| Il
successo del modello mafioso
Che la mafia rappresenti un modello di successo è testimoniato
dalla sua secolare attività e dalla sua persistenza nel
tempo e diffusione nello spazio. Le fondamenta di questo successo
risiedono solo in parte in caratteri costitutivi interni al fenomeno,
ma sono piuttosto da rintracciare in fattori esterni, soprattutto
di tipo relazionale. In altri termini, la forza dei mafiosi è
data essenzialmente dalle loro relazioni esterne, vale a dire
dal capitale sociale che deriva dalla capacità di allacciare
relazioni e costruire reti sociali. Dal punto di vista organizzativo,
gli stessi gruppi mafiosi - pur in una varietà di formule
e strutture - sono sufficientemente chiusi per resistere alle
pressioni di avversari di agenzie di contrasto, ma sufficientemente
aperti per riprodursi.
Con quest'ottica, è possibile sostenere che la riproduzione
della mafia dipende in gran parte dalla capacità di procurarsi
all'esterno la cooperazione, attiva o passiva, di altri attori
sociali e, in particolare, di instaurare rapporti di scambio -
di collusione e complicità - nei circuiti politici e istituzionali.
Solo mettendo a fuoco questi elementi – e le condizioni e i meccanismi
che li rendono operativi - è possibile, a mio avviso, decifrare
analiticamente alcune ragioni del suo successo. Ma prima è
utile fare qualche distinzione.
Per lungo tempo la mafia è stata osservata e rappresentata
come un fenomeno indistinguibile dal suo contesto. Un fenomeno
senza forma propria, o che replicava forme tipiche e diffuse della
società circostante. La mafia non era ritenuta neppure
un fenomeno specifico di quella società - siciliana, calabrese
e comunque meridionale - ma si confondeva piuttosto con essa.
Se ne dava dunque la rappresentazione di un fenomeno sfuggente,
anche se le interpretazioni meno ingenue finivano per farlo emergere
come tratto essenziale, potremmo dire strutturale, del più
ampio sistema sociale. Certo, spesso veniva descritto, nei termini
di una struttura della tradizione, residuo di arretratezza di
una società nella quale doveva ancora dispiegarsi in tutta
la sua potenza la modernizzazione.
Sfuggiva del tutto, invece, il carattere polimorfo e multidimensionale
del fenomeno: per miopia e spesso per calcolato interesse, non
si comprendeva che esso fa parte di quel vasto insieme di eventi
sociali che hanno confini mobili, ma che nonostante ciò
sono circoscrivibili per forma e contenuto. Si tratta di fenomeni
che non solo si trasformano nel tempo e nello spazio, che subiscono
cioè meramente gli effetti del mutamento sociale, ma si
caratterizzano per avere una struttura a geometria variabile.
Come anticipato, le associazioni di mafiosi mostrano simultaneamente
un elevato livello di chiusura sociale verso l'interno - quindi
confini più o meno cristallizzati anche a livello simbolico
e normativo - e un elevato livello di apertura verso l'esterno
- quindi confini altamente variabili a seconda delle circostanze.
La mafia può essere inoltre usata come esempio da manuale
per contrastare l'immagine dicotomica del rapporto tradizione-modernità
che tanta fortuna ha avuto nelle scienze sociali. Essa rappresenta
infatti un caso esemplare di come la tradizione persiste nella
modernità e di come quest'ultima si innerva e spesso affonda
le sue radici nella prima. II fenomeno mafioso non può
essere ricondotto a un modello omogeneo, piuttosto si presenta,
al di là della innegabile continuità storica, molto
differenziato a seconda dei diversi contesti spaziali e temporali.
In luoghi e tempi diversi i gruppi mafiosi adottano, infatti,
specifici modelli di azione e di organizzazione.
D'altra parte, sostenere che la mafia sia distinguibile dai suoi
contesti non significa affermare che essa abbia vita autonoma,
che sia cioè isolabile dalla società in cui si sviluppa.
