ROCCO SCIARRONE

Il successo del modello mafioso


Che la mafia rappresenti un modello di successo è testimoniato dalla sua secolare attività e dalla sua persistenza nel tempo e diffusione nello spazio. Le fondamenta di questo successo risiedono solo in parte in caratteri costitutivi interni al fenomeno, ma sono piuttosto da rintracciare in fattori esterni, soprattutto di tipo relazionale. In altri termini, la forza dei mafiosi è data essenzialmente dalle loro relazioni esterne, vale a dire dal capitale sociale che deriva dalla capacità di allacciare relazioni e costruire reti sociali. Dal punto di vista organizzativo, gli stessi gruppi mafiosi - pur in una varietà di formule e strutture - sono sufficientemente chiusi per resistere alle pressioni di avversari di agenzie di contrasto, ma sufficientemente aperti per riprodursi.
Con quest'ottica, è possibile sostenere che la riproduzione della mafia dipende in gran parte dalla capacità di procurarsi all'esterno la cooperazione, attiva o passiva, di altri attori sociali e, in particolare, di instaurare rapporti di scambio - di collusione e complicità - nei circuiti politici e istituzionali. Solo mettendo a fuoco questi elementi – e le condizioni e i meccanismi che li rendono operativi - è possibile, a mio avviso, decifrare analiticamente alcune ragioni del suo successo. Ma prima è utile fare qualche distinzione.
Per lungo tempo la mafia è stata osservata e rappresentata come un fenomeno indistinguibile dal suo contesto. Un fenomeno senza forma propria, o che replicava forme tipiche e diffuse della società circostante. La mafia non era ritenuta neppure un fenomeno specifico di quella società - siciliana, calabrese e comunque meridionale - ma si confondeva piuttosto con essa.
Se ne dava dunque la rappresentazione di un fenomeno sfuggente, anche se le interpretazioni meno ingenue finivano per farlo emergere come tratto essenziale, potremmo dire strutturale, del più ampio sistema sociale. Certo, spesso veniva descritto, nei termini di una struttura della tradizione, residuo di arretratezza di una società nella quale doveva ancora dispiegarsi in tutta la sua potenza la modernizzazione.
Sfuggiva del tutto, invece, il carattere polimorfo e multidimensionale del fenomeno: per miopia e spesso per calcolato interesse, non si comprendeva che esso fa parte di quel vasto insieme di eventi sociali che hanno confini mobili, ma che nonostante ciò sono circoscrivibili per forma e contenuto. Si tratta di fenomeni che non solo si trasformano nel tempo e nello spazio, che subiscono cioè meramente gli effetti del mutamento sociale, ma si caratterizzano per avere una struttura a geometria variabile. Come anticipato, le associazioni di mafiosi mostrano simultaneamente un elevato livello di chiusura sociale verso l'interno - quindi confini più o meno cristallizzati anche a livello simbolico e normativo - e un elevato livello di apertura verso l'esterno - quindi confini altamente variabili a seconda delle circostanze.
La mafia può essere inoltre usata come esempio da manuale per contrastare l'immagine dicotomica del rapporto tradizione-modernità che tanta fortuna ha avuto nelle scienze sociali. Essa rappresenta infatti un caso esemplare di come la tradizione persiste nella modernità e di come quest'ultima si innerva e spesso affonda le sue radici nella prima. II fenomeno mafioso non può essere ricondotto a un modello omogeneo, piuttosto si presenta, al di là della innegabile continuità storica, molto differenziato a seconda dei diversi contesti spaziali e temporali. In luoghi e tempi diversi i gruppi mafiosi adottano, infatti, specifici modelli di azione e di organizzazione.
