| Per
non dimenticare :
"la memoria delle stragi Italiane e delle vittime senza verità
e giustizia"
Per non dimenticare». Fu lo slogan – il titolo, il grido,
l’invocazione – di mille manifestazioni, cortei, incontri, ricordi,
articoli, iniziative: per anni, che anniversario dopo anniversario
diventavano decenni. Tutto cominciò il giorno in cui l’Italia
perse l’innocenza: quel 12 dicembre 1969 in cui il terrore, il
terrore indiscriminato, entrò nella storia del Paese. La
bomba, un oggetto programmato per uccidere, quel giorno acquistò
dignità di soggetto politico: intimidazione, o attacco,
o punizione, o ricatto, o messaggio; comunque, atto per fare politica
– anzi, per fare storia. Politica nuova, fuori dai riti e dalle
regole comunemente usati in democrazia, con azioni che giungevano
da un qualche luogo nell’ombra e avevano il programma di cambiare
il corso della storia.
A quel giorno seguirono altri giorni, a quella bomba altre bombe,
a quei morti altri morti. A chi restava, rimaneva il senso di
un’offesa subita, di una perdita irreparabile, di una ingiustizia
che perdura. Perché la violenza era rivolta contro cittadini
inermi, scelti solo dal caso mentre erano in una banca, in una
piazza, in una stazione, su un treno, senza altra colpa che quella
di trovarsi lì. E perché mentre gli anni passavano
e le conoscenze aumentavano, su quelle storie di bombe e di morti
restava l’impossibilità di avere giustizia: le indagini
giravano a vuoto, i processi finivano con assoluzioni, gli apparati
dello Stato imbrogliavano le carte, sottraevano i testimoni, inventavano
piste inesistenti.
«Per non dimenticare»: la rabbia per la violenza subita
e l’ingiustizia perdurante era via via alimentata dalla coscienza
di sapere la verità, ma di non poterla dire. «Io
so», scriveva Pasolini. In questo paradosso, mentre la forza
vinceva spietatamente sulla ragione, al tempo sembrava consegnato
il compito di stemperare il ricordo dell’offesa, di spegnere il
vigore della rabbia, di anestetizzare la voglia di verità.
E, dunque, «per non dimenticare» diventava programma
minimo di resistenza umana e politica, di sopravvivenza della
ragione e delle buone ragioni, perfino contro il buon senso del
tempo che passa e – per fortuna – lenisce il dolore dei famigliari
e degli amici e addolcisce la rabbia dei compagni. Gli anniversari
delle stragi italiane si trasformano così nell’occasione,
oggettivata dal calendario, per celebrare i riti collettivi della
memoria. Le lapidi diventano frammento di una storia ancora contesa
(come dimostrano le battaglie per esporle: mitica quella di piazza
Fontana, ora raccontata in un saggio da uno storico inglese, John
Foot). E i famigliari delle vittime si trovano a dover essere
– unico Paese al mondo dove questo succede – una sorta di informale
partito che chiede verità e giustizia, dialoga e si scontra
con la politica e con la magistratura.
Strana categoria, quella dei «famigliari delle vittime»:
loro – i feriti, i parenti dei morti – non dimenticano: portano
scritto per sempre nella carne o nell’anima un dolore imposto
dal caso e da una politica forse impazzita, certo incomprensibile.
Sono costretti a un ruolo politico di cui avrebbero fatto volentieri
a meno. Eppure sono periodicamente esibiti, o insultati, o sospettati
(come poi i famigliari delle vittime di mafia): di esibito protagonismo,
di essere venali per le pretese di risarcimento, di aver fatto
carriera in quanto figli o mariti o fratelli di morti incolpevoli.
Inchiodati, anche in questo, in un ruolo che certamente avrebbero
preferito non giocare (ne ha scritto pagine drammatiche Nando
dalla Chiesa, che racconta come i famigliari delle vittime si
trovino addirittura costretti a doversi talvolta scusare per la
loro ingombrante presenza, per il peso che senza volere impongono
alla memoria collettiva; e Claudio Fava è giunto fino a
gridare la sua ribellione «contro il destino precipitato
sulle spalle di chi è rimasto, di un figlio che è
stato costretto ad assumere su di sé la morte del padre»,
«condannato a essere per sempre testimone della vita e della
violenza che l’ha spezzata»). «Per non dimenticare»,
allora, a dispetto dei depistaggi degli apparati, del tempo e
dell’anima.