II livello di autonomia della mafia dall'ambiente circostante
è anzi molto l pari di altri fenomeni sociali, essa si
riproduce proprio attraverso i rapporti con l’ambiente. Assumere
che la mafia sia distinguibile dai suoi contesti significa mettere
a fuoco proprio tali rapporti, essenziali per comprenderne genesi,
riproduzione e diffusione. *In altri termini, per capire il successo
del modello mafioso. Come ha scritto Lupo (1994 p. 40): “La mafia
è stata per moltissimi anni una struttura di servizio,
aperta attraverso numerosissimi canali verso il mondo del potere
ufficiale, e nel contempo compattata al suo interno da ideologie,
regole, rituali, vincoli di affiliazione. Però la vera
condizione della sua compattezza è sempre stata data dal
suo successo, senza il quale la mafia si sfascia”.
Il potere Territoriale
La mafia ha una struttura di potere territoriale che, data la
legittimazione di cui ha a lungo goduto, può essere concettualizzata
come una forma di autorità politica non statale, o medio
extralegale. In una zona di mafia, le funzioni regolative e di
controllo non sono saldamente in mano alle autorità statali,
o quantomeno sono condivise - anche in forme più o meno
conflittuali - con un'autorità extralegale . D'altra parte,
è stato osservato che "la causa ultima della persistenza
del sistema mafioso va sempre ricercata nel grado insufficiente
di integrazione statale, cioè nei limiti oggettivi della
sua azione, nelle responsabilità e connivenze dei suoi
rappresentanti" (Pezzino 1990, pp. 79-80).
In termini generali è possibile individuare quattro principali
strutture di potere (Strange 1998 p. 7): 1) il potere di offrire
o minacciare sicurezza; 2) il potere di offrire o ritirare credito:
3) il potere di controllare l'accesso alla conoscenza e all'informazione;
4) Il potere su ciò che deve essere prodotto, dove e da
chi, in quali termini e condizioni.
Queste strutture di potere sono tipiche ma non esclusive degli
Stati, in quanto individuabili anche rispetto ad altri soggetti
dotati di una qualche forma di autorità. Tra questi soggetti
possiamo includere le mafie, che riescono a incidere in tutti
questi ambiti, evidenziando margini di operatività e soprattutto
di elasticità superiori a quelli generalmente espressi
dallo Stato. I mafiosi fondano la loro struttura di potere sui
seguenti elementi:
1) l'offerta di sicurezza, che si basa sull'esercizio - effettivo
o potenziale - della violenza e si esplica attraverso la funzione
di produrre e vendere protezione;
2) la creazione di ricchezza, alla quale contribuiscono non solo
- come si è soliti pensare - attraverso attività
di rapina, ma soprattutto attraverso forme di scambio basate sulla
reciprocità e la compartecipazione;
3) il controllo di reticoli sociali e la manipolazione dei codici
culturali;
4) le funzioni di mediazione e di regolazione politica, che incidono
sull'amministrazione - in senso lato - della giustizia e sul grado
di libertà di scelta degli attori locali.
Per i gruppi mafiosi, gli obiettivi politici, vale a dire la ricerca
del potere che si traduce in controllo del territorio, sono comunque
prevalenti rispetto agli obiettivi economici: il fine ultimo "non
è la sete di denaro, ma la sete di potere" (Scarpinato
1992, p. 94). Questo non implica tuttavia ottenere un potere o
un'autorità formale, quanto piuttosto il potere di “influenzare
i risultati” (Strange 1998). In questo senso, il potere mafioso
si caratterizza come potere politico in quanto è orientato
a persuadere o costringere altri a cooperare. Da questo punto
di vista, si comprende perché quella mafiosa sia una strategia
politica massimamente pragmatica (Commissione Parlamentare Antimafia
1993).
La nascita e la riproduzione di gruppi mafiosi è favorita
da rapide e profonde trasformazioni economiche: è quanto
si è visto in contesti nei quali la penetrazione o la crescita
del mercato si realizzano in assenza di adeguati meccanismi di
regolazione istituzionale. Le mafie hanno infatti maggiori possibilità
di svilupparsi in quelle situazioni caratterizzate dall'incapacità
o dalla debolezza degli apparati statali di garantire l'ordine
pubblico, quindi la sicurezza di persone e beni, e l'amministrazione
della giustizia, quindi il rispetto degli accordi e la validità
dei contratti, in concomitanza a dinamiche di penetrazione o espansione
del mercato
Conflittualità e mancanza di fiducia favoriscono la funzione
di mediazione del mafioso e la sua specializzazione nell'offerta
di protezione, mentre la non affermazione di una regolazione centralizzata,
sintomo di una estesa disgregazione economica e sociale, consente
al potere mafioso di porsi come forma dominante dell'integrazione
(Arlacchi 1980). La mafia rappresenta dunque "un apparato
d'ordine, ma presuppone sempre un disordine sociale e criminale
da organizzare e da tenere sotto controllo'' (Lupo 1993. p. 11).