D'altra parte, sostenere che la mafia sia distinguibile dai suoi contesti non significa affermare che essa abbia vita autonoma, che sia cioè isolabile dalla società in cui si sviluppa. II livello di autonomia della mafia dall'ambiente circostante è anzi molto l pari di altri fenomeni sociali, essa si riproduce proprio attraverso i rapporti con l’ambiente. Assumere che la mafia sia distinguibile dai suoi contesti significa mettere a fuoco proprio tali rapporti, essenziali per comprenderne genesi, riproduzione e diffusione. *In altri termini, per capire il successo del modello mafioso. Come ha scritto Lupo (1994 p. 40): “La mafia è stata per moltissimi anni una struttura di servizio, aperta attraverso numerosissimi canali verso il mondo del potere ufficiale, e nel contempo compattata al suo interno da ideologie, regole, rituali, vincoli di affiliazione. Però la vera condizione della sua compattezza è sempre stata data dal suo successo, senza il quale la mafia si sfascia”.


Il potere Territoriale

La mafia ha una struttura di potere territoriale che, data la legittimazione di cui ha a lungo goduto, può essere concettualizzata come una forma di autorità politica non statale, o medio extralegale. In una zona di mafia, le funzioni regolative e di controllo non sono saldamente in mano alle autorità statali, o quantomeno sono condivise - anche in forme più o meno conflittuali - con un'autorità extralegale . D'altra parte, è stato osservato che "la causa ultima della persistenza del sistema mafioso va sempre ricercata nel grado insufficiente di integrazione statale, cioè nei limiti oggettivi della sua azione, nelle responsabilità e connivenze dei suoi rappresentanti" (Pezzino 1990, pp. 79-80).
In termini generali è possibile individuare quattro principali strutture di potere (Strange 1998 p. 7): 1) il potere di offrire o minacciare sicurezza; 2) il potere di offrire o ritirare credito: 3) il potere di controllare l'accesso alla conoscenza e all'informazione; 4) Il potere su ciò che deve essere prodotto, dove e da chi, in quali termini e condizioni.
Queste strutture di potere sono tipiche ma non esclusive degli Stati, in quanto individuabili anche rispetto ad altri soggetti dotati di una qualche forma di autorità. Tra questi soggetti possiamo includere le mafie, che riescono a incidere in tutti questi ambiti, evidenziando margini di operatività e soprattutto di elasticità superiori a quelli generalmente espressi dallo Stato. I mafiosi fondano la loro struttura di potere sui seguenti elementi:
1) l'offerta di sicurezza, che si basa sull'esercizio - effettivo o potenziale - della violenza e si esplica attraverso la funzione di produrre e vendere protezione;
2) la creazione di ricchezza, alla quale contribuiscono non solo - come si è soliti pensare - attraverso attività di rapina, ma soprattutto attraverso forme di scambio basate sulla reciprocità e la compartecipazione;
3) il controllo di reticoli sociali e la manipolazione dei codici culturali;
4) le funzioni di mediazione e di regolazione politica, che incidono sull'amministrazione - in senso lato - della giustizia e sul grado di libertà di scelta degli attori locali.
Per i gruppi mafiosi, gli obiettivi politici, vale a dire la ricerca del potere che si traduce in controllo del territorio, sono comunque prevalenti rispetto agli obiettivi economici: il fine ultimo "non è la sete di denaro, ma la sete di potere" (Scarpinato 1992, p. 94). Questo non implica tuttavia ottenere un potere o un'autorità formale, quanto piuttosto il potere di “influenzare i risultati” (Strange 1998). In questo senso, il potere mafioso si caratterizza come potere politico in quanto è orientato a persuadere o costringere altri a cooperare. Da questo punto di vista, si comprende perché quella mafiosa sia una strategia politica massimamente pragmatica (Commissione Parlamentare Antimafia 1993). La nascita e la riproduzione di gruppi mafiosi è favorita da rapide e profonde trasformazioni economiche: è quanto si è visto in contesti nei quali la penetrazione o la crescita del mercato si realizzano in assenza di adeguati meccanismi di regolazione istituzionale. Le mafie hanno infatti maggiori possibilità di svilupparsi in quelle situazioni caratterizzate dall'incapacità o dalla debolezza degli apparati statali di garantire l'ordine pubblico, quindi la sicurezza di persone e beni, e l'amministrazione della giustizia, quindi il rispetto degli accordi e la validità dei contratti, in concomitanza a dinamiche di penetrazione o espansione del mercato Conflittualità e mancanza di fiducia favoriscono la funzione di mediazione del mafioso e la sua specializzazione nell'offerta di protezione, mentre la non affermazione di una regolazione centralizzata, sintomo di una estesa disgregazione economica e sociale, consente al potere mafioso di porsi come forma dominante dell'integrazione (Arlacchi 1980). La mafia rappresenta dunque "un apparato d'ordine, ma presuppone sempre un disordine sociale e criminale da organizzare e da tenere sotto controllo'' (Lupo 1993. p. 11). Anche nelle parole di Falcone troviamo una mafia che svolge funzioni d'ordine: "La Sicilia è una terra dove, purtroppo, la struttura statale è deficitaria. La mafia ha saputo riempire il vuoto a suo modo e a suo vantaggio, ma tutto sommato ha contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos totale. In cambio dei servizi offerti (nel proprio interesse, non c'è dubbio) ha aumentato sempre più il proprio potere". (Falcone, Padovani 1991, p. 133).
