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Nino
Caponnetto
“Sariano Incontri”
Potrei dire molte cose dei
quattro anni trascorsi a Palermo con Giovanni e Paolo, i giorni
lieti e i giorni amari, i giorni di lotta e i giorni degli attacchi
dei giornali o dei politici, ma lasciamo tutto alle spalle. Lasciamo
solo che viva il grande esempio di Giovanni e Paolo, che io
veramente sento vivi.
Io mi arrabbio molto quando sento gli adulti parlare di una gioventù
apatica, che pensa solo a divertirsi, ai divi del rock. Non è vero!
È una gioventù il cui animo trabocca di ideali; i giovani hanno
soltanto bisogno di qualcuno che li aiuti a tirarli fuori. Io sono
ottimista proprio perché vedo una gioventù piena di ideali e di
valori. Sono ottimista, come scrisse Paolo nel suo testamento
spirituale della mattina del 19 luglio. Paolo era mancato ad un
appuntamento con gli studenti di un liceo di Padova. Un'insegnante
gli aveva successivamente scritto una lettera che iniziava con, tra
virgolette, “Gentilissimo Signor Giudice, quasi a rimproverarlo per
questo mancato appuntamento. Paolo rispose a questa professoressa
iniziando la sua lettera così: tra virgolette "Gentilissima
professoressa, mi dichiaro pentito...", spiegando le ragioni per
cui non era potuto andare tra gli studenti. Paolo continuò la sua
lettera rispondendo ad alcune domande che questi ragazzi di Padova
gli avevano inviato per posta. Paolo farà in tempo a rispondere
solo a tre di queste domande. Ad un certo punto gli studenti
chiedono a Paolo perché è diventato giudice e lui risponde con
splendide parole. Paolo dice di aver preso coscienza del fenomeno
mafioso solo a 40 anni e di questo se ne fa una colpa. Paolo dice:
“Io sono ottimista perché vedo che la gioventù oggi, in Sicilia e
fuori della Sicilia, non ha più quell’atteggiamento di colpevole
indifferenza verso la mafia, che io mantenni fino ai 40 anni”; e
difatti, si può dire che fino a 40 anni Paolo non conobbe il
fenomeno mafioso e nemmeno Giovanni. Lo conobbero entrambi quando
entrarono all'Ufficio Istruzione. Da allora la loro vita fu
tragicamente segnata.
1970-1980: gli anni sprecati nella lotta alla mafia
Paolo Borsellino entra nell'Ufficio Istruzione di Palermo nel 1980.
Qui trova l'amico di infanzia Giovanni Falcone, trova Rocco Chinnici,
Giuseppe Di Lello: un gruppo di magistrati agguerriti. Il decennio
pauroso, che va dal 1970 al 1980, si era chiuso. Un decennio di
inerzia colpevole, un decennio nel quale non c'era un solo
rappresentante della gerarchia ecclesiastica o un solo procuratore
generale della Repubblica che osasse nominare la parola mafia.
Bisogna arrivare al 1982 perché un procuratore generale, in una
relazione all'inaugurazione dell'anno giudiziario, nomini la parola
mafia! Questi sono stati gli anni persi nella lotta contro la
mafia!
Nel 1973 era già possibile schiacciare la mafia, se ci fosse stata
una magistratura meno collusa e più consapevole, più preparata,
quando il pentito Leonardo Vitale stese l'organigramma mafioso sotto
gli occhi stupefatti di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria, che
non credevano a tutto ciò. Vitale nominava Totò Riina, Michele
Greco, Vito Ciancimino. Non fu deposto il minimo atto d'indagine. Si
fece passare Leonardo Vitale per pazzo, internandolo nel manicomio
criminale di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) e, dopo 10 anni, quando
uscirà, verrà inesorabilmente ucciso da un picciotto con tre colpi
di pistola nel centro di Palermo, poiché Vitale aveva tradito la
legge dell'omertà.
Gli anni persi nella lotta contro la mafia sono stati anche quelli
in cui non ottennero adeguate risposte le insistenze di noi
magistrati, che ci battevamo perché fosse approvata una legge che
tutelasse e agevolasse il fenomeno del pentitismo. Ci trovammo di
fronte un muro di incomprensione! La stampa del nord ci chiamava
addirittura "sovversivi"; Pannella, questo istrione, parlava
addirittura di "ammutinamento contro lo Stato", di "clan antimafia",
espressione quest'ultima usata anche dal Corriere della Sera e dal
Giornale di Montanelli.