Anche nelle parole di Falcone troviamo una mafia che svolge funzioni
d'ordine: "La Sicilia è una terra dove, purtroppo,
la struttura statale è deficitaria. La mafia ha saputo
riempire il vuoto a suo modo e a suo vantaggio, ma tutto sommato
ha contribuito a evitare per lungo tempo che la società
siciliana sprofondasse nel caos totale. In cambio dei servizi
offerti (nel proprio interesse, non c'è dubbio) ha aumentato
sempre più il proprio potere". (Falcone, Padovani
1991, p. 133).
Più in generale è possibile sostenere che la riproduzione
della mafia può essere favorita dalle seguenti circostanze:
a) insufficiente regolamentazione statale; b) mercati caratterizzati
da elevata instabilità: c) clientelismo o diffusa corruzione
politica; d) elevata mobilità ascendente di tipo individualistico
e accesa competizione per ottenere inclusione e riconoscimento
in cerchie sociali di status più elevato; e) codici culturali
che legittimano l'uso della violenza; f) fattori che ostacolano
o impediscono l'azione collettiva e l'affermarsi di un tessuto
fiduciario allargato.
Data la combinazione - più o meno variabile a seconda dei
contesti storici e geografici - di queste circostanze, il ruolo
che meglio identifica i mafiosi è quello di garanti di
transazioni economiche relazioni sociali. Essi agiscono e si organizzano
per svolgere una serie di attività che, pur assumendo un'ampia
gamma di forme, sono riconducibili nella sostanza alle funzioni
di mediazione e di protezione.
Il successo dei mafiosi dipende dal loro grado di organizzazione
e dalla riuscita dei rapporti con soggetti che condividono o intersecano
gli stessi sistemi di interazione. La mafia si riproduce nel tempo
e nello spazio grazie alla capacità - come si è
detto - di accumulare e impiegare capitale sociale, ovvero quel
tipo di risorse collocate in reticoli di relazioni (Coleman 1990).
Il rapporto con l'autorità statale
Per lungo tempo il controllo mafioso del territorio di alcune
zone del Mezzogiorno non è stato percepito come una minaccia
nei confronti dello Stato e della sua autorità. Ciò
ha reso possibile una coesistenza relativamente pacifica tra le
due forme di autorità. D'altra parte, per i mafiosi controllo
del territorio non significa sostituire un potere alternativo
a quello legale dello Stato. Essi infatti non mettono in pericolo
la sopravvivenza dello Stato, sono piuttosto interessati a condizionarne
il funzionamento. I mafiosi, infatti, non hanno mai preteso di
contrapporsi nettamente allo Stato. Sin dalle origini, essi tendono
piuttosto ad assumere funzioni complementari a quelle delle istituzioni
statali, delle quali hanno sempre riconosciuto formalmente l'autorità.
Dal canto loro, le autorità statali hanno considerato il
potere mafioso quale fonte di autorità di sostegno da utilizzare
in particolari circostanze o, in generale, come autorità
supplementare per ottenere consenso in determinate aree. In tale
prospettiva è possibile comprendere la coesistenza - la
coabitazione nei termini della Commissione Parlamentare Antimafia
(1993) - tra due fonti di autorità in linea di principio
nettamente contrapposte. Nella sua concreta dinamica - ha osservato
Santino - il rapporto mafia-istituzioni "vede operanti soggetti
formalmente contrapposti ma in realtà portatori di duplicità,
per cui al posto del paradigma alterità-contrapposizione,
sancito formalmente, opera quello alterità-interazione".
