COSTRUIRE LEGALITA’

“Parlare di legalità, non è facile in quanto la linea di demarcazione tra legalità e illegalità è molto sottile. La legalità è rispetto dell’altro, ed è convenienza perché osservare le regole conviene. Il problema dell’illegalità, della criminalità organizzata è debellabile soprattutto come problema culturale-educativo; bisogna però intervenire in età precoce, combattere la prepotenza, chi è prepotente da piccolo, tenderà a sopraffare l’altro. Chi può intervenire meglio della scuola? Essa svolge un ruolo focale: formare l’uomo, formare il cittadino aiutando il soggetto a “costruirsi” una coscienza critica e ad allontanare l’ignoranza.
Alleati potenti delle menti criminali sono: il senso comune, i luoghi comuni, l’ignoranza che favoriscono la via ad un tacito consenso. I presupposti per tali atteggiamenti di intima adesione alla prevaricazione mafiosa insorgono molto presto negli individui poiché intervengono implicanze pre-logiche, affettive ed emotive. Sono micro-dimensioni psichiche e relazionali senza le quali tuttavia, le macro-dimensioni del fenomeno, risulterebbero incomprensibili. Ecco quindi che la famiglia e la scuola, essendo le Istituzioni preposte alla socializzazione, svolgono un compito preminente nel contrastare le violenze e nell’educare ad una coscienza democratica e civile. Occorre, è vero, una sinergia Interistituzionale (l’Ente regione si affianca alla scuola, collaborando con altre istituzioni), ma è anche vero che ognuno di noi deve svolgere un proprio ruolo”.
La legalità è dunque il rispetto di ciò che è giusto, il rapporto che relaziona il giovane alla società e l’ “area dei saperi” contribuisce in modo incisivo nel costituire la persona.
Si parla di una linea valoriale: la scuola deve formare, condurre, istruire; al docente si chiede molto: deve essere educatore, istruttore, formatore, instradatore, psicologo, analista, ecc. ma questo perché la scuola è polis, è la grande città dell’uomo.
La scuola gentiliana degli anni ’50 è finita da un pezzo, oggi essa si è aperta ad un pluralismo di linguaggi, è multimediale, multietnica; si è passati dalla partecipazione all’accoglienza. I giovani del 2000 sono carenti di memoria storica, vengono definiti i professionisti dell’incertezza (possibilismo di Allun), i presentisti del quotidiano. Il mondo dei giovani è vario, fragile; essi sono custodi di messaggi effimeri, occorre tutelarli, capirli nella scuola e nella famiglia. La società non è in grado di garantire il futuro a questi adolescenti che si sentono defuturalizzati. Lo studente richiede oggi la libertà, l’autonomia, i suoi diritti, il drop-ut: l’uscita dalla scuola, il prosieguo, lo sbocco operativo, ed ecco che nello scontro con il quotidiano, si concretizza una legittimazione di paure; l’insuccesso scolastico, la dispersione, il disagio, la devianza, la criminalità dimostrano ampiamente il rischio in cui versa il nostro bacino di utenza.
Insegnare non è facile, spesso il docente diventa l’amico di questi ragazzi disorientati. Occorre tolleranza, la tolleranza è intelligenza, capacità ermeneutica di solidarietà.
Autonomia non vuol dire anarchia, ricerca di sregolatezze ma confronto e dialogo, accogliere l’altro, l’alterità.
La scuola, per arginare il fenomeno della violenza, deve avere progetti mirati, valenza, deve formare i giovani alla città. Educazione vuol dire fare ritrovare una grammatica di diritti e doveri essenziali, identificando valori, il rispetto delle differenze, la salvaguardia della sopravvivenza.
Dunque, una scuola pluralistica educativa che abitui gli allievi al senso della libertà, della giustizia, alla speranza nel futuro.
Punti di partenza per l’educazione alla legalità potrebbero essere:
La lettura del territorio attraverso l’occhio dell’alunno, attraverso la percezione soggettiva, gli impulsi, le sensazioni del ragazzo e questo lo si può attuare con dei questionari, per disegnare un quadro visto dall’interno. Questo “fieri” lo si coglie tramite le esperienze della comunicazione.