Più in generale è possibile sostenere che la riproduzione della mafia può essere favorita dalle seguenti circostanze: a) insufficiente regolamentazione statale; b) mercati caratterizzati da elevata instabilità: c) clientelismo o diffusa corruzione politica; d) elevata mobilità ascendente di tipo individualistico e accesa competizione per ottenere inclusione e riconoscimento in cerchie sociali di status più elevato; e) codici culturali che legittimano l'uso della violenza; f) fattori che ostacolano o impediscono l'azione collettiva e l'affermarsi di un tessuto fiduciario allargato.
Data la combinazione - più o meno variabile a seconda dei contesti storici e geografici - di queste circostanze, il ruolo che meglio identifica i mafiosi è quello di garanti di transazioni economiche relazioni sociali. Essi agiscono e si organizzano per svolgere una serie di attività che, pur assumendo un'ampia gamma di forme, sono riconducibili nella sostanza alle funzioni di mediazione e di protezione.
Il successo dei mafiosi dipende dal loro grado di organizzazione e dalla riuscita dei rapporti con soggetti che condividono o intersecano gli stessi sistemi di interazione. La mafia si riproduce nel tempo e nello spazio grazie alla capacità - come si è detto - di accumulare e impiegare capitale sociale, ovvero quel tipo di risorse collocate in reticoli di relazioni (Coleman 1990).

Il rapporto con l'autorità statale
Per lungo tempo il controllo mafioso del territorio di alcune zone del Mezzogiorno non è stato percepito come una minaccia nei confronti dello Stato e della sua autorità. Ciò ha reso possibile una coesistenza relativamente pacifica tra le due forme di autorità. D'altra parte, per i mafiosi controllo del territorio non significa sostituire un potere alternativo a quello legale dello Stato. Essi infatti non mettono in pericolo la sopravvivenza dello Stato, sono piuttosto interessati a condizionarne il funzionamento. I mafiosi, infatti, non hanno mai preteso di contrapporsi nettamente allo Stato. Sin dalle origini, essi tendono piuttosto ad assumere funzioni complementari a quelle delle istituzioni statali, delle quali hanno sempre riconosciuto formalmente l'autorità.