Per comprendere genesi e sviluppo della mafia, l’attenzione va
dunque posta, più che su un'assenza o un "vuoto di
Stato", sul "processo concreto di formazione e funzionamento
dello Stato e degli altri corpi istituzionali, intermedi e locali"
(Santino 1994, p. 128). Come ha osservato Tilly, "la mafia
stessa non potrebbe esistere senza la forte concentrazione di
potere degli stati nazionali" (1986, p. XIV). Il punto centrale
è dato, allora, dal rapporto che si stabilisce tra mafia
e Stato, che si caratterizza come un rapporto simbiotico tra le
logiche dell'ordine extra-legale e quelle dell'ordine pubblico.
Queste ultime, avverte Pizzorno, sono "sempre frutto di un
processo composito in cui imposizione, negoziato, delega, si avvicendano
e coesistono". In questa ottica, la cooperazione tra forze
dell'ordine e criminalità organizzata, lungi dal rappresentare
un fatto eccezionale o specifico dello Stato italiano, "è
una costante nella storia dell'ordine pubblico, in Europa e fuori,
negli ultimi tre o quattro secoli" (Pizzorno 1987, p. 201).
Secondo Pezzino (1994, p. 17), si dovrebbe parlare in senso stretto
di mafia "solo in presenza dell'incontro fra strutture delinquenziali,
organizzate su base locale, e circuiti politico-istituzionali:
la questione mafiosa perciò consiste fondamentalmente in
un rapporto che si instaura fra strutture illegali e poteri legittimi".
In termini generali, si può dunque affermare che "la
trasformazione di un apparato di potere territoriale in sistema
mafioso a tutti gli effetti dipenda maggiormente dai compiti che
gli assegna lo stato che dai caratteri per così dire antropologici
del gruppo" (Armao 2000, pp. 170-171).
D'altra parte, i mafiosi investono in rapporti politici innanzitutto
con l'obiettivo di assicurarsi ampi margini di impunità
nei confronti della legge, il che li legittima e li rende esempi
vincenti (Gribaudi 1990, p. 356), e in secondo luogo per valorizzare
il loro ventaglio di relazioni esterne, ovvero incrementare il
capitale sociale di cui dispongono e che è fondamentale
per la loro riproduzione (Sciarrone 1998b, 2000a).
Processi di legittimazione e costruzione del consenso
I mafiosi hanno bisogno di legittimazione e ancor prima di riconoscimento
e considerazione sociale (Pizzorno 2000; Sparti 2000), all'esterno
come all'interno. La lealtà al gruppo di appartenenza è
sottolineata dalla persistenza dei rituali di iniziazione. Questi
ultimi, basati su una simbologia del sangue e su elementi mistici
e religiosi, sono un tratto culturale tipico di molte realtà
di crimine organizzato (da Cosa Nostra alle Triadi cinesi). Essi
segnano il confine tra onorata società e società
circostante, separando e distinguendo l'una dall'altra, a dispetto
delle tesi che presuppongono un'omogeneità tra mafia e
cultura diffusa. I rituali rafforzano piuttosto l’appartenenza
interna al gruppo e sono funzionali al riconoscimento esterno.
I confini delle associazioni mafiose sono così creati "dalla
condivisione di un patrimonio culturale comune e di un medesimo
modello organizzativo" (Paoli 2000, p. 58). Attraverso l'affiliazione
un soggetto comincia a sentirsi e a essere riconosciuto come parte
di un ''progetto'', dispone quindi di "termini di identificazione
efficaci” (Abrams 1983, p. 352): è riconosciuto dagli altri
e da se stesso come mafioso. La definizione degli altri si congiunge
alla propria autodefinizione, in un processo bilaterale che si
rafforza circolarmente.
In origine i mafiosi non sono considerati "devianti'' nella
società in cui operano, anzi ad essi viene assegnato, anche
da parte delle autorità costituite, un ruolo di ''guardiani''
dell'ordine e del controllo sociale. In altri termini, sono percepiti
come tutori della pace sociale in grado di risolvere problemi
e controversie, quindi come soggetti che svolgono funzioni socialmente
utili.