Altro aspetto importante è rappresentato dal modo in cui noi accogliamo e ascoltiamo il soggetto. E’ necessario un supporto psico-pedagogico: capire il non detto, quello che non ci viene comunicato.
Accanto a queste piccole strategie si reputano dense di significato, letture di saggi narrativi, di romanzi, di testi sociologici per accostarsi al tema della mafia, trattato ad esempio da L. Sciascia, da S. Strati, ecc., ed ancora, la visione di film, filmati, materiale documentaristico o di denuncia, imperniati sull’argomento preso in esame.
Il trasgressivo può infatti apparire agli occhi dello studente, una forma di positività, di realizzazione, in quanto è un elemento fondamentale nel giovane, nella ricerca del Sé. Sciascia fa trasparire una volontà nazionale, illuministica di aggredire il fenomeno mafioso; ne “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, emerge la forza dello Stato, idealmente vincente.
Il giovane cerca di distinguersi, andando al di là delle convenzioni, trasgredendo; occorre dimostrargli che la legge è necessaria; senza un reticolato giuridico la società non può esistere perché c’è un continuo confronto tra sé e gli altri.
La legalità quindi deve essere rispettata, essa è utile e non si potrebbe viverne senza; anche i briganti hanno delle leggi, anche nel gioco esistono delle regole.
Bisogna inoltre tener presenti i modelli culturali così divinizzati dai mass-media; i ragazzi sono bombardati di continuo da essi e si domandano: “perché tizio (attore, gente di spettacolo, ecc.) possiede questo ed io no?, perché può far questo ed io no?
E’ fondamentale recuperare l’importanza dell’essere rispetto all’avere e far capire agli studenti che la legalità è anche razionalità in quanto equilibrata visione del reale, della vita.
Nella nostra società così avveniristica e avanzata, assistiamo a fenomeni deprecabili, di violenza gratuita e le nostre scuole non sono immuni a tali atti abietti: bullismo, prevaricazione, formazione di clan, ecc.. dovremmo forse comprendere meglio i giovani aggressivi; chi sono? Allievi deprivati in quanto la famiglia è deficitaria, soggetti dalla personalità incerta, con scarso interesse cognitivo, carenze affettive, spesso vittime di maltrattamenti e soprusi.
Il Bullismo, forma di spavalderia e prepotenza tendente alla sopraffazione dell’altro ed all’affermazione della propria identità prevaricante, è indubbiamente un comportamento sociale negativo ma è sociale, è una relazione che intercorre tra un individuo e un gruppo di individui o più individui e gruppi di individui; entra in gioco la socializzazione.
E’ importante chiedersi: “Che cosa vuol dire socializzazione per un bambino, un ragazzo che vive in un contesto a rischio?” si tratta di un processo attraverso cui si acquisiscono dei comportamenti, dei valori, degli atteggiamenti (a livello cognitivo e comportamentale) significativi, importanti per un certo gruppo, per certe famiglie.
Nella “cultura della mafia e della violenza” c’è un’atmosfera nella quale fin dalla nascita è immerso questo bambino che dagli esempi comportamentali, recepisce una cultura della violenza. Infatti, il processo di socializzazione inizia molto presto e si incunea già dalle prime manifestazioni con gli altri. Dalla nascita alla scuola dell’infanzia, il bambino ha costruito un bagaglio di conoscenze che amplia tramite i rapporti con gli adulti e i coetanei, nella scuola materna; per diventare persona, per entrare in gruppo, deve sviluppare la capacità di riconoscere e condividere gli stati emozionali, di capire i rapporti fra gli altri. Intorno ai due, tre anni, nasce la capacità empatica, riconosce le emozioni degli altri (Freud). Ma già sin dai primi mesi di vita il bambino ha la capacità di comunicare acquisendo gradualmente, conoscenze di relazioni sociali: l’autorità e quindi la punizione, la solidarietà e la gentilezza, l’amicizia.
E’ ovvio che anch’egli incontrerà degli ostacoli, senza frustrazioni non si sviluppa, come afferma Freud, la teoria della realtà (principio del piacere e principio della realtà).
ESPERIENZA SOCIALE