Dal canto loro, le autorità statali hanno considerato il potere mafioso quale fonte di autorità di sostegno da utilizzare in particolari circostanze o, in generale, come autorità supplementare per ottenere consenso in determinate aree. In tale prospettiva è possibile comprendere la coesistenza - la coabitazione nei termini della Commissione Parlamentare Antimafia (1993) - tra due fonti di autorità in linea di principio nettamente contrapposte. Nella sua concreta dinamica - ha osservato Santino - il rapporto mafia-istituzioni "vede operanti soggetti formalmente contrapposti ma in realtà portatori di duplicità, per cui al posto del paradigma alterità-contrapposizione, sancito formalmente, opera quello alterità-interazione". Per comprendere genesi e sviluppo della mafia, l’attenzione va dunque posta, più che su un'assenza o un "vuoto di Stato", sul "processo concreto di formazione e funzionamento dello Stato e degli altri corpi istituzionali, intermedi e locali" (Santino 1994, p. 128). Come ha osservato Tilly, "la mafia stessa non potrebbe esistere senza la forte concentrazione di potere degli stati nazionali" (1986, p. XIV). Il punto centrale è dato, allora, dal rapporto che si stabilisce tra mafia e Stato, che si caratterizza come un rapporto simbiotico tra le logiche dell'ordine extra-legale e quelle dell'ordine pubblico. Queste ultime, avverte Pizzorno, sono "sempre frutto di un processo composito in cui imposizione, negoziato, delega, si avvicendano e coesistono". In questa ottica, la cooperazione tra forze dell'ordine e criminalità organizzata, lungi dal rappresentare un fatto eccezionale o specifico dello Stato italiano, "è una costante nella storia dell'ordine pubblico, in Europa e fuori, negli ultimi tre o quattro secoli" (Pizzorno 1987, p. 201). Secondo Pezzino (1994, p. 17), si dovrebbe parlare in senso stretto di mafia "solo in presenza dell'incontro fra strutture delinquenziali, organizzate su base locale, e circuiti politico-istituzionali: la questione mafiosa perciò consiste fondamentalmente in un rapporto che si instaura fra strutture illegali e poteri legittimi". In termini generali, si può dunque affermare che "la trasformazione di un apparato di potere territoriale in sistema mafioso a tutti gli effetti dipenda maggiormente dai compiti che gli assegna lo stato che dai caratteri per così dire antropologici del gruppo" (Armao 2000, pp. 170-171).
D'altra parte, i mafiosi investono in rapporti politici innanzitutto con l'obiettivo di assicurarsi ampi margini di impunità nei confronti della legge, il che li legittima e li rende esempi vincenti (Gribaudi 1990, p. 356), e in secondo luogo per valorizzare il loro ventaglio di relazioni esterne, ovvero incrementare il capitale sociale di cui dispongono e che è fondamentale per la loro riproduzione (Sciarrone 1998b, 2000a).


Processi di legittimazione e costruzione del consenso
I mafiosi hanno bisogno di legittimazione e ancor prima di riconoscimento e considerazione sociale (Pizzorno 2000; Sparti 2000), all'esterno come all'interno. La lealtà al gruppo di appartenenza è sottolineata dalla persistenza dei rituali di iniziazione. Questi ultimi, basati su una simbologia del sangue e su elementi mistici e religiosi, sono un tratto culturale tipico di molte realtà di crimine organizzato (da Cosa Nostra alle Triadi cinesi). Essi segnano il confine tra onorata società e società circostante, separando e distinguendo l'una dall'altra, a dispetto delle tesi che presuppongono un'omogeneità tra mafia e cultura diffusa. I rituali rafforzano piuttosto l’appartenenza interna al gruppo e sono funzionali al riconoscimento esterno. I confini delle associazioni mafiose sono così creati "dalla condivisione di un patrimonio culturale comune e di un medesimo modello organizzativo" (Paoli 2000, p. 58). Attraverso l'affiliazione un soggetto comincia a sentirsi e a essere riconosciuto come parte di un ''progetto'', dispone quindi di "termini di identificazione efficaci” (Abrams 1983, p. 352): è riconosciuto dagli altri e da se stesso come mafioso. La definizione degli altri si congiunge alla propria autodefinizione, in un processo bilaterale che si rafforza circolarmente.
In origine i mafiosi non sono considerati "devianti'' nella società in cui operano, anzi ad essi viene assegnato, anche da parte delle autorità costituite, un ruolo di ''guardiani'' dell'ordine e del controllo sociale. In altri termini, sono percepiti come tutori della pace sociale in grado di risolvere problemi e controversie, quindi come soggetti che svolgono funzioni socialmente utili.