Da questo punto di vista, sembra funzionare una sorta di processo
di labelling (etichettamento) nel senso che si diventa davvero
mafiosi se si è riconosciuti da altri come tali. In questo
modo, gruppi criminali che vengono classificati e riconosciuti
come mafiosi finiscono per diventarlo, secondo la logica della
"profezia che si autoadempie''. In questo caso il labelling
non rappresenta uno stigma, ma un'identità, l'appartenenza
a un gruppo (Donnelly 2000, p. 98). I mafiosi hanno bisogno che
la loro reputazione sia riconosciuta, anzi il riconoscimento stesso
fa parte della propria reputazione (Catanzaro 1988; Gambetta 1992).
Il labelling implica proprio il riconoscimento, che a sua volta
porta a un cambiamento nella concezione del sé di chi viene
etichettato. Una delle caratteristiche del labelling è
il fatto di essere pubblico (Donnelly 2000, p. 101): esso porta
quindi a un riconoscimento pubblico e implica 1' attribuzione
di caratteristiche stereotipate (nella teoria standard si ritiene
che il labelling assegni l'individuo etichettato a una categoria
più bassa, ma non è detto che ciò accada
necessariamente). I mafiosi in realtà sono sempre etichettati
come criminali , ma ciò che incide di più sulla
costruzione della loro reputazione - da cui dipende poi il riconoscimento
pubblico - è che "il labelling è essenzialmente
un'operazione di mantenimento dei confini che stabilisce differenze"
(Donnelly 2000, p. 101). I mafiosi sono diversi dagli altri, appartengono
a una cerchia speciale di uomini. Si capisce così l'affermazione
del collaboratore di giustizia Calderone, secondo il quale aspirano
a far parte di Cosa Nostra coloro che “non sono niente e vogliono
diventare qualcosa" (Arlacchi 1992, p. 149), oppure per usare
un'espressione riferita ancora da numerosi collaboratori di giustizia,
per non essere nuddu ammiscatu cu niente, cioè "nessuno
mischiato con niente" (Scarpinato 1998).
I mafiosi non hanno una visione conflittuale dei rapporti sociali,
anzi sono alla continua ricerca dell'aggiustamento e dell'adattamento.
Se, come afferma Becker, “di solito le persone tengono conto di
ciò che succede intorno a loro e di ciò che rischia
di succedere una volta deciso cosa fare", i mafiosi mostrano
una elevata capacità di adattamento, nel senso che agiscono
prendendo in considerazione - più di quanto normalmente
si faccia - le aspettative e le reazioni degli altri coinvolti
nella stessa azione: ''Tengono conto del modo in cui questi ultimi
valuteranno ciò che fanno, e di come tale valutazione inciderà
sul loro prestigio e sul loro rango” (Becker 1987, pp. 138-139).
Per ottenere riconoscimento all'esterno i mafiosi privilegiano
inoltre meccanismi di reciprocità attraverso i quali è
possibile confermare identità e legami sociali. Essi cercano
dunque di ottenere consenso, come qualsiasi altro attore collettivo
che voglia aver riconosciuta un'autorità politica. Certo
è preponderante la coercizione - l'uso potenziale della
violenza - ma non mancano altri strumenti, come la negoziazione
- che implica la possibilità di voice (Sciarrone 1998a)
- e anche l'offerta di incentivi o la capacità di indennizzare
chi risulta temporaneamente perdente. Senza escludere il riferimento
a elementi culturali, come ad esempio la promozione di una visione
comune (o presunta tale).