Sono trascorsi ormai più di trent’anni dal giorno in cui
l’innocenza è andata perduta in Piazza Fontana, incipit
della guerra invisibile chiamata strategia della tensione. Più
di ventisei sono passati dalla strage di piazza della Loggia a
Brescia (28 maggio 1974), cruenta conclusione della prima fase
di quella stagione di bombe e movimenti eversivi. Ma in 15 anni,
tra il 1969 e il 1984, dalla strage della Banca dell’Agricoltura
a quella del treno 904, vi sono stati 150 morti e oltre 600 feriti.
Le cifre diventano imponenti, fino a superare le 400 vittime,
se si contabilizzano anche altri episodi, da Portella delle Ginestre
alla strage di Ustica.
Gli ultimi processi, le ultime indagini per quei fatti sono ancora
in corso. La gran mole di conoscenze comunque fin qui accumulate
e il tanto tempo trascorso sembrerebbero però rendere finalmente
possibile, oggi, raccontare serenamente che cosa è accaduto
nel nostro Paese nella stagione delle stragi e dell’eversione.
Per acquietare la memoria. E per realizzare una prima messa a
punto storica di quelle vicende: in fondo, sono passati ben dieci
anni dal crollo del blocco sovietico e quindi dalla fine della
guerra invisibile combattuta (anche) nel nostro Paese tra Occidente
e fronte comunista; uno dei due antagonisti non esiste più,
e il mondo è radicalmente cambiato. Invece, mai come in
questo momento la polemica su questi temi si è fatta furibonda
e i toni esasperati. Dire che cosa è successo sotto i nostri
occhi è diventato più difficile – eppure qualcosa
è successo: una guerra, con centinaia di morti e feriti.
Accanto al revisionismo storico grande, sul passato remoto del
fascismo, del nazismo, della Shoah, si è insediato nel
nostro Paese un revisionismo piccolo, sul passato prossimo della
vicenda italiana, l’eversione, le stragi. Un revisionismo preventivo:
che precede, invece di seguire e «rivedere» una messa
a punto della storia degli ultimi decenni.
Che cosa dunque è successo?
1. Dopo la guerra mondiale il fronte dei vincitori si è
scomposto, una parte (l’Occidente) ha attinto forze e uomini anche
dal fronte degli sconfitti per combattere il nuovo nemico, il
blocco comunista. La nuova guerra, non dichiarata e invisibile,
si è combattuta in modo particolare in Italia, marca di
confine tra Occidente e campo comunista.
2. Questa guerra è stata, tecnicamente, una «low
intensity war», un conflitto a bassa intensità, teorizzato
in un certo momento come «guerra non ortodossa»; una
guerra non dichiarata, sotterranea, combattuta con mezzi non convenzionali.
3. L’Italia ha sempre fatto parte del campo occidentale, e quel
campo ha dispiegato per decenni una forte attività, ha
messo in moto finanziamenti politici e dispositivi militari, anche
«riservati», ha promosso e lasciato agire gruppi segreti.
4. Il campo avverso ha avuto, almeno per un periodo di tempo,
piani d’attacco, progetti d’invasione militare; e ha contato,
all’interno, sul più grande partito comunista dell’Occidente.
Fin qui, la memoria è comune, l’accordo è, probabilmente,
generale. Ma quale è stata la natura dell’intervento dell’Occidente
in Italia? Quale il peso dell’intervento sovietico e che gioco
ha giocato il partito comunista italiano? Su questo, la memoria
è divisa, lo scontro è in corso.
Il 12 marzo 1947 il presidente degli Stati Uniti Harry Truman
pronunciò di fronte al Congresso Usa il celebre discorso
sulla disponibilità degli Stati Uniti a intervenire in
qualsiasi zona del mondo minacciata dai sovietici e intossicata
dal comunismo. La «dottrina Truman» per l’Italia venne
declinata nei successivi documenti del National Security Council
(Nsc). Il documento Nsc numero 1/3 dell’8 marzo 1948, alla vigilia
delle cruciali elezioni italiane del 18 aprile, pone direttamente
il problema della possibile conquista del potere dei comunisti
«attraverso sistemi legali», a cui gli Stati Uniti
devono reagire immediatamente, anche fornendo «assistenza
militare e finanziaria alla base anticomunista italiana».