Stiamo pagando tutti un grosso debito
C'è molto da fare oggi. Stiamo pagando tutti un grosso debito, ed è
per questo che io sto girando le scuole di tutta Italia. Lo faccio
perché devo pagare un debito nei confronti di due amici, figli,
fratelli, che io ho lasciato tumulati in terra di Sicilia. Voi
ricorderete quella frase "Tutto è finito", che io pronunciai in un
attimo di scoramento dopo la morte di Paolo Borsellino. Dopo pochi
minuti mi ero già pentito di quelle parole. Mi era parso di uccidere
una seconda volta Paolo e Giovanni. Capii, di fronte alla
moltitudine di giovani presenti davanti al Palazzo di giustizia di
Palermo, che io dovevo fare veramente qualcosa, dovevo di nuovo
scendere in campo nei modi in cui potevo farlo, con le poche forze
che avevo. Fu in quel momento che scelsi la strada di parlare ai
giovani. Credo che sia stata la scelta giusta, perché è stata una
scelta che ogni giorno mi rigenera, mi aiuta a diffondere fiducia,
speranza e coraggio, in mezzo a questa generazione che è piena di
valori. La speranza è soprattutto la speranza del nostro avvenire!
Sono i giovani che devono ricostruire il nostro Paese, ed è per
questo che sento il bisogno di andare da loro a parlare di questi
valori che non cambiano mai, a parlare di pace, dell'amore per
l'uomo, l'uomo nella sua essenza, con la sua scintilla di divinità,
per chi crede, l'uomo così com'è, indipendentemente dal colore della
sua pelle, della sua razza, della sua religione. L'amore per
l'umanità intera! Ai giovani parlo del culto della legalità, che si
è spaventosamente affievolito in Italia, ed è alla base di
"Tangentopoli", della criminalità organizzata e di tutti gli attuali
guai che stanno affliggendo il nostro Paese.
L'altro giorno ero a Maddaloni (Caserta), dove agli studenti era
stato affidato il tema della legalità. Mi sono accorto, per la prima
volta, quanto sia difficile parlare del culto della legalità. Il
tema è stato trattato in maniera specifica e, a domande del tipo:
"E' giusto ritirare lo scontrino fiscale?", il 70% ha risposto di
no, evidenziando in questo modo come il senso della legalità si sia
spaventosamente affievolito. Io credo che più si scende nel
meridione, più si affievolisce questo senso della legalità.
C'è molto da lavorare. Io spero che mi sia consentito di andare
nelle scuole del Sud, perché è lì che c'è bisogno di lavorare in
profondità, è lì che bisogna portare i valori della solidarietà,
della speranza e del coraggio, perché è lì che si sentono essi
stessi smarriti.
Era la prima volta che un magistrato entrava nella scuola di
Maddaloni. Non tutti gli insegnati di istituto sono preparati a
questi problemi e so che la mia presenza a Maddaloni ha incontrato
alcune resistenze. Non dimenticherò mai il calore con il quale i
giovani di questa scuola mi si sono stretti attorno, alcuni
piangevano dalla commozione, benché non avessi detto nulla di
particolare. Li avevo richiamati al senso di quei valori che devono
accompagnare la loro splendida giovinezza, alla necessità di una
scuola che non impartisca solo nozioni di carattere culturale, ma
impartisca un'educazione politica, nel senso nobile del termine,
cioè deve abituare lo studente ad entrare nella "polis", nella
città. Una "scuola del concreto", come diceva don Bosco alla fine
dell'800, quando girava le borgate povere di Torino.
Se faccio tutto questo è perché penso di pagare un debito verso
tutto quello che mi hanno dato di impegno, di dedizione per lo
Stato, ma soprattutto, di affetto e di amicizia questi due grandi
amici che ho perduto.
Gli anni della spada e della lotta
Gli anni che ci attendono sono gli anni della spada e della lotta.
Sarà una lotta difficile, tutta in salita. Non facciamoci illusioni
che possa essere vinta in poco tempo. Quando diversi anni fa il
primo commissario antimafia De Francesco disse che la mafia sarebbe
stata vinta nel 2000 fu coperto di improperi, fu minacciato di
destituzione del posto che copriva. Gli si disse che era pessimista,
che non aveva capito che la mafia si sarebbe sconfitta in breve
tempo. Secondo me egli, invece, fu ottimista.
Io spero sempre, prima di chiudere i miei occhi, di vedere questo
fenomeno criminale così spaventoso, sanguinario e feroce,
inchiodato veramente, messo con le spalle al muro e messo nelle
condizioni di non nuocere. Io, intanto, mi sto battendo nei limiti
in cui posso e, finché avrò un briciolo di forza, un soffio di voce,
seguiterò a girare per le scuole e per le piazze, seguiterò a
spiegare quali sono gli ideali per quali batterci e seguiterò a
sostenere questa battaglia per un'Italia nuova. Mi batterò per i
miei figli, i miei nipoti. La mia parabola è ormai al termine: non
so se riuscirò a vedere un Paese migliore. Comunque, questo Paese
migliore arriverà!
