stati membri, come ha enfaticamente annunciato a Reggio l’allora
presidente della Confindustria, Pininfarina. Se il sistema economico
(imprenditoriale e finanziario) italiano vorrà restare alla pari con
i partners europei, allora, dovrà mettersi in grado di aumentare il
prodotto interno lordo. Qui ritorna in gioco il ruolo del
Mezzogiorno, come area naturale di una espansione non rinunciabile
del sistema produttivo del paese.
Se si vuole uscire oggi dall'economia precaria che il sistema
mafioso mantiene, bisogna che parti sociali, politiche,
imprenditoriali, ceti produttivi e professionali (che nel sud non
mancano affatto), escano dall'accattonaggio, cambino radicalmente
prospettiva. Bisogna che le cosiddette "parti sociali" comincino a
considerare controparte non più il "padrone", ma quella parte di
sindacato nazionale che siede ai tavoli delle trattative per
decidere l’assegnazione di ingenti commesse produttive di lavoro,
nel pubblico e nel privato. Bisogna che gli imprenditori meridionali
comincino a considerare controparte non i lavoratori ma i propri "colleghi'
dell'Italia del benessere e, innanzitutto, le loro banche. Il
capitalismo finanziario e industriale italiano è ancora vetusto,
alieno dal rispetto del mercato, monopolista sin che è possibile,
instancabile creatore sommerso di cartelli, sostanzialmente erede
delle logiche accentratrici dello stato fascista, che inglobava
tutta l’economia in un coacervo di interessi personalistici, spinto
a ciò dalle sanzioni internazionali che produssero l’autarchia: è
negli anni trenta che nasce l'IRI.
Bisogna che i partiti politici considerino controparte non solo e
non tutte le altre forze politiche, ma, a livello nazionale, quella
parte loro interna che rappresenta interessi diversi e contrapposti
alle prospettive di crescita del mezzogiorno: è necessario e urgente
avviare il federalismo democratico, a cominciare dalla politica.
* * *
Il sistema di potere dei mafiosi potrà considerarsi superato quando
in Calabria o nel sud un imprenditore, dal più modesto artigiano al
più grosso industriale, potrà impiantare la propria attività
produttiva sotto la convinta garanzia che i poteri pubblici devono
prestargli, dalle infrastrutture all'ordine pubblico, e potrà
depositare i suoi guadagni in una struttura di credito che non abbia
come obbiettivo il drenaggio di capitali che fuoriescono dalla
regione con la velocità dell'elettronica: ma su questo, purtroppo,
nessuna lamentela, nessun auspicio, nessun impegno solenne appare
nei grandi luoghi di decisione, nell'"opinione pubblica" nazionale,
nella coscienza "democratica" delle forze politiche e delle stesse
istituzioni.
Sembra ormai fatalmente accettato, anzi, che la scuola pubblica e la
ricerca (che lavorano in condizioni difficilissime nel mezzogiorno)
non debbano essere più un luogo di produzione di classe dirigente,
anche sotto i colpi di maglio del leghismo trionfante in tutte le
forze politiche. Nell'ultimo piano di dimensionamento scolastico
della Provincia di Reggio, poi modificato dalla Regione Calabria, le
scuole materne, elementari e medie di Platì e S. Luca sono state
fuse in un unico istituto, con un solo dirigente scolastico, in
omaggio alla logica ragionieristica di una legge nazionale che
tratta le capitali della disperazione al pari delle tranquille
province padane.
* * *
Con la disgregazione programmata, si spiega meglio il ruolo e la
presenza del milione e mezzo di immigrati clandestini, ed il
permanente atteggiamento che hanno assunto i mass media, la grande
stampa, verso il sud. Il sud è mafioso, è incapace di autonomia:
anche la Cassa di risparmio calabrese è stata prima integrata nella
Cassa di Risparmio di Milano e in quella di Torino, poi nella
megaconcentrazione di Banca Intesa.
Ed i tassi di prestito nel sud sono alle stelle, per l'ovvio
"rischio mafia", anche se i patrimoni finanziari più grossi sono
depositati in banca dai prestanome dei criminali. Il ruolo di
vigilanza della Banca d'Italia si rivela inconsistente sino a che le
banche meridionali accumulano "sofferenze", e molto attento quando
bisogna prendere atto che gli sportelli "ammalati" devono essere
ceduti per un boccone alle banche del nord, magari dopo che hanno
finanziato illegalmente alla grande le clientele politiche di turno.