Nella direttiva Nsc 10/2 del 18 giugno 1948 (a pericolo scampato:
la Dc ha appena battuto il Fronte popolare) si afferma che comunque
le attività ufficiali all’estero saranno affiancate da
«covert operations», operazioni coperte di cui non
deve essere possibile risalire alla responsabilità del
governo degli Stati Uniti. Un delicato documento Nsc del 1951
(il numero 67/3 del 5 gennaio), disponibile ancor oggi soltanto
in una redazione pesantemente mutilata dalla censura, prevede
iniziative degli Stati Uniti «mirate a impedire la presa
del potere da parte dei comunisti».
Vista dall’Italia, la guerra invisibile diventa più concreta.
Francesco Cossiga ha parlato apertamente di armi in circolazione,
nel 1948, anche nella disponibilità di civili anticomunisti.
Vi erano piani segreti pronti a scattare nel caso il Fronte popolare
avesse vinto legittimamente le elezioni. Vincenzo Vinciguerra
(l’autore dell’attentato di Peteano e oggi, dall’ergastolo volontariamente
accettato, «storico della guerra politica» italiana)
ha raccontato che il 18 aprile 1948 «nella sede centrale
del Msi campeggiava una mitragliatrice Breda 37, dotata di adeguato
munizionamento»; questa non proveniva da segreti arsenali
fascisti, ma era «fornita dall’esercito italiano sulla base
dei piani di difesa (e di offesa) previsti per quel giorno».
Il blocco sovietico, d’altra parte, fino agli anni Cinquanta aveva
piani d’attacco e d’invasione dell’Italia, affidati all’Ungheria.
Ma è a metà degli anni Sessanta che avviene una
svolta. Inizia la fase del «disgelo», del «dialogo».
I due blocchi cominciano a parlarsi. È allora che il fronte
anticomunista si divide: una parte si impegna nel confronto, punta
sulla progressiva democratizzazione del fronte avversario; un’altra
invece si radicalizza, teorizzando che le dottrine del «dialogo»
e della «coesistenza» tra i blocchi segnino non già
una minore pericolosità del comunismo, bensì una
nuova, più insidiosa offensiva. La terza guerra mondiale,
sostiene questa parte, è già iniziata, seppure non
nelle forme tradizionali del conflitto dichiarato: il fronte comunista
è all’opera con mezzi politici e psicologici. A questi
bisogna contrapporsi, subito, a ogni costo, con durezza e mezzi
adeguati, sullo stesso terreno. È una visione paranoica
del nemico (che oltretutto ha finito per spingere verso il comunismo,
in tutto il mondo, milioni di giovani che chiedevano semplicemente
più democrazia, più libertà). Ma è
diventata la teoria della «guerra rivoluzionaria»
o «non ortodossa», per l’Italia messa a punto nel
maggio 1965 nel celebre convegno del Parco dei Principi, organizzato
da un istituto di studi strategici finanziato dagli ambienti militari
e dai servizi segreti italiani, presenti molti appartenenti alle
gerarchie militari, accanto ad alcuni dei protagonisti, a vario
titolo, della successiva stagione di bombe e depistaggi: Guido
Giannettini, Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino.
La dottrina della «guerra non ortodossa» è
subito messa in pratica. Inizia la stagione dell’infiltrazione
a sinistra, delle «bombe anarchiche», delle stragi
da attribuire ai «rossi», a cui doveva seguire la
restaurazione dell’ordine da parte dei militari sostenuti da gruppi
di civili in armi. Stragi e progetti golpisti sono due momenti
della stessa strategia: creare disordine, per far ristabilire
l’ordine. A fornire il personale per realizzare queste operazioni
sono i gruppi neonazisti (principalmente Ordine nuovo di Pino
Rauti e Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie), o gli
oltranzisti anticomunisti di Edgardo Sogno. Ma la strategia era
fornita da piani militari, ben presenti agli alti gradi dell’Esercito
italiano e ai vertici dei servizi di sicurezza militare (Sifar,
poi Sid) e civile (Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno),
oltre che agli apparati Usa presenti in Italia. È il «doppio
Stato» al lavoro: i membri del grande, invisibile, trasversale
«partito atlantico» sono soggetti a una doppia obbedienza,
a una doppia fedeltà: l’obbedienza formale e ufficiale
alla Costituzione e alle istituzioni dello Stato, e quella sotterranea
e segreta alle esigenze e agli ordini (anche extralegali) dell’Occidente,
in nome dell’anticomunismo.