ACQUISIZIONE DI CONOSCENZE
DI RELAZIONI SOCIALI

AUTORITA’ SOLIDARIETA’ AMICIZIA

PUNIZIONI GENTILEZZA

L’amicizia in età prescolare:
offre sicurezza;
consente di conoscere le proprie capacità;
permette di offrire agli altri la propria esperienza.

(Gruppo formale)
PREADOLESCENZA
(rapporto con i coetanei)

AMICO DEL CUORE

FEDELTA’ ESCLUSIVITA’ AIUTO COMPRENSIONE

Nell’adolescenza, tutto ciò che viene proposto dagli adulti viene rifiutato perché proviene dall’alto. Dal gruppo formale (preadolescenza), si passa al gruppo informale (condivisione del tempo libero, divertimento, impegno).
(gruppo informale)
ADOLESCENZA
ASSOCIAZIONISMO

GRUPPI

SPORTIVI CULTURALI FORMATIVI ESPRESSIVI

L’adolescente cambia dunque la sua socializzazione; si creano relazioni sociali che possono essere positive o negative (aggressività, prepotenza).
L’aggressività può essere:
individuale (minacce, offese e/o attacchi tra compagni, assertività (voler raggiungere a tutti i costi una meta, imponendosi sugli altri).
Di gruppo (guerra).
E, sulle origini del comportamento aggressivo, si riscontrano due componenti: una biologica, l’altra ambientale.
Vari studiosi hanno condotto diversi studi per rispondere ad un quesito: “Il bambino nasce buono e poi la società lo incattivisce oppure il bambino nasce già con una pulsione aggressiva?”
I comportamentismi si soffermano sul rapporto tra TV violenta e contegni aggressivi, adducendo ad essa molte colpe in quanto la successione di immagini brutali e rabbiose, può creare, in una personalità debole, ancora incerta, dei meccanismi d’imitazione, di emulazione, di modelli destrutturati e perniciosi.
E’ ovvio che questo avviene, in massima parte, laddove i genitori, occupati e distratti, e/o impegnati a risolvere conflitti personali (ma anche di coppia), o rivolti a soddisfare i propri bisogni, o ancora, protesi all’autoaffermazione nella scalata verso posti di potere e prestigio, delegano ogni fonte d’istruzione, di occupazione, di svago, di compagnia, d’impegno al grande scatolone, senza aver avviato alcun processo di educazione all’immagine, senza esercitare alcun controllo su quanto viene trasmesso ai figli che trascorrono gran parte del giorno e della sera davanti alla TV. E poi, ignari e sorpresi, non riescono a comprendere come i loro ragazzi, accontentati in tutte le richieste voluttuarie, spesso superflue, possano manifestare atteggiamenti di aggressività.
Facilmente nelle scuole si assiste a fenomeni di prepotenza che possono assumere fogge differenti.
Un ragazzo subisce delle sopraffazioni, quando un altro soggetto (o un gruppo di soggetti) gli dice delle cose spiacevoli, offensive; in tal caso si tratta di violenza verbale. E’ prepotenza quando un ragazzo viene colpito o gli viene rubata qualcosa; parliamo cioè, di violenza fisica. E’ sempre prepotenza quando al ragazzo nessuno rivolge la parola; ci troviamo di fronte ad una violenza indiretta.
Inoltre, gli atti di prepotenza non turbano e non creano disagio soltanto alla vittima ma turbano l’intero clima scolastico, non c’è più serenità e viene contrastato l’apprendimento dei ragazzi.
Nella dinamica del prevaricatore, “bullo”, e della sua vittima, si creano, all’interno del gruppo, diversi ruoli: l’aiutante, il sostenitore, il difensore della vittima e il dissociato, lo spettatore. Solitamente, emergono gruppi eterogenei: i bulli, i sostenitori, gli aiutanti, sono maschi; i difensori e gli indifferenti, femmine. Sono tuttavia i ragazzi stessi della classe che attribuiscono i ruoli.
Come intervenire in siffatte situazioni?
Scopo primario dell’intervento dei docenti è creare cooperazione e socializzazione nel gruppo classe (quindi non intervenire sul singolo individuo: bullo o vittima, bensì su tutti i ragazzi) con attività didattiche in classe e all’esterno, attraverso la drammatizzazione e la letteratura, capaci di suscitare stimoli ed emozioni.


