| Il
capitale sociale della Mafia
"Relazioni
esterne e controllo del territorio"
Le specificità della mafia rispetto ad altre organizzazioni
criminali sono state in genere rinvenute da un lato nei legami
con la politica e nel condizionamento delle istituzioni,
dall'altro nelle funzioni di protezione e di controllo delle
attività economiche che si svolgono su un determinato territorio.
È dunque un fenomeno che, esprimendo continuamente fatti
criminali, non si identifica pienamente e semplicemente con la
criminalità, né può essere assimilato
tout court alla criminalità organizzata. Bisogna tuttavia
evitare di cadere nell'immagine opposta, tenendo presente
che la mafia «non è altro rispetto alla criminalità»
(Lupo, Mangiameli 1990, p. 19) e comunque la si interpreti, la
sua storia è «storia di fenomenologia criminale,
ossia storia di delinquenza avente alcune caratteristiche
peculiari» (Renda 1997, p. 39). Si tratta infatti di una
forma di criminalità organizzata particolare - unica nel
suo genere - in quanto tende a svolgere su un determinato territorio
funzioni di regolamentazione tipiche dello Stato. "Tale tendenza
si è rafforzata negli ultimi decenni, ma è una caratteristica
originaria della mafia e spiega sia la sua persistenza nel
tempo, sia la sua grande capacità di adattamento al cambiamento
sociale.
La mafia è una struttura criminale dotata di una particolare
valenza politica, vale a dire capace di azione politica,
intesa non solo come «potere, esercizio e/o detenzione di
potere, bensì come ricerca del potere, azione finalizzata
al potere» (Stoppino 1989, p. 251). Si contraddistingue
inoltre per la capacità di radicarsi in un territorio,
di disporre di notevoli risorse economiche, di controllare le
attività comunitarie e di influenzare la vita politica
e istituzionale a livello locale e nazionale, ricorrendo all'uso
di un apparato militare, ma ricercando anche un certo grado di
consenso sociale (Pezzino 1993, p. 68).
Obiettivo di questo articolo è mettere a fuoco alcune caratteristiche
del fenomeno mafioso, con particolare riferimento alle risorse
che ne consentono la riproduzione nel tempo e nello spazio,
ovvero ai processi di radicamento e diffusione territoriale.
Con tale ottica, si argomenterà in primo luogo che la mafia
è un fenomeno di società locale e, per questa
via, l'attenzione sarà rivolta al cosiddetto controllo
del territorio1. Successivamente si prenderà in esame il
modello organizzativo dei gruppi mafiosi. È suggerita
una chiave di lettura che cerca di tenere conto delle opposte
tendenze alla centralizzazione e alla dispersione delle organizzazioni
mafiose, così come dei margini di scelta a disposizione
dei singoli appartenenti. Saranno quindi messe a confronto alcune
caratteristiche della struttura organizzativa di Cosa Nostra con
quelle tipiche della 'Ndrangheta calabrese.
In definitiva, come vedremo, il successo dei mafiosi dipende dal
loro grado di organizzazione e dalla riuscita dei rapporti con
soggetti che condividono o intersecano gli stessi sistemi
di interazione. Uno dei più importanti punti di forza
della mafia è la sua capacità di ottenere la cooperazione
di altri attori, esterni al suo nucleo organizzativo, vale a dire
la capacità di stringere rapporti di collusione e complicità
con sfere della società civile e delle istituzioni. Tali
dinamiche relazionali, che costituiscono risorse fondamentali
per la riproduzione della mafia, sono analizzate alla luce dell'approccio
teorico del capitale sociale, con riferimento in particolare alla
formulazione dovuta a James S. Coleman2.
Il capitale sociale fa riferimento alla disponibilità di
risorse collocate in reticoli di relazioni. La persistenza della
mafia può essere interpretata con la capacità di
selezionare risorse specifiche per adattarsi sia nei contesti
originari, sia in contesti di nuova espansione. In altri
termini, la mafia si riproduce nel tempo e nello spazio grazie
alla sua capacità di accumulare e impiegare capitale sociale.
I mafiosi sono in grado di costruire e gestire reti di relazioni
che si muovono e articolano in modo informale in ambiti e contesti
istituzionali diversi, riuscendo a mobilitare risorse materiali
e finanziarie che utilizzano per il conseguimento dei propri
fini. Il capitale sociale dei mafiosi, connesso alla loro
capacità di networking, permette di comprendere perché
essi riescono a stabilire rapporti di cooperazione e di scambio
con soggetti esterni all'organizzazione3.