Da questo punto di vista, sembra funzionare una sorta di processo di labelling (etichettamento) nel senso che si diventa davvero mafiosi se si è riconosciuti da altri come tali. In questo modo, gruppi criminali che vengono classificati e riconosciuti come mafiosi finiscono per diventarlo, secondo la logica della "profezia che si autoadempie''. In questo caso il labelling non rappresenta uno stigma, ma un'identità, l'appartenenza a un gruppo (Donnelly 2000, p. 98). I mafiosi hanno bisogno che la loro reputazione sia riconosciuta, anzi il riconoscimento stesso fa parte della propria reputazione (Catanzaro 1988; Gambetta 1992). Il labelling implica proprio il riconoscimento, che a sua volta porta a un cambiamento nella concezione del sé di chi viene etichettato. Una delle caratteristiche del labelling è il fatto di essere pubblico (Donnelly 2000, p. 101): esso porta quindi a un riconoscimento pubblico e implica 1' attribuzione di caratteristiche stereotipate (nella teoria standard si ritiene che il labelling assegni l'individuo etichettato a una categoria più bassa, ma non è detto che ciò accada necessariamente). I mafiosi in realtà sono sempre etichettati come criminali , ma ciò che incide di più sulla costruzione della loro reputazione - da cui dipende poi il riconoscimento pubblico - è che "il labelling è essenzialmente un'operazione di mantenimento dei confini che stabilisce differenze" (Donnelly 2000, p. 101). I mafiosi sono diversi dagli altri, appartengono a una cerchia speciale di uomini. Si capisce così l'affermazione del collaboratore di giustizia Calderone, secondo il quale aspirano a far parte di Cosa Nostra coloro che “non sono niente e vogliono diventare qualcosa" (Arlacchi 1992, p. 149), oppure per usare un'espressione riferita ancora da numerosi collaboratori di giustizia, per non essere nuddu ammiscatu cu niente, cioè "nessuno mischiato con niente" (Scarpinato 1998).
I mafiosi non hanno una visione conflittuale dei rapporti sociali, anzi sono alla continua ricerca dell'aggiustamento e dell'adattamento. Se, come afferma Becker, “di solito le persone tengono conto di ciò che succede intorno a loro e di ciò che rischia di succedere una volta deciso cosa fare", i mafiosi mostrano una elevata capacità di adattamento, nel senso che agiscono prendendo in considerazione - più di quanto normalmente si faccia - le aspettative e le reazioni degli altri coinvolti nella stessa azione: ''Tengono conto del modo in cui questi ultimi valuteranno ciò che fanno, e di come tale valutazione inciderà sul loro prestigio e sul loro rango” (Becker 1987, pp. 138-139).
Per ottenere riconoscimento all'esterno i mafiosi privilegiano inoltre meccanismi di reciprocità attraverso i quali è possibile confermare identità e legami sociali. Essi cercano dunque di ottenere consenso, come qualsiasi altro attore collettivo che voglia aver riconosciuta un'autorità politica. Certo è preponderante la coercizione - l'uso potenziale della violenza - ma non mancano altri strumenti, come la negoziazione - che implica la possibilità di voice (Sciarrone 1998a) - e anche l'offerta di incentivi o la capacità di indennizzare chi risulta temporaneamente perdente. Senza escludere il riferimento a elementi culturali, come ad esempio la promozione di una visione comune (o presunta tale).