Per il sud bisogna sempre decidere altrove, magari col sistema delle
agenzie speciali, e dell'affidamento di lavori pubblici
infrastrutturali alle grandi società di progettazione nazionali.
La Calabria, in effetti, vista dall'esterno, non è molto di più di
un'espressione geografica, un alibi per i grandi affari che vengono
decisi fuori di essa, e che poi vengono calati nella regione
scegliendo il personale politico, amministrativo, "militare" (come i
mafiosi) che deve portarli a termine. Andrebbe approfondita una
circostanza assai singolare: risulta che parecchi certificati
antimafia di grandi opere pubbliche da realizzare in Calabria sono
rilasciati a Roma.
E in Calabria si uccide, nella consueta generale indifferenza
dell'opinione pubblica nazionale, per conquistare un posto in prima
fila: non esiste nessuna componente etnica o culturale in questa
carneficina: se tanto spesso nel sud si ricorre all'omicidio, è
perché in certi ambienti si è sicuri che il premio per la
conquistata predominanza sul territorio, sugli affari, sulla
direzione dell'economia, sullo sfruttamento di ingentissime risorse
finanziarie di provenienza pubblica, è tanto alto da valere una
vita. Insomma, se si uccide è perché si è sicuri che dietro l'angolo
c'è in attesa il grosso appalto, la grande fornitura, c'è il
politico locale o nazionale che attraverso una onnipotente casta di
burocrati di alto livello (che restano, mentre ministri e assessori
passano) è pronto a decorare sul campo il più forte sul piano
militare.
E' inaccettabile l'approccio della grande stampa con la realtà
meridionale, intriso di evidente malafede. "Vaste aree della
Calabria - ha detto ancora un magistrato - sono in mano ad un
invasore che ha imposto il suo potere e lascia ogni giorno tracce di
devastazioni, incendi, omicidi, attentati: ma bisogna far finta che
niella sia accaduto. Si scambia l'emergenza dell'impegno civile (che
manca) con l'emergenza militare, che qualche volta fa affluire
uomini e mezzi e illude i cittadini. Lavoratori e gestori onesti di
pubblici uffici sono avvertiti: non devono andare oltre una
'corretta' routine. Se la si oltrepassa, allora è la riprovazione,
il 'ben ti sta, ti avevamo avvertito': è cosi che la mafia diventa
sempre più potente...".
Nel paragone che i giornalisti hanno fatto del Sud col Libano, c'è
qualcosa che non funziona: mentre l’inviato che si recava in
medioriente, pur di fronte alle stragi, alle storie di ordinaria
crudeltà e violenza, ha sempre mostrato sentimenti di umana e
commossa solidarietà per la popolazione, che sconta in modo
bruciante sulla propria pelle una situazione che non ha scelto di
vivere, quando si arriva in Calabria sembra quasi che il copione sia
già predisposto (con grandissima professionalità, s'intende) e che
manchino solo i nomi dei nuovi (o vecchi) protagonisti, tutti legati
alla maledetta etnìa locale: "Gesù, fai morire tutti i terroni",
dice una bambina torinese in una lettera pubblicata sulla "Stampa".
* * *
Certo, sul piano locale non sono tutte rose e fiori. Il collasso del
sistema dell'istruzione pubblica, la corruzione della pubblica
amministrazione, la gracilità delle
autonomie locali, incapaci di progettare e di spendere e cogliere le
opportunità dell'UE, la debolezza di chi amministra di fronte
all'aggressività vincente del sistema criminale sono cosa di tutti i
giorni. Il personale delegato all'esecuzione dei grandi affari
prospera e si tutela egregiamente. Ed è tanto abituato all'impunità
(sia nelle guerre di mafia che in quelle di partito, che in quelle
combattute nei corridoi degli uffici pubblici) che ormai è divenuto
un elemento indipendente, assestante, autosufficiente,
autopropulsivo, come un cancro che dilaga inarrestabile, a cui può
porre freno soltanto la società civile, che malgrado tutto esiste,
ed è maggioranza molto più di quanto non sappia essa stessa.
Bisogna reclamare ed imporre che lo Stato, in tutti i suoi organi,
centrali e periferici, faccia per intero il suo dovere. Si deve
capire anche che lo Stato non è soltanto un astratto "ufficio" che
sta in Calabria o a Roma, cui spettano tutti gli obblighi per
garantire una ordinata convivenza: lo Stato è l'insieme dei
comportamenti collettivi assunti di volta in volta dalle persone
delegate a rappresentarne le funzioni, dalla più umile alla più
complessa, dall'usciere all'onorevole.