Nelle conclusioni dell'articolo, prima di ribadire la forza dei
legami esterni della mafia, si metterà l'accento sulla
sua grande capacità di adattamento che ne ha permesso la
diffusione anche in aree diverse da quelle di genesi storica.
2. Società locale e controllo del territorio
Diversi
autori hanno evidenziato l'origine fortemente localizzata del
fenomeno mafioso (cfr., p. es., Arlacchi 1980; Piselli, Arrighi
1985; Gambetta 1992; Lupo 1996). La caratteristica originaria
della mafia come fenomeno di società locale è confermata
dal fatto che tra le attività tipiche dei gruppi mafiosi
quella che più li contraddistingue è la protezione-estorsione.
L'affermarsi del sistema estorsivo - organizzato a fini di
protezione e imposto a livello locale - è un elemento
fondamentale, in una delle molteplici forme che può assumere,
per il funzionamento e la regolazione della «signoria territoriale
» della mafia (Santino 1995). Peculiare dell'attività
estorsiva è che essa risulta sempre legata a un contesto
locale. La sua esplicazione inoltre dà vita a una rete
di relazioni e spesso può dare luogo a rapporti di reciprocità
(Monzini 1996). Il suo funzionamento è dunque attivato
da risorse relazionali e, a sua volta, attiva risorse relazionali
definibili in termini di capitale sociale. Il meccanismo
della estorsione-protezione, oltre a essere uno dei canali di
arricchimento dei gruppi mafiosi, costituisce un efficace meccanismo
per affermare e rendere operativo nel tempo il controllo del territorio.
Si tenga presente che la mafia «opera in regime di monopolio,
così come agirebbe lo Stato: non si tratta infatti di monopoli
naturali, ma di monopoli di autorità, legati alla capacità
di reprimere con la forza chiunque tenti di inserirsi senza autorizzazione»
(Campiglio 1993, p. 111).
L'estorsione è la manifestazione più evidente della
dimensione locale della mafia e del carattere politico del suo
potere. Il mafioso esercita tale potere su una collettività
di individui, in modo continuativo nel tempo, costringendoli
a compiere o a non compiere azioni di natura diversa. Questo potere,
che non è di conseguenza definito nel tempo e nei contenuti,
è invece delimitato a livello spaziale: esso viene
cioè esercitato all'interno di un territorio circoscritto.
I mafiosi sono dotati di potere sociale inteso come potere coattivo
e dunque politico (Bobbio 1983): quest'ultimo si distingue infatti
da altre forme di potere innanzitutto per il suo carattere territoriale
(Chazel 1996, p. 192).
La dimensione politica è costitutiva del fenomeno mafioso.
Da questo punto di vista, la mafia si caratterizza come un gruppo
politico in senso weberiano, poiché presenta le caratteristiche
principali di tale categoria di gruppo, vale a dire un sistema
di regole e di norme, un apparato in grado di farle rispettare,
una dimensione territoriale, la coercizione fisica (Santino 1994,
P. 125).
La mafia ha dunque una forte specificità territoriale:
anzi, il cosiddetto controllo del territorio, in competizione
con l'autorità statale, è una caratteristica
essenziale dell'organizzazione mafiosa radicata nelle aree tradizionali.
Con questa espressione si intende l'offerta di protezione su ogni
tipo di transazione economica, l'estensione delle attività
criminali lucrative in più ambiti, lo stabilire una rete
densa di relazioni in differenti ambienti istituzionali,
l'acquisizione di adeguati mezzi di controllo sulla comunità
locale nel suo insieme. Tuttavia, non si può considerare
la mafia un fenomeno socialmente e spazialmente concentrato, poiché
si articola in differenti cerchie sociali e si diffonde in
luoghi diversi da quelli originari, istituendo collegamenti e
scambi con soggetti esterni che danno vita a reticoli relazionali
diffusi ed eterogenei. In termini spaziali, i margini di scelta
dei mafiosi sono aumentati rispetto al passato, nel senso
che le loro strategie si dispiegano su uno scacchiere più
vasto della comunità locale. Il loro raggio di azione
travalica i confini di quest'ultima, ovvero non è più
orientato in modo esclusivo (se mai lo è stato) al contesto
locale.