CONCLUSIONI
Dovremmo probabilmente, esaminare meglio la società del Duemila, essa ci appare mutevole, caotica, trasgressiva, esigente, incerta.
La legalità, il rispetto delle Istituzioni è un dettame che i giovani, indipendentemente dal loro contesto d’inserimento, devono conoscere. Agli educatori spetta il compito di fornire messaggi di alta formazione, di istruzione a soggetti che mostrano di avere poca stima di se e della scuola stessa. Gli archetipi di vuoto, i modelli distorti, la mentalità aggressiva e violenta devono essere oggetto di studio di ogni area del sapere perché ogni disciplina concorra a costruire la persona, lo studente, nel suo vivere esistenziale e nel suo inserimento sociale.
Bisogna implicare i giovani nell’osservanza delle Istituzioni e nel coinvolgimento dei valori civici.
Il nostro territorio è a rischio e la legalità è il presupposto per lo sviluppo dell’etica della socialità e della solidarietà; non è un valore che si improvvisa ma esige un costante impegno educativo da parte della famiglia, della scuola e delle altre istituzioni.
La classe politica dirigente dimostra spesso una carenza etica di fondo, ostentando una forma di “riverenza” molto strumentale verso i valori veri ed essenziali; un reale sviluppo della legalità impone il passaggio da logiche in cui pochi decidono e contano a logiche pluralistiche.
Alle agenzie educative, prime fra tutte la scuola, è delegato l’onere di responsabilizzare i giovani, colmare i loro vuoti, abituarli all’idea del dovere, “Formarli”, in un percorso che deve necessariamente incontrare la famiglia.
Dagli anni ’90 in poi, i ragazzi appaiono più carichi di realismo che di utopie; chi ha chiamato questa parte di umanità: generazione dell’abbastanza (Milanesi) o giovani dalla biografia aperta e reversibile, (Melucci), ha voluto etichettare gran parte della storia degli ultimi anni, costellata di violenza, lotta armata, terrorismo, anni di piombo, microcriminalità e tutto ciò deve farci prendere coscienza della pericolosità “ambientale” e “antropica” in cui crescono i nostri alunni che vedono una geografia del territorio piuttosto dubbia in quanto, accanto alla cultura, all’arte, alla disciplina, si staglia il triste fenomeno della mentalità mafiosa e paramafiosa.
Molti insuccessi scolastici devono essere studiati e diagnosticati con un’accurata progettazione affinché i soggetti si possano recuperare realmente. Le mentalità d’origine, di famiglie dubbie, riportano nella scuola, come abbiamo asserito in precedenza, lo stesso tessuto che ha alla base, le radici genetiche dell’aggressività.
La società vede questi giovani, protagonisti inquieti, ma quante storie di dolore: disuria (forme di accadimento inadeguato e distorto), famiglie disunite o disamorate, divorzi, figli violati che conoscono fin da giovanissimi, pause di silenzio, costretti a vivere tra solitudini domestiche, angosce, giovani che ricercano spasmodicamente la propria affermazione, spesso rumorosi e rockettari ma, alle prime difficoltà esistenziali, cadono nella più profonda disperazione e molto spesso, questa li spinge tra le spire della violenza fine a se stessa.
Lo studioso Ronkey osserva: “se guardiamo seriamente in fondo alla loro disperazione, ci accorgiamo che questi giovani si trovano dinanzi ad un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà è un sogno, il domani un ieri, l’amore una parola dal significato non chiaro”.
Essi tentano invano di inserirsi nel contesto sociale e chiedono soprattutto una speranza che la società non è in grado di garantire. Ecco perché sono animati da uno spirito di rivalsa verso di essa, rivalsa in cui prevale la dissacrazione degli ideali e un pauroso cedimento dell’essenzialità della famiglia, e così, facilmente, sconfinano nel campo dell’illegalità.
Oggi tutto è a portata di mano e il benessere spesso crea malessere perché solo materiale; conformismo, superficialità, consumismo, indebolimento delle relazioni di comunità, “avere”, raggiungono dimensioni macroscopiche, in particolare, nelle grandi città (come è stato rilevato da urbanisti, sociologi, criminologi), dove si riscontra quell’ambiente in cui nascono e si sviluppano patologie sociali; e, accanto ai fenomeni di criminalità, troviamo effetti di emarginazione, di disagio, di sofferenza, di insicurezza.
Spesso l’allievo abbandona il percorso didattico perché la scuola diventa un ambiente rigidamente strutturato in orari densi e impegnativi, non offre spazi per la ricerca della propria identità, i programmi diventano rigidi, esigenti, non vengono relazionati alla realtà territoriale; d’altro canto, è questa una società che non è correlata alla programmazione della scuola, alla pluriprogettualità nuova che sta invadendo come una meteora, i “curricula”, i saperi, l’ambito delle sperimentazioni didattiche. Si moltiplicano le forme di evasione, di esperienze distraesti; lo spaccato tra mondo del lavoro e mondo scolastico si fa sempre più vivo. I soggetti appaiono legati, in un crescendo, a situazioni disturbate, altamente depauperate a livello psico-socio-culturale mentre cercano il confronto e il dialogo. “Il docente che non sa dialogare non sa insegnare”
Sicuramente, per far rinascere la speranza, occorre che cambiamo noi adulti, accogliere l’altro anche se deviato, lassista, vagabondo, non con la percezione del fastidio e dell’intrusione ma con apertura, rispetto, disponibilità, ascolto, capacità interpretativa, rapporto orizzontale affinché la comunicazione decifri una varietà di esperienze palesi ed implicite.
Il docente degli anni 2000 trova davanti a se uno scenario totalmente diversificato rispetto al passato. Parlare ai giovani esige una quotidiana ricerca sulla loro vita, sulla cultura o culture di provenienza, sulla loro formazione, sulla scientificità dei loro progressi.
Nonostante la scuola non sia più legata ai ritmi della didattica del passato, nonostante la democratica partecipazione della famiglia e di altre agenzie educative, il docente si trova solo ad operare e molte volte deve far leva sulle sue forze e sulle possibilità attuali.
A conclusione delle tematiche affrontate, si ribadisce l’importanza di competenza, efficienza, efficacia, coerenza dell’educatore ed il pieno coinvolgimento nell’azione formativa, di tutte le discipline, di tutti i docenti che devono concorrere allo stesso fine, con un’ottica univoca e intensa per identificare i diritti-valori della nuova generazione: pace, ambiente, rispetto delle differenze, antirazzismo, sopravvivenza, humanitas.
La scuola deve pertanto costruire quella religione civile, sulle tracce di un illuminista come Rousseau, in cui si possano ritrovare in un nuovo e più razionale dialogo, docenti e discenti, nel rispetto delle Istituzioni.
Abituiamo i nostri allievi nelle aule, al senso della libertà che non è libertinaggio, caos, al senso della legalità che non è costrizione, al rispetto degli altri che è intelligenza, disciplina concreta di vita.
E’ vero che il ruolo della scuola nel compito educativo è conflittuale, talora pesante e ostico ma è un dialogo continuo, operativo, stimolante in quanto, se fallisce la scuola, si oblierà la società dei buoni e degli operosi e comincerà la società degli irregolari, dell’”HOMO HOMINI LUPUS”
La responsabile settore scuola “ Riferimenti “ Piera Caltabiano