Il potere extralegale delle mafie riceve comunque legittimazione
non tanto dal sistema di valori e dalla tradizione culturale della
società circostante, quanto dagli assetti istituzionali
che regolano quella stessa società (Monzini 1999), soprattutto
nei meccanismi che sovrintendono all'ordine sociale e alla produzione
di beni pubblici (non a caso carenti in tutte le zone ad alta
densità mafiosa) e in quelli che connettono la sfera politica
con quella economica . L'offerta di protezione e la regolazione
di settori economici legali e illegali si rivela dunque funzionale
all'ottenimento di consenso, creando ad esempio forme di compartecipazione
economica (Fantò 1999). Oltre a fornire direttamente occasioni
di reddito alla popolazione - anche se in realtà sono molto
più numerose e rilevanti quelle che vengono distrutte (Sciarrone
2000b) -, uno dei tradizionali canali utilizzato dai mafiosi per
la ricerca del consenso è rappresentato da qualche forma
di controllo e gestione del mercato locale del lavoro. Il consenso
alla mafia, più che adesione a un sistema di valori, è
propriamente "adesione a un comportamento o ad un corso di
azione del soggetto dominante, cui non è estrinseco un
elemento di interesse strumentale e di calcolo" (Gallino
1983, p. 264). Gli stessi mafiosi cercano di ottenere consenso,
inteso in senso positivo e attivo, specialmente da parte di alcuni
settori politici ed economici della società, mentre possono
accontentarsi anche di un consenso "di contenuto negativo
(cioè di un non dissenso)" (Cotta 1992, p. 297) da
parte di altri settori.
D'altra parte, nelle zone ad alta densità mafiosa risorse
culturali e relazioni tradizionali invece di essere giocate sul
mercato economico - così com'è avvenuto, ad esempio,
nel Centro-Nord-Est, dove hanno sostenuto lo sviluppo a economia
diffusa - sono state usate sul mercato politico, favorendo un
tipo di consenso particolaristico, che è stato funzionale
allo sviluppo della criminalità e all'affermazione di governi
privati di tipo mafioso (Trigilia 1992).
I gruppi mafiosi riescono a ottenere consenso attraverso diversi
canali spesso sovrapposti e combinati tra loro, svolgendo funzioni
di ordine sociale, assumendo il ruolo di garanti e protettori,
distribuendo risorse materiali e simboliche, stabilendo interrelazioni
con i poteri pubblici. La protezione resta comunque la conditio
sine qua non del controllo del territorio: senz'altro il principale
fattore di successo del modello mafioso, della sua riproduzione
e generalizzazione.
Cooperazione e scambio
Le mafie si affermano come autorità locale quando l'uso
della violenza trova spazio per essere esercitato nelle arene
legali dell'economia e della politica. Questo non significa che
i mafiosi partecipino a una presunta cultura siciliana - o meridionale
- della violenza che, osservano Jane e Peter Schneider (1994,
p. 320), di fatto non esiste: "Essi creano le loro pratiche
culturali a sostegno della violenza, in contrasto con le norme
più comuni''. II processo si compie piuttosto quando tali
pratiche trovano legittimazione da parte di cerchie sociali esterne
ai circuiti illegali. La violenza diventa uno dei meccanismi di
regolazione della vita politica ed economica, istituzionalizzato
al pari degli altri e con essi combinato in modo variabile a seconda
del contesto e delle circostanze. Per garantire la continuità
del proprio potere, i mafiosi hanno la pretesa di avvalersi del
diritto di uccidere. La morte domina infatti la realtà
materiale e simbolica di chi vive in ambito mafioso (Siebert 1994).
La coercizione pura ha tuttavia scarse possibilità di legittimazione:
sulla scia di Hannah Arendt (1971), è possibile osservare
che la violenza non può essere legittimata, anche se può
essere giustificabile e può essere tollerata (Rampazi 1993,
p. 38).
Il codice dell'onore giustifica quindi l'uso della violenza, ma
il potere mafioso necessita di altre fonti di legittimazione.
A tal fine i mafiosi cercano di instaurare rapporti di scambio:
come si è detto, un importante canale di legittimità
deriva dalla loro capacità - di offrire con successo protezione.
L'offerta di protezione non elimina l'uso diretto o potenziale
della Violenza. Ma funziona in via ordinaria soprattutto attraverso
rapporti di cooperazione: il prezzo a cui essa è venduta
è infatti frutto di negoziazione (Gambetta 1992).
Se si considera il potere connesso alla capacità di rendere
imprevedibile il proprio comportamento futuro (Crozier, Friedberg
1990), si può sostenere che i mafiosi giocano con l'incertezza
ed, essendo in grado di esprimere una minaccia credibile, riescono
ad aprire spazi per la negoziazione. Essi si comportano in modo
tale da trasformare l'incertezza in rischio e preferiscono giochi
a somma variabile: favoriscono la cooperazione e tendono a condividere
la posta in gioco (anche se non necessariamente in modo simmetrico).