Diversi elementi indicano che siamo in presenza di una tendenza
alla «globalizzazione dell'economia criminale» ed
è, quindi, possibile che tra le organizzazioni criminali,
a livello nazionale e internazionale, si instaurino interdipendenze
orizzontali e verticali (Violante 1993, pp. 82-83). Le prime riguardano
interscambi molto frequenti tra i diversi gruppi criminali4. Le
seconde indicano la possibilità che si stabiliscano stratificazioni
gerarchiche tra alcune formazioni criminali. La possibilità,
tuttavia, che si sviluppi a livello internazionale un modello
criminale unitario, più o meno omologo per i diversi gruppi
criminali, non implica alcuna necessaria tendenza all’affermazione
di un'unica super-struttura criminale. Non vi è infatti
alcun elemento che indichi come realistica una possibilità
del genere. Come ha osservato Violante, è forse possibile
che si sviluppi «una mafia sganciata dal territorio, fortemente
finanziarizzata o legata a movimenti puramente criminali, gangsteristica»
(1993, p. 64). Sono due prospettive evolutive del fenomeno mafioso
plausibili5. Tuttavia, nell'uno o nell'altro caso, avremmo un
fenomeno criminale, certamente pericoloso, ma profondamente diverso
da quello di tipo mafioso, che per essere tale deve continuare
ad avere una qualche forma di rapporto con un territorio definito.
Del resto, anche per quanto riguarda l'economia legale i processi
di globalizzazione non appiattiscono il locale, ma lo fanno riemergere.
Accanto a forti spinte che tendono al distacco dell'economia dal
territorio, sono presenti spinte di segno contrario che mostrano
la rilevanza del radicamento dell'economia nelle società
locali. In altri termini, se l'economia tende sempre più
a globalizzarsi, al tempo stesso non può fare a meno di
trovare ancoraggi nei sistemi locali, ovvero connessioni
alle specificità territoriali.
In tale prospettiva è possibile leggere alcune dinamiche
che recentemente hanno caratterizzato le organizzazioni mafiose.
Queste ultime hanno mostrato negli ultimi anni una logica di comportamento
extra-territoriale, rimanendo tuttavia radicate in un territorio.
Infatti, esse si connotano da un lato per la persistenza di vincoli
territoriali di insediamento, dall'altro per la capacità
di espandersi in nuovi territori. L'ancoraggio al territorio rappresenta
anche una sorta di correzione alla spinta dell'effetto globalizzante
che rischia di snaturare tali organizzazioni. Il legame al territorio
permette inoltre la riproduzione di quei fattori originari
o tradizionali che hanno bisogno di tempi più lunghi per
svilupparsi e consolidarsi.
3. La dimensione organizzativa
Nella
mafia, a differenza che nelle organizzazioni criminali di altri
paesi, è prevalente l'obiettivo del potere rispetto a quello
dell'accumulazione della ricchezza: risulta predominante
l'aspetto « società segreta » a scapito della
dimensione « impresa » (Becchi, Rey 1994), ossia il
« fine politico (l'esercizio del potere sulla società)
rispetto a quello economico (l'arricchimento) » (Becchi
1993, p. 81).
Il carattere di società segreta della mafia è stato
a lungo sottovalutato: il segreto vincola chi entra a farvi parte
e, nello stesso tempo, identifica in modo forte chi è dentro
e chi è al di fuori dell'organizzazione. Il segreto, poiché
segna l'esclusione di coloro a cui è negato, rende particolarmente
dotata di valore la sua condivisione (Simmel 1989). Nell'universo
mafioso la segretezza svolge non solo una funzione di protezione
nei confronti dell’esterno, ma serve anche a dare un'immagine
di potenza sia agli appartenenti, sia ai non appartenenti6.
I riti di iniziazione7 che ancora oggi segnano l'ingresso nell'organizzazione
mafiosa8, più che essere un retaggio della tradizione,
assolvono importanti funzioni simboliche: costituiscono un
confine e sottolineano il passaggio di chi entra a far parte
dell'organizzazione, delimitandone l'appartenenza. Come ogni
confine, dividono e uniscono al tempo stesso: creano barriere
ma anche legami. Uniscono i mafiosi tra loro e sottolineano la
differenza tra essi e gli altri: come dice il pentito Calderone,
«noi altri siamo mafiosi, gli altri sono uomini qualsiasi
» (Arlacchi 1992, p. 5).