Si ringrazia
La responsabile del Prg: “Ed. alla legalità”
Piera Caltabiano
TRACCIA PER L’ANALISI DEL FILM “I CENTO PASSI”
DATI:
Titolo del film
Anno di produzione
Nazionalità
GENERE:
Indica se si tratta di un film:
drammatico -commedia -documentaristico o di denuncia -storico -western -giallo o thriller -musical -fantascienza -horror -fantastico e fantasy -avventura -cartone animato.
LIVELLO DELLA STORIA:
-sintetizza brevemente la vicenda filmica;
-chiarisci se i fatti sono narrati secondo: un preciso ordine cronologico, interamente in flashback, con alternanza di piani temporali (piano del presente, flashback, anticipazione di eventi futuri);
-considera l’ambientazione e precisamente: luogo (luoghi geografici, ambienti esterni ed interni, ambientazione fantastica); tempo (presente, passato, futuro, non precisabile), arco temporale (da……a…..).
-costruisci le relazioni che intercorrono tra i personaggi, specificandone i ruoli (protagonisti, antagonisti, personaggi minori e comparse);
delinea le caratteristiche dei protagonisti e degli antagonisti sui piani: comportamentale, socio-culturale, psicologico;
SCOPO, TEMA, MESSAGGIO:
Definisci lo scopo del film:
informare suscitare riflessioni suscitare emozioni
produrre effetti sensazionalistici denunciare un problema
divertire suscitare polemiche
IL LINGUAGGIO
Soffermati sui dialoghi e indica se sono:
frequenti e importanti rari ma significativi poco rilevanti
Rifletti sul ritmo e indica se è:
lento (con molte pause descrittive) rapido (con prevalenza di azioni)
alternato
Considera la recitazione degli attori e chiarisci se è:
naturale enfatica ad effetto trasandata meccanica altro
INTERPRETAZIONE PERSONALE
Indica sentimenti, emozioni, riflessioni suscitati in te dalla visione del film, in particolare chiarisci:
-se ti è piaciuto e perché;
-se ti è parso di facile o difficile comprensione (specifica i motivi);
-se ti è parso lungo, breve o di durata giusta;
-quali sentimenti hanno suscitato in te i personaggi (simpatia, antipatia, interesse, indifferenza, ecc);
-quali episodi ti hanno maggiormente colpito;
-se il messaggio del film è condivisibile o va criticato, integrato, rifiutato;
-se consiglieresti il film ai tuoi amici e perché.