E non solo: Stato è anche qualunque cittadino che decide di
attivarsi per far rispettare le regole, il contratto sociale, il
metodo quotidiano della democrazia e della partecipazione.
Si può dire che per molti versi il colonnello Gheddafi è un
personaggio che ha assunto tesi discutibili. Ma sulle porte delle
sue ambasciate c'è una frase (magari presa a prestito e rivenduta a
buon mercato) che fa riflettere: "la democrazia non è dare la parola
al popolo, ma dargli un ruolo".
* * *
A chi tocca combattere i mafiosi? Prima allo Stato e poi alle realtà
locali, prima alle popolazioni e poi ai ministeri che sarebbero
spinti dalla passione civile? Si deve cominciare da Palermo o da
Roma (o da Milano e Zurigo?). E a che servono le denunce coraggiose
(ricordarsi di Rocco Gatto, assassinato dai mafiosi a Gioiosa
Ionica, di Dionisio Crea, vicesindaco ucciso a Fiumara di Muro, del
barone Cordopatri e di tanti altri) se poi ciò che chiamiamo "Stato"
si mostra nolente? Non di rado esponenti più avveduti delle stesse
forze dell'ordine (e della magistratura) mostrano di capire che la
lotta fino in fondo ai mafiosi non paga, quando addirittura non si
tramuta in una concreta minaccia per le loro vite o per le loro
carriere. Con loro, in trincea, sono rimasti, sempre più bersagliati
(nell'intento di precipitarli nell'isolamento), pochi intellettuali.
Una mobilitazione delle coscienze deve esigere che Stato e poteri
locali facciano per intero il loro dovere. E si deve fare attenzione
che queste coscienze di cui parliamo sempre non siano più corrotte
dei corruttori, verifichiamo che le masse, inglobate e narcotizzate
nel modello assistenzialismo - sottosviluppo, abbiano ancora una
reale capacità di sdegnarsi, di mobilitarsi, di progettare una
società fondata sul lavoro, la produttività, la competitività.
Mass media e predicatori di turno, oggi, di tanto in tanto
mobilitano le masse per la pace nel mondo, la fame in India, la
lotta all'Aids. Ma è là dove i diseredati di questo paese vivono che
non si vede la disperazione quotidiana di migliaia di disoccupati,
impotenti di fronte al crescere delle rendite parassitarie. Ogni
mattina a Reggio ci sono almeno 60.000 persone che si svegliano
senza lavoro. Non protestano mai. Attendono la raccomandazione per
avere prima il "pezzo di carta" senza studio, come premessa per
avere il "posto" senza lavoro. Sono rassegnate, ma forse possono
essere una grande risorsa, se si riattiva adeguatamente la fiducia
in uno stato solidale e presente sui loro problemi.
Intanto, nelle strategie di contrasto al fenomeno mafioso mancano
del tutto strategie culturali di base. Non solo nella scuola, ma
anche con la creazione di pubblicità istituzionale; la messa in
evidenza delle strutture economiche messe sotto sequestro ai
mafiosi; l'intensificazione delle indagini patrimoniali che a tutt'oggi
mostrano un limite serio nel fatto che il 70% di ciò che è
sequestrato viene poi restituito, accrescendo enormemente il
prestigio sociale dei criminali e la percezione nella collettività
della loro oggettiva impunità.
L'impegno pubblico di 500 miliardi, varato nel 2000 col sostegno
della Confindustria, per rendere più tecnologicamente sicure strade
e autostrade e più avanzate le sale operative e i mezzi delle forze
dell'ordine, avrebbe potuto prevedere un minimo spazio per le
strategie culturali.
E' inutile lanciare accuse di omertà. Nessun cittadino che abbia
deciso di collaborare con gli inquirenti è mai stato tutelato, e
molto spesso è stato smentito dall'apparato giudiziario, restando
solo di fronte alle vendette mafiose. Lo Stato deve garantire,
tutelare, sostenere, proteggere, incoraggiare, gratificare chi lotta
contro i mafiosi, visto che alla radice del problema è esso stesso,
che con la sua "neutralità" ha consegnato interi territori ad un
potere, come quello mafioso, che non è "contro" ma "dentro".
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