Vi è un luogo in cui il meccanismo del doppio Stato si
mostra, si rende visibile, in un’anomalia strutturale delle catene
di comando politico-militari italiane: il direttore dei servizi
di sicurezza militari, da cui dipendeva la pianificazione Stay-behind
(Gladio), dal punto di vista istituzionale rispondeva al presidente
del Consiglio, oltre che al ministro della Difesa; dal punto di
vista effettivo, però, in quando capo di Stay-behind era
legato a una catena di comando esterna, in ambito Nato, e rispondeva
ai capi dei servizi di sicurezza Usa; aveva il potere di decidere
se comunicare o no l’esistenza della pianificazione al suo presidente
del Consiglio e addirittura di concedergli, oppure no, il nulla
osta sicurezza: e senza quel nulla osta non era possibile diventare
capo del governo in Italia. In questa bizzarria delle catene di
comando politiche-militari vi è la ferita alla Costituzione
che fonda la sovranità limitata dell’Italia e vi è
la radice del doppio Stato.
I piani golpisti non arrivarono fino al compimento. Perché
non passò nel Paese la convinzione che le stragi fossero
«rosse» (il «per non dimenticare», dunque,
funzionò). E perché l’ala oltranzista del fronte
anticomunista evidentemente non riuscì a prevalere nel
suo campo; per ragioni internazionali (fine dell’amministrazione
repubblicana negli Usa nel 1974), ma anche interne: l’ala moderata
dell’anticomunismo, che aveva assistito alla strategia della tensione
e che poi la coprì, si accontentò del risultato
comunque raggiunto («destabilizzare per stabilizzare»).
Ma l’effetto più dirompente di questa guerra invisibile
è, in Italia, la germinazione di sistemi illegali. La necessità
di vincere lo scontro con i comunisti ha abbassato a tal punto
la soglia di legalità (e forse di coscienza dell’illegalità)
da permettere che una élite politica inamovibile per ragioni
internazionali distillasse un sistema di corruzione politica,
di finanziamento illegale dei partiti, di metodica compravendita
degli appalti, di spoliazione del settore delle aziende di Stato
e di taglieggiamento di quelle private. Di più: ha reso
possibili alleanze impensabili in altri contesti, quali quelle
con le organizzazioni criminali. Particolarmente documentati i
rapporti di una parte delle istituzioni con Cosa nostra siciliana.
Particolarmente agghiaccianti i contatti avuti da alcuni politici
e uomini dei servizi di sicurezza con un’agenzia criminale quale
la Banda della Magliana.
Oggi, mentre anche i protagonisti, i funzionari del doppio Stato
(come Edgardo Sogno) confessano, i teorici del revisionismo piccolo
sostengono che la guerra al comunismo era legittima, anzi meritoria,
e dunque se anche qualche errore o eccesso è stato compiuto,
il saldo è comunque positivo: la democrazia ha vinto e
il benessere è stato garantito. Ma questa affermazione
può essere fatta soltanto a costo di una grande rimozione:
delle vittime incolpevoli, della legalità stracciata, del
virus che è entrato in circolo e ha fatto ammalare la politica.
Questo rimosso è invece ciò che oggi è «da
non dimenticare». Anche in Francia si è combattuta
la guerra invisibile, anche la Germania era terra di confine tra
i blocchi. Eppure ciò che è successo in Italia,
altrove non è accaduto: morti e feriti, depistaggi e coperture
istituzionali. L’eversione non fa bene alla democrazia, neppure
se fatta in nome della democrazia: introduce nel corpo del Paese
tossine poi difficili da smaltire. È quanto dimostra la
storia attuale del nostro Paese, su cui continuano a pesare l’eredità
e i ricatti di un passato nel quale ha finito per prevalere una
originale commistione di atlantismo e corruzione, affarismo e
gangsterismo.
«Per non dimenticare»: bisognerà pure fare
i conti con il nostro passato recente. Se non per giudicare, almeno
per sapere che cosa è successo. Altrimenti la rimozione
vincerà e i fantasmi del passato torneranno a farci visita,
nelle notti future.
Diario, 23 gennaio 2001
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