PREVENZIONE AL DISAGIO DEGLI ADOLESCENTI
Progetto: “IL BULLISMO E L’ AGGRESSIVITA’ ” (corso di formazione per i docenti)
Progetto: “IL MALESSERE E I PERICOLI DELL’ADOLESCENZA”
(per gli studenti)

PREMESSA
La possibilità di sopravvivere e di dare senso a tutto ciò che si impara a scuola passa attraverso la comprensione, la ricezione e l’assimilazione dei concetti e dei valori che concorrono a farci interagire con i nostri simili e con l’ambiente, secondo modalità che ci danno insieme libertà e sicurezza. E’ d’importanza peculiare in tale contesto, comprendere Il senso ed il rispetto dei “modelli” esistenti.
La liceità (conformità alla legge) è per la pedagogia, una qualità dell’animo e dell’intelligenza, che sa valorizzare e relativizzare quel bene precario e insostituibile che è la legge intendendo non solo quella dello Stato ma di tutta la “famiglia umana”. Quindi non si tratta del semplice apprendimento a conoscere e rispettare l’ordinamento legislativo bensì della consapevolezza che un comportamento non debba essere solo legale ma anche, e prima di tutto, morale.
Diceva Molière: “Se i furfanti sapessero quanto si guadagna ad essere onesti, sarebbero onesti per furfanteria”
L’onestà è anche frutto di informazione, di conoscenza, di simpatia, e dunque la si può conquistare anche attraverso l’educazione. Sono le furbizie private, gli atteggiamenti falsati che rendono così scadente la vita pubblica.
Se si riflette su questo effetto perverso, si può capire che la disonestà coincide non con la furbizia, ma con la miopia e la mancanza di idee e di sentimenti elevati. Ed il riferimento all’onestà chiama in causa la giustizia, che è il vero fondamento della legge. Senza connessione fra onestà, giustizia e legalità, l’educazione alla serena convivenza civica non pare efficace, né pedagogicamente significativa in quanto sembrerebbe rivolta solo al fatto della legge, senza esplorarne le ragioni, le dinamiche evolutive, i limiti in rapporto al valori e agli interessi chiamati in causa.
L’etica pubblica appare, in questa prospettiva, come una strategia di convivenza tra persone diversamente ispirate e orientate e come una tattica di sopravvivenza di un’umanità sempre più minacciata dagli effetti dei propri contegni. L’accento si sposta quindi, dall’intenzione alla responsabilità ossia alla valutazione delle conseguenze delle scelte personali sulla possibilità di esistenza di una società civile e sulla qualità della vita di ciascuno.
In tale prospettiva la legge non appare più come un comando arbitrario a cui obbedire per evitare sanzioni o il rimprovero interiore della coscienza ma come il frutto di un patto, di una decisione che coinvolge e garantisce tutti e la cui violazione danneggia tutti, direttamente o indirettamente.
I comportamenti illegali del nostro Paese spesso derivano dall’insufficiente sviluppo di tale concezione e la dimensione del cittadino è compromessa da logiche individualistiche o dalle “solidarietà corte” di chi immagina di salvare se stesso, la sua famiglia e il suo gruppo, ignorando o sacrificando tutti gli altri -esatto contrario della prospettiva di Ghandi-.
Ma affinché questo “sacrificio” venga avvertito come produttivo, è necessario superare quel clima di sfiducia negli altri e porsi, anche unilateralmente, come fattore di garanzia della qualità di relazione. Si tratta pertanto di essere non solo “consumatori” della fiducia ma anche “produttori”, per creare un clima favorevole alla vita collettiva, in cui si sia non solo impegnati a difendere i propri diritti, ma anche a promuovere quelli degli altri.
Non sempre la scuola affronta tali problematiche in maniera capillare ed incisiva anche per le parziali epidermiche conoscenze, per la frenesia di svolgere la programmazione e/o per le salde convinzioni personali di docenti e genitori dalle quali risulta ostico allontanarsi mentre, a mio avviso, sarebbe prioritario aiutare i giovani ad “aiutarsi”, a “costruirsi” per essere in grado di affrontare il marasma sociale, con una propria personalità ed in piena autonomia.