Io vi porto qui, oggi, la voce dolente di una grande città di
cultura e di arte, che è stata violentata. Questa è l'impressione
che ho avuto io di Firenze (Strage di Via dei Georgofili, 27 maggio
1993, nella quale persero la vita: Fabrizio Nencioni, Angela Fiume
in Nencioni, Caterina Nencioni, di due mesi, Nadia Nencioni, di 7
anni e Dario Capolicchio, studente, N.d.T.). Questo disegno
terroristico non prevarrà e non potrà prevalere! È un terrorismo che
mira soltanto a conservare determinati equilibri di potere che
devono lasciare il campo al nuovo. Io vedo un parallelo tra la bomba
di Roma (14 maggio 1993, in Via Ruggero Fauro scoppia un'autobomba:
l'obiettivo è il presentatore televisivo Maurizio Costanzo) e
quella di Firenze. L'una collocata nel quartiere simbolo della
capitale politica e civile del Paese (Quartiere Parioli, N.d.T.) e
l'altra collocata in uno dei quartieri più sensibili della capitale
della cultura e dell'arte (Quartiere degli Uffizi, N.d.T.). Si è
voluto intimidire il Paese, ma Firenze non ha piegato la testa!
Il rinnovamento non si può fermare
Voi avete visto in televisione quello spettacolo meraviglioso di
quelle centomila persone che hanno dimostrato, con compostezza e con
fierezza, in Piazza Santa Croce. È stata una giornata alla quale mi
è dispiaciuto non poter partecipare. L'impegno con Maddaloni era per
me prioritario, assolutamente! La manifestazione di Firenze, secondo
me, ha fatto da parallelo a quella che si è tenuta a Palermo attorno
all'albero di Falcone, in via Notarbartolo. Sono stati momenti
meravigliosi! Chi ha avuto la fortuna di vedere queste
manifestazioni, anche in TV, credo abbia visto che il Paese è
arrivato veramente ad una svolta e che, ormai, nulla può fermare
questa marcia verso il nuovo. È come un'ondata in piena che sta
travolgendo tutto e che sta per travolgere anche le ultime
resistenze, per quanto queste ultime possano essere violente,
barbare e feroci. Io ricordo l'urlo cadenzato, impressionante, di
quei centotrentamila palermitani. Mai vista una cosa del genere a
Palermo! Queste persone gridavano: "Vittoria, Vittoria" e i
centomila di Firenze gridavano: "Giustizia, Giustizia". Era lo
stesso grido, le parole erano diverse, ma il significato era unico.
Era un grido di protesta che si levava da due delle città più nobili
d'Italia. Da queste due città, Palermo e Firenze, è partito un
segnale di rivolta, di ribellione. Dopo i giorni delle stragi è
cambiato tutto. È iniziato un processo e questo molti politici non
l'hanno ancora capito, continuando a restare aggrappati ad un
cornicione che sta crollando.
È iniziato un processo di rinnovamento che non si può fermare!
Resistere!
Io credo che gli attentati non siano ancora finiti, perché non vi è
solo il potere mafioso, ma vi è una coalizione di poteri occulti, ci
sono pezzi dei servizi segreti, non so quanto deviati e quanto
istituzionali, ci sono quelli che Pino Arlacchi ha definito i "delifnquenti
politici" e tutto un insieme di forze negative che stanno cercando
di opporsi in tutti i modi al nuovo, al cambiamento. Noi dobbiamo
resistere! Non dobbiamo avere alcun attimo di esitazione, di paura.
Ricordate che Giovanni e Paolo e gli agenti di scorta che si sono
sacrificati con loro (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito
Schifani, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo
Li Muli, Claudio Traina, N.d.T.) sono andati incontro ad una morte
annunciata, conosciuta, di cui sapevano già, in certi limiti, la
data, con serenità e con una tranquillità che ancora mi stupisce,
mi commuove e mi impressiona! Non hanno avuto mai un attimo di
smarrimento e di paura. Nessuno ha mai sentito uscire dalle loro
labbra una sola parola di smarrimento, di paura e di
preoccupazione. Guai a chi della famiglia, in presenza loro, si
permetteva di esprimere sentimenti del genere.
È questo il modo con il quale Giovanni e Paolo sono andati incontro
alla morte. È con questa stessa determinazione, con questa stessa
mancanza di preoccupazione e con questa serenità che noi dobbiamo,
da un lato, ricordare Giovanni, Paolo, gli agenti di scorta morti
con loro e tutti gli altri che sono morti servendo il Paese in cui
credevano e che hanno servito con lealtà, ed è con la stessa
determinazione e serenità che, dall'altro lato, dobbiamo andare
incontro al futuro!
La splendida gioventù con la quale io colloquio tutte le mattine è
ormai pronta a prendere posto nella società, ed è pronta a portare
questa società malata verso un avvenire migliore. È con questo
augurio che io vi saluto e vi invito a tener duro, a non mollare.
Guai a mollare in questo momento! Questo è un momento delicato,
cruciale, che sta attraversando il nostro Paese, e c'è bisogno di
dimostrare forza, c'è bisogno che nessuno molli, c'è bisogno che
ognuno faccia a se stesso un giuramento, come quello che feci io
accanto alla bara di Paolo: quello di non mollare, di seguitare a
lottare per quegli ideali, per i quali molti hanno perso la vita, di
seguitare a lottare per un'Italia migliore, più onesta. La lotta
sarà dura, ma la vittoria sarà sicura se noi lotteremo con questa
determinazione! |