La cooperazione e la condiscendenza, più che essere spiegate
in termini di valori interiorizzati, possono essere il prodotto
della combinazione di dipendenza e controllo (Flechter 1987, p.
11 ). La prima può essere forte fin tanto che non esistono
o non siano percepite alternative praticabili (meno costose) rispetto
alla cooperazione con i mafiosi. Il secondo è assicurato
dalle sanzioni, che nel caso della mafia sappiamo essere efficaci.
Sia pure in una situazione caratterizzata tendenzialmente da squilibrio
di potere, i
mafiosi – prima ancora dei loro interlocutori - si attengono a
una strategia di reciprocità che favorisce 1’insorgere
e il consolidarsi della cooperazione (Axelrod 1985). In questo
modo, le transazioni di scambio, anche se regolate da un potere
coercitivo , si svolgono operativamente sulla base di norme di
reciprocità. Come si è detto, il mafioso non opta
per giochi a somma zero (se non nei confronti di coloro che si
pongono o sono percepiti come avversari), ma tende piuttosto a
instaurare giochi a somma positiva, ovvero che prevedono incentivi
o vantaggi per chi coopera. La cooperazione con la mafia produce
infatti benefici selettivi, nel senso che solo chi coopera può
usufruire dei vantaggi che ne derivano.
I mafiosi lasciano la possibilità di negoziare lo scambio,
consapevoli del fatto che solo in questo modo è possibile
ottenere quel consenso sociale necessario per riprodurre ed estendere
le loro reti di relazioni. Per essi è quindi fondamentale
rendere interdipendente il sistema di legami in cui si trovano.
In tal modo, o per necessità, o per convenienza, riescono
a ottenere la cooperazione di altri soggetti. I mafiosi hanno
aspettative diverse a seconda dei soggetti che sono coinvolti
nello scambio: da alcuni pretendono meno che da altri, ma in genere
preferiscono presentarsi - per dirla con Blau (1964. pp. 34 sgg.)
- come alleati o, in alcuni casi, come compagni. Del resto, promettere
o offrire vantaggi a chi è disposto a cooperare può
implicare poi pretendere una contropartita, ovvero la reciprocità
dello scambio. La cooperazione, indipendentemente dai presupposti
su cui poggia e su cui è avviata, comporta a sua volta
una qualche forma di riconoscimento e in definitiva di legittimazione.
Reciprocità, reiterazione ed estensione dello scambio creano
equilibri cooperativi che tendono a essere ricorsivi e a stabilizzarsi
nel tempo.
Il potere mafioso svolge infatti le funzioni di medium e garante
dello scambio, in quanto permette l'individuazione di un criterio
per calcolare i costi e i benefici ed è in grado di attivare
strumenti che garantiscono il rispetto degli impegni. Uno scambio
fortemente coercitivo, come spesso è quello che coinvolge
i mafiosi che lasciano scarse possibilità di exit alla
controparte, può funzionare senza bisogno di fiducia (Mutti
1994, p. 85).
Sono tuttavia gli stessi mafiosi a richiedere la presenza di fiducia,
poiché essi avanzano pretese di legittimazione del loro
potere. In assenza di regole procedurali e sostanziali coerenti
ed efficaci, essi - preoccupati di non fondare il loro potere
sulla base esclusiva della coercizione - cercano di ottenere nello
scambio la fiducia dei partner. Se ci riescono dando avvio a scambi
ben funzionanti, si crea un equilibrio che, sia pure instabile,
riduce l'incertezza e rende vantaggiosa la cooperazione. Uno degli
effetti più rilevanti di tale processo è ancora
una volta il riconoscimento del potere mafioso.
Mercati neri ed espansione territoriale
In tempi relativamente recenti, l'allargamento dei mercati illeciti
ha costituito un ulteriore fattore di successo e di legittimazione
dei gruppi mafiosi. Anche in questo caso, oltre alla struttura
delle opportunità illecite, è importante tenere
presente il contesto istituzionale entro cui operano le organizzazioni
criminali. Lo Stato offre istituzionalmente protezione e stabilisce
i confini tra lecito e illecito, definendo di conseguenza l'estensione
dei mercati illegali, ma anche lo spazio lasciato aperto alle
attività dei gruppi criminali .