I reiterati contesti di prepotenza, aggressività, violenza, rischio, riscontrabili nel consueto e particolarmente, nelle nostre realtà locali, (comprese quelle scolastiche), rilevano l’urgenza di individuare standard di comportamento e “percorrenze formative” precisi, al fine di rischiarare le “intelligenze” dei giovani, smarriti e deboli, in una società consumistica così caotica, avveniristica, spietata, spronandoli ad intraprendere una cultura di indulgenza, integrazione, collettività, che preservi l’uomo e lo tuteli nel suo cammino esistenziale e nella sua autoaffermazione.
Occorre pertanto, pilotare i giovani ad apprendere, giorno dopo giorno, il “patrimonio di conoscenze” dei canoni/fulcro della costituzionalità, infondendo nei loro animi, ottimismo, speranza, voglia di attivarsi energicamente e diventare protagonisti; ogni educatore dovrebbe costituire un valido “modello di comportamento”, un vero punto di riferimento, lineare e propositivo che con entusiasmo, trasporto, apertura mentale e sensibilità, dia speranza alla società dell’immediato domani.
La scuola è una Istituzione con cui il mondo giovanile si confronta quotidianamente misurando immediatamente l’attendibilità del rapporto tra regole sociali e comportamenti reali;
L’opera educativa deve essere minuziosa e continua. Osservare le regole di serena coesistenza vuol dire aver compreso che non può esserci progresso alcuno senza la volontà comune di collaborare, di essere più controllati e disponibili.
Ritengo che grande spessore assumano i rapporti che si instaurano all’interno della “comunità classe”.
Una valutazione del rendimento scolastico ispirata a criteri di trasparenza, coerenza, equità e solidarietà può, ad esempio, costituire in molti casi, una lezione di vita più efficace di tante parole.



Poiché la problematica presa in esame è alquanto complessa e variegata e si espande su diversi livelli, appare fondamentale operare in due ambiti: il primo, prevede la programmazione di incontri con i docenti, mirati a fornire un congruo bagaglio di dati ed esperienze per l’acquisizione delle competenze necessarie atte a superare eventuali situazioni ostative al quotidiano espletamento dell’attività didattico/formativa, suggerendo i dispositivi più idonei da adottare; il secondo, rivolto agli studenti, si articolerà attraverso incontri stimolanti che coinvolgano vivamente i minori inducendoli a riflettere e invogliandoli alla discussione.
Finalità formative (per i docenti):
Interiorizzare l’importanza dell’univocità di intenti, mirati alla conquista di autonomia ed alla sana evoluzione degli studenti;
Non giudicare né rifiutare i giovani aggressivi ma saperli accogliere, “saperli leggere” utilizzando tutte le strategie per conoscerli (chi sono?) e comprenderli (perché si comportano così?);
Saper dialogare: “Il docente che non sa dialogare non sa insegnare”;
Accostarsi e sensibilizzarsi alle problematiche adolescenziali;
Fornire a tutti i ragazzi/e, (senza pregiudizi e/o malumori), pari dignità, rispetto, benevolenza, ma soprattutto ascolto (capire il non detto, quello che non ci viene comunicato), in un contesto pedagogico autorevole, mai autoritario;
Responsabilizzare gli adolescenti, colmando i loro vuoti abituandoli all’idea del dovere e alla problematizzazione;
Acquisire consapevolezza della reciprocità tra soggetti dotati della stessa dignità;
Valorizzare le differenze e recuperare la diversità come risorsa, arricchimento, apporto costruttivo;
Sviluppare la coscienza che condizioni quali: dignità, autonomia, unione, sicurezza non possono considerarsi acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute, protette.
Conquistare la preziosità del lavoro d’ èquipe, in sintonia e rispetto reciproci, liberandosi da qualsiasi atteggiamento di prevaricazione o protagonismo.

Contenuti
Le origini dell’aggressività;
La cultura della violenza;
La violenza e i giovani del terzo millennio;
Il fenomeno del bullismo a scuola e gli interventi del docente;
La socializzazione;
L’esperienza sociale: acquisizione di conoscenze, di relazioni interpersonali;
L’amicizia: valore/disvalore;
L’amicizia in età prescolare, preadolescenziale, adolescenziale;
I gruppi: sportivi, culturali, formativi, espressivi, ludici;
Il rapporto tra TV violenta e contegni aggressivi;
L’importanza della famiglia.
Modalità progettuali
Incontri con esperti delle problematiche giovanili;
Tavole rotonde, dibattiti;
Riunioni mirate con le famiglie degli studenti;
Studio aggiornato sui temi adolescenziali.
Autoanalisi, autovalutazione.