Il potere extralegale delle mafie riceve comunque legittimazione non tanto dal sistema di valori e dalla tradizione culturale della società circostante, quanto dagli assetti istituzionali che regolano quella stessa società (Monzini 1999), soprattutto nei meccanismi che sovrintendono all'ordine sociale e alla produzione di beni pubblici (non a caso carenti in tutte le zone ad alta densità mafiosa) e in quelli che connettono la sfera politica con quella economica . L'offerta di protezione e la regolazione di settori economici legali e illegali si rivela dunque funzionale all'ottenimento di consenso, creando ad esempio forme di compartecipazione economica (Fantò 1999). Oltre a fornire direttamente occasioni di reddito alla popolazione - anche se in realtà sono molto più numerose e rilevanti quelle che vengono distrutte (Sciarrone 2000b) -, uno dei tradizionali canali utilizzato dai mafiosi per la ricerca del consenso è rappresentato da qualche forma di controllo e gestione del mercato locale del lavoro. Il consenso alla mafia, più che adesione a un sistema di valori, è propriamente "adesione a un comportamento o ad un corso di azione del soggetto dominante, cui non è estrinseco un elemento di interesse strumentale e di calcolo" (Gallino 1983, p. 264). Gli stessi mafiosi cercano di ottenere consenso, inteso in senso positivo e attivo, specialmente da parte di alcuni settori politici ed economici della società, mentre possono accontentarsi anche di un consenso "di contenuto negativo (cioè di un non dissenso)" (Cotta 1992, p. 297) da parte di altri settori.
D'altra parte, nelle zone ad alta densità mafiosa risorse culturali e relazioni tradizionali invece di essere giocate sul mercato economico - così com'è avvenuto, ad esempio, nel Centro-Nord-Est, dove hanno sostenuto lo sviluppo a economia diffusa - sono state usate sul mercato politico, favorendo un tipo di consenso particolaristico, che è stato funzionale allo sviluppo della criminalità e all'affermazione di governi privati di tipo mafioso (Trigilia 1992).
I gruppi mafiosi riescono a ottenere consenso attraverso diversi canali spesso sovrapposti e combinati tra loro, svolgendo funzioni di ordine sociale, assumendo il ruolo di garanti e protettori, distribuendo risorse materiali e simboliche, stabilendo interrelazioni con i poteri pubblici. La protezione resta comunque la conditio sine qua non del controllo del territorio: senz'altro il principale fattore di successo del modello mafioso, della sua riproduzione e generalizzazione.
Cooperazione e scambio
Le mafie si affermano come autorità locale quando l'uso della violenza trova spazio per essere esercitato nelle arene legali dell'economia e della politica. Questo non significa che i mafiosi partecipino a una presunta cultura siciliana - o meridionale - della violenza che, osservano Jane e Peter Schneider (1994, p. 320), di fatto non esiste: "Essi creano le loro pratiche culturali a sostegno della violenza, in contrasto con le norme più comuni''. II processo si compie piuttosto quando tali pratiche trovano legittimazione da parte di cerchie sociali esterne ai circuiti illegali. La violenza diventa uno dei meccanismi di regolazione della vita politica ed economica, istituzionalizzato al pari degli altri e con essi combinato in modo variabile a seconda del contesto e delle circostanze. Per garantire la continuità del proprio potere, i mafiosi hanno la pretesa di avvalersi del diritto di uccidere. La morte domina infatti la realtà materiale e simbolica di chi vive in ambito mafioso (Siebert 1994).
La coercizione pura ha tuttavia scarse possibilità di legittimazione: sulla scia di Hannah Arendt (1971), è possibile osservare che la violenza non può essere legittimata, anche se può essere giustificabile e può essere tollerata (Rampazi 1993, p. 38).
Il codice dell'onore giustifica quindi l'uso della violenza, ma il potere mafioso necessita di altre fonti di legittimazione. A tal fine i mafiosi cercano di instaurare rapporti di scambio: come si è detto, un importante canale di legittimità deriva dalla loro capacità - di offrire con successo protezione. L'offerta di protezione non elimina l'uso diretto o potenziale della Violenza. Ma funziona in via ordinaria soprattutto attraverso rapporti di cooperazione: il prezzo a cui essa è venduta è infatti frutto di negoziazione (Gambetta 1992).
Se si considera il potere connesso alla capacità di rendere imprevedibile il proprio comportamento futuro (Crozier, Friedberg 1990), si può sostenere che i mafiosi giocano con l'incertezza ed, essendo in grado di esprimere una minaccia credibile, riescono ad aprire spazi per la negoziazione. Essi si comportano in modo tale da trasformare l'incertezza in rischio e preferiscono giochi a somma variabile: favoriscono la cooperazione e tendono a condividere la posta in gioco (anche se non necessariamente in modo simmetrico).