In una prospettiva del genere, i mercati illeciti possono essere
o diventare funzionali per la riproduzione di organizzazioni criminali
di tipo mafioso, vale a dire di attori attrezzati a offrire protezione
e garanzie per il buon esito di transazioni economiche svolte
in assenza di tutela giuridica.
Del resto, la mafia tollera in genere la presenza di una delinquenza
comune non solo perché può costituire un utile serbatoio
di reclutamento, ma proprio perché alimenta una specifica
domanda di protezione. In tale ottica è possibile individuare
un probabile punto di contatto tra l'interesse delle organizzazioni
mafiose e quello delle agenzie dell'ordine pubblico, che in entrambi
i casi - sia pure con motivazioni diverse - è orientato
a ridurre l'incertezza che caratterizza il funzionamento dei mercati
illegali, causa di disordine e di conflittualità violenta.
Ne deriva che le politiche e le strategie messe in atto dalle
agenzie pubbliche di contrasto influenzano la struttura organizzativa
dei gruppi criminali, lasciando maggiore o minore spazio a forme
orizzontali o verticali di relazioni interne, così come
a forme più centralizzate o più disperse di comando.
Un indicatore del successo del modello mafioso è rappresentato
- come si è detto - dalla sua diffusione territoriale,
che avviene proprio in concomitanza con l'allargamento dei mercati
illeciti. Fino a periodi molto recenti, il fenomeno mafioso era
infatti circoscritto a specifiche aree del Mezzogiorno. A partire
dagli anni settanta, si assiste all'espansione territoriale di
mafie vecchie e all'emergere di mafie nuove, che si costituiscono
sul modello delle prime (Sciarrone 1998a).
La persistenza delle mafie dipende tuttavia anche dal peculiare
abbinamento tra controllo del territorio e attività svolte
a fini di lucro (Becchi, Rey 1994, p. 75). Nelle aree tradizionali
queste ultime sono subordinate all'affermazione del primo. Le
mafie italiane, in particolare Cosa nostra e 'Ndrangheta, potrebbero
infatti sopravvivere - almeno nelle aree di genesi storica - anche
in assenza di mercati neri, mentre per altre organizzazioni criminali
la loro presenza appare indispensabile, così come pare
esserlo anche per i gruppi mafiosi tradizionali nelle aree di
nuova diffusione. In questi ultimi casi, si è osservata
una situazione in cui gruppi mafiosi mirano, in un primo tempo,
a gestire una specifica attività illegale, ma si specializzano
successivamente nella protezione dei traffici illeciti di altri
soggetti criminali. Nelle aree non tradizionali le organizzazioni
criminali tendono a comportarsi secondo logiche di cartello, stipulando
accordi che limitano la concorrenza e fissando regole per la spartizione
del territorio o la divisione di quote del mercato. E possibile
quindi che gli stessi soggetti che, in un primo momento, abbiano
contribuito a costruire un mercato nero, decidano, in un secondo
tempo, di lasciare ad altri gli affari di questo mercato, ossia
la loro gestione diretta, limitandosi a offrire un servizio di
protezione. In presenza di condizioni favorevoli, l'offerta di
protezione potrà poi eventualmente estendersi anche ai
mercati legali, fino a configurare una qualche forma di controllo
del territorio. E quanto si è verificato, ad esempio, in
molte zone di insediamento non tradizionale del Nord Italia (Sciarrone
1998a).
Effetti della globalizzazione
Come si è detto, le mafie storicamente sorgono e si consolidano
con la pretesa di svolgere - o meglio di concorrere a svolgere
- quella fondamentale funzione che riguarda il mantenimento dell'ordine
sociale.
Con la globalizzazione e il conseguente declino dell'autorità
statale o, più precisamente, dell'autorità politica,
si riaprono spazi per il ruolo di governi privati a base locale,
come possono essere appunto le mafie. Queste ultime possono infatti
rispondere alla necessità di costituire una forma di autorità
politica trovando legittimazione - proprio come accade per gli
Stati - nella forza coercitiva o nel consenso popolare, oppure
più spesso in una loro combinazione .
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