Finalità educativa (per gli studenti)
Modificare le cattive abitudini comportamentali acquisendo gradualmente, senso di responsabilità, ampliamento delle capacità critiche, autogestione.

Obiettivi didattico-formativi
Sviluppare il senso del rispetto di sé, degli altri, dell’ambiente;
Avere coscienza dei propri diritti e doveri per crescere come soggetto attivo;
Partire dal proprio vissuto per comprendere il “circondo umano” e quindi intendere di far parte di un tutto;
Conoscere e rispettare le norme di convivenza sociale;
Indirizzare verso una “effettiva” comunicazione;
Stimolare la capacità di ascolto;
Educare alla pratica della democrazia;
Aprirsi vero l’altro/a uscendo dal proprio individualismo;
Recuperare la memoria della riflessione critica;
Sviluppare autodecisione pervenendo ad un graduale e completo sviluppo;
Rafforzare gli atteggiamenti positivi, gli interessi spontanei;
Osservare i comportamenti negativi nel gruppo, nel territorio, nella società;
Contrastare ogni forma di discriminazione e di violenza all’interno della scuola e nell’extrascuola.

Contenuti
Chiarificare il concetto di legalità (contesto classe, famiglia, comunità);
Educare al rispetto delle regole in modo concreto, diretto,quotidiano;
Indurre alla riflessione sui danni provocati da azioni illecite;
L’adolescenza e le sue complessità;
La famiglia ieri e oggi
I rapporti con le figure parentali;
Svincolo e dipendenza familiare;
I rapporti con i coetanei;
I rapporti con gli adulti;
Le metamorfosi psico-fisiche e caratteriali;
I conflitti: la paura di “crescere” ed il bisogno di autonomia;
La conquista di una propria identità.



Metodologia (comune)
Ricerca;
Problem solving;
Questionari;
Test a risposta chiusa, aperta, multipla;
Interviste, predisposizione di formulari e domande approntate dagli studenti;
Socializzazione di esperienze personali;
Cineforum;
Studio di soluzioni alternative, di tipo collaborativo, a situazioni di litigiosità;
Giochi di relazione interpersonale, di comunicazione, di empatia;
Lettura del territorio tramite l’occhio del giovane, attraverso la percezione soggettiva, gli impulsi, le sensazioni, le emozioni personali;
Analisi dei quotidiani, alla ricerca dei comportamenti negativi risaltanti sul territorio;

Strategie operative
Colloqui aperti con i genitori per la condivisione del progetto, mirato ad una più responsabile guida dei figli e per una migliore e costruttiva comunicazione dialogica;
Incontri con esperti;
Interviste a coetanei, al proprio gruppo familiare;
Lezioni frontali, guidate, incrociate;
Proiezioni di film e filmati/documento;
Lettura di testi, brani mirati, periodici, riviste, romanzi;
Coinvolgimento degli studenti affinché diventino veri protagonisti del progetto educativo;
Percorsi cruciali che consentano di individuare le necessità del singolo all’interno del gruppo classe e della classe nel suo complesso;
Lavoro a classi aperte per stimolare l’interesse, provocare curiosità suscitare motivazione, per dare la possibilità agli studenti di esprimersi liberamente sui temi del “giusto-ingiusto”
Relazioni proficue con scambio di informazioni, conoscenze, pareri e possibili proposte di soluzioni alle problematiche affrontate;
Individuazione e formazione degli alunni Tutor nelle classi coinvolte nel Progetto;
Incontro con le Istituzioni.

Verifiche e monitoraggio
Coinvolgimento dei genitori nell’ascolto delle esperienze diversificate: interviste realizzate, statistiche emerse, apertura di un dibattito sugli aspetti umani e sociali più salienti, scaturiti dal lavoro svolto;
Confronto aperto tra ragazzi e docenti dei diversi ambiti disciplinari;
Riscontro di successo/insuccesso verso le attività avviate al fine di eventuali correzioni strategiche;
Verifica delle abilità acquisite;
Autovalutazione dei percorsi formativi;
Inventario delle esperienze e degli apprendimenti.
Cadenza delle verifiche: periodica.

Soggetti interni coinvolti
Bienni post qualifica;
Docenti concretamente motivati alla realizzazione dell’attività progettuale.
Genitori.

Tempi
L’intero anno scolastico.

La docente
Piera Caltabiano