La cooperazione e la condiscendenza, più che essere spiegate in termini di valori interiorizzati, possono essere il prodotto della combinazione di dipendenza e controllo (Flechter 1987, p. 11 ). La prima può essere forte fin tanto che non esistono o non siano percepite alternative praticabili (meno costose) rispetto alla cooperazione con i mafiosi. Il secondo è assicurato dalle sanzioni, che nel caso della mafia sappiamo essere efficaci. Sia pure in una situazione caratterizzata tendenzialmente da squilibrio di potere, i
mafiosi – prima ancora dei loro interlocutori - si attengono a una strategia di reciprocità che favorisce 1’insorgere e il consolidarsi della cooperazione (Axelrod 1985). In questo modo, le transazioni di scambio, anche se regolate da un potere coercitivo , si svolgono operativamente sulla base di norme di reciprocità. Come si è detto, il mafioso non opta per giochi a somma zero (se non nei confronti di coloro che si pongono o sono percepiti come avversari), ma tende piuttosto a instaurare giochi a somma positiva, ovvero che prevedono incentivi o vantaggi per chi coopera. La cooperazione con la mafia produce infatti benefici selettivi, nel senso che solo chi coopera può usufruire dei vantaggi che ne derivano.
I mafiosi lasciano la possibilità di negoziare lo scambio, consapevoli del fatto che solo in questo modo è possibile ottenere quel consenso sociale necessario per riprodurre ed estendere le loro reti di relazioni. Per essi è quindi fondamentale rendere interdipendente il sistema di legami in cui si trovano. In tal modo, o per necessità, o per convenienza, riescono a ottenere la cooperazione di altri soggetti. I mafiosi hanno aspettative diverse a seconda dei soggetti che sono coinvolti nello scambio: da alcuni pretendono meno che da altri, ma in genere preferiscono presentarsi - per dirla con Blau (1964. pp. 34 sgg.) - come alleati o, in alcuni casi, come compagni. Del resto, promettere o offrire vantaggi a chi è disposto a cooperare può implicare poi pretendere una contropartita, ovvero la reciprocità dello scambio. La cooperazione, indipendentemente dai presupposti su cui poggia e su cui è avviata, comporta a sua volta una qualche forma di riconoscimento e in definitiva di legittimazione. Reciprocità, reiterazione ed estensione dello scambio creano equilibri cooperativi che tendono a essere ricorsivi e a stabilizzarsi nel tempo.
Il potere mafioso svolge infatti le funzioni di medium e garante dello scambio, in quanto permette l'individuazione di un criterio per calcolare i costi e i benefici ed è in grado di attivare strumenti che garantiscono il rispetto degli impegni. Uno scambio fortemente coercitivo, come spesso è quello che coinvolge i mafiosi che lasciano scarse possibilità di exit alla controparte, può funzionare senza bisogno di fiducia (Mutti 1994, p. 85).
Sono tuttavia gli stessi mafiosi a richiedere la presenza di fiducia, poiché essi avanzano pretese di legittimazione del loro potere. In assenza di regole procedurali e sostanziali coerenti ed efficaci, essi - preoccupati di non fondare il loro potere sulla base esclusiva della coercizione - cercano di ottenere nello scambio la fiducia dei partner. Se ci riescono dando avvio a scambi ben funzionanti, si crea un equilibrio che, sia pure instabile, riduce l'incertezza e rende vantaggiosa la cooperazione. Uno degli effetti più rilevanti di tale processo è ancora una volta il riconoscimento del potere mafioso.
Mercati neri ed espansione territoriale
In tempi relativamente recenti, l'allargamento dei mercati illeciti ha costituito un ulteriore fattore di successo e di legittimazione dei gruppi mafiosi. Anche in questo caso, oltre alla struttura delle opportunità illecite, è importante tenere presente il contesto istituzionale entro cui operano le organizzazioni criminali. Lo Stato offre istituzionalmente protezione e stabilisce i confini tra lecito e illecito, definendo di conseguenza l'estensione dei mercati illegali, ma anche lo spazio lasciato aperto alle attività dei gruppi criminali .
In una prospettiva del genere, i mercati illeciti possono essere o diventare funzionali per la riproduzione di organizzazioni criminali di tipo mafioso, vale a dire di attori attrezzati a offrire protezione e garanzie per il buon esito di transazioni economiche svolte in assenza di tutela giuridica.
Del resto, la mafia tollera in genere la presenza di una delinquenza comune non solo perché può costituire un utile serbatoio di reclutamento, ma proprio perché alimenta una specifica domanda di protezione. In tale ottica è possibile individuare un probabile punto di contatto tra l'interesse delle organizzazioni mafiose e quello delle agenzie dell'ordine pubblico, che in entrambi i casi - sia pure con motivazioni diverse - è orientato a ridurre l'incertezza che caratterizza il funzionamento dei mercati illegali, causa di disordine e di conflittualità violenta. Ne deriva che le politiche e le strategie messe in atto dalle agenzie pubbliche di contrasto influenzano la struttura organizzativa dei gruppi criminali, lasciando maggiore o minore spazio a forme orizzontali o verticali di relazioni interne, così come a forme più centralizzate o più disperse di comando.
Un indicatore del successo del modello mafioso è rappresentato - come si è detto - dalla sua diffusione territoriale, che avviene proprio in concomitanza con l'allargamento dei mercati illeciti. Fino a periodi molto recenti, il fenomeno mafioso era infatti circoscritto a specifiche aree del Mezzogiorno. A partire dagli anni settanta, si assiste all'espansione territoriale di mafie vecchie e all'emergere di mafie nuove, che si costituiscono sul modello delle prime (Sciarrone 1998a).
La persistenza delle mafie dipende tuttavia anche dal peculiare abbinamento tra controllo del territorio e attività svolte a fini di lucro (Becchi, Rey 1994, p. 75). Nelle aree tradizionali queste ultime sono subordinate all'affermazione del primo. Le mafie italiane, in particolare Cosa nostra e 'Ndrangheta, potrebbero infatti sopravvivere - almeno nelle aree di genesi storica - anche in assenza di mercati neri, mentre per altre organizzazioni criminali la loro presenza appare indispensabile, così come pare esserlo anche per i gruppi mafiosi tradizionali nelle aree di nuova diffusione. In questi ultimi casi, si è osservata una situazione in cui gruppi mafiosi mirano, in un primo tempo, a gestire una specifica attività illegale, ma si specializzano successivamente nella protezione dei traffici illeciti di altri soggetti criminali. Nelle aree non tradizionali le organizzazioni criminali tendono a comportarsi secondo logiche di cartello, stipulando accordi che limitano la concorrenza e fissando regole per la spartizione del territorio o la divisione di quote del mercato. E possibile quindi che gli stessi soggetti che, in un primo momento, abbiano contribuito a costruire un mercato nero, decidano, in un secondo tempo, di lasciare ad altri gli affari di questo mercato, ossia la loro gestione diretta, limitandosi a offrire un servizio di protezione. In presenza di condizioni favorevoli, l'offerta di protezione potrà poi eventualmente estendersi anche ai mercati legali, fino a configurare una qualche forma di controllo del territorio. E quanto si è verificato, ad esempio, in molte zone di insediamento non tradizionale del Nord Italia (Sciarrone 1998a).
Effetti della globalizzazione
Come si è detto, le mafie storicamente sorgono e si consolidano con la pretesa di svolgere - o meglio di concorrere a svolgere - quella fondamentale funzione che riguarda il mantenimento dell'ordine sociale.
Con la globalizzazione e il conseguente declino dell'autorità statale o, più precisamente, dell'autorità politica, si riaprono spazi per il ruolo di governi privati a base locale, come possono essere appunto le mafie. Queste ultime possono infatti rispondere alla necessità di costituire una forma di autorità politica trovando legittimazione - proprio come accade per gli Stati - nella forza coercitiva o nel consenso popolare, oppure più spesso in una loro combinazione .