I1 grado di ritualità e formalità di un'associazione
tende generalmente ad aumentare al diminuire della rilevanza in
essa dei rapporti familiari. Di conseguenza, « si potrebbe
ipotizzare che la ritualità è stata introdotta in
associazioni mafiose quando queste si sono allargate al di là
di rapporti fondati principalmente sulla parentela ». In
questo senso, quando l'associazione «non si fonda su
rapporti di parentela o altri rapporti di ascrizione, è
necessario rendere il vincolo solenne in altri modi, per evitare
uscite troppo facili » (Pizzorno 1987, p. 203). Per
esempio, il numero più esiguo di pentiti di 'Ndrangheta
rispetto a quelli di altre associazioni mafiose può essere
spiegato con il peso più rilevante che nelle organizzazioni
calabresi rivestono ancora i legami familiari. Dove questi
ultimi sono più forti, le possibilità di exit
sono più ridotte e sono più alti i vincoli per chi
intende pentirsi, poiché questo atto implica innanzitutto
accusare i propri familiari (CPA 1993c). « Quando i rapporti
di parentela pervadono l'associazione, le possibilità di
uscirne, di rendersi autonomi da essa, sono scarse » (Pizzorno
1987, pp. 202-203). Tuttavia, un'associazione può essere
formalizzata anche per ridimensionare il peso dei rapporti
di parentela, quando essi costituiscono più un limite
che una risorsa per l'espletamento delle attività dei membri.
A metà degli anni '70, secondo la testimonianza di Calderone,
viene creata la Commissione regionale, con tanto di statuto
scritto, proprio per impedire che il potere si concentrasse in
maniera eccessiva nelle famiglie di sangue, per evitare che
Cosa Nostra divenisse « una cosa sempre più privata,
una cosa di clan, di interessi limitati che si sarebbero sempre
più scontrati, prima o poi, l'uno con l'altro » (Arlacchi
1992, p. 125)9.
Il carattere organizzativo della mafia è stato spesso sottovalutato
o misconosciuto (cfr. ad es. Hess 1984) per il tipo di lente
analitica usata, in gran parte associata a una visione che tendeva
ad assimilare l'organizzazione a un organismo. È questa
la concezione propria di quello che è stato definito
il « modello di scopo » (Panebianco 1989), secondo
il quale si assume che l'organizzazione sia un attore dotato
di propri scopi. La metafora organicistica appare subito inadeguata
per rappresentare la mafia, il cui modello organizzativo è
ben lontano da quello di un organismo dotato di unità e
coerenza interna. Sembra invece euristicamente più promettente
l'immagine dell'organizzazione come «contratto sociale».
Secondo questa concezione le organizzazioni non hanno di per sé
scopi, o più precisamente lo scopo, e insieme il loro
elemento connettivo, è dato dalla soddisfazione dei
differenti interessi individuali. In tale prospettiva, l'organizzazione
«non è altro che un contesto d'azione in cui si intrecciano
e si gestiscono rapporti di cooperazione, di scambio e di conflitto
tra attori aventi interessi divergenti » (Friedberg
1994, p. 46). In tal modo si riconosce che all'interno della
stessa organizzazione i partecipanti possono avere interessi personali
e che tali interessi spesso non solo sono diversi ma anche in
conflitto tra loro. Questo non implica appiattirsi in un'ottica
strettamente utilitaristica, bensì mettere in primo
piano l'intenzionalità dell'agire. Non viene infatti
esclusa la possibilità di solidarietà collettive
e di identificazione degli individui nell'organizzazione,
che comunque presenta autonome proprietà e produce conseguenze
indipendenti dai motivi delle azioni individuali. L'organizzazione
è quindi vista come un sistema di regole che crea vincoli
e opportunità d'azione per i diversi attori.**
Tale prospettiva evita di sopravvalutare la coesione e la coerenza
di un'organizzazione come quella mafiosa, il cui funzionamento
si presenta spesso all'osservatore fortemente sconnesso e disordinato,
piuttosto che organicamente strutturato. Forse più
che per qualsiasi altro tipo di contesto d'azione e di organizzazione
vale per la mafia il concetto di « anarchia organizzata
» (Cohen, March, Olsen 1993). Si fa riferimento a contesti
caratterizzati da una forte ambiguità delle preferenze,
da una scarsa possibilità di valutare la trasformazione
degli input in output, da una debole strutturazione dei processi
decisionali. Si tratta cioè di organizzazioni che presentano
un alto livello di disordine o, per dirla con Weick (1988), di
« sistemi a legame debole ».. In tale ottica, gli
attori possono perseguire scopi contrastanti, ma «
il comune interesse alla sopravvivenza dell'organizzazione porta
con sé anche una comune preoccupazione per la difesa e/o
l'espansione del domain, del territorio esterno che l'organizzazione
controlla » (Panebianco 1989, p. 260).
Se per qualsiasi tipo di organizzazione il controllo del domain
è fondamentale, lo è in modo peculiare per
un tipo di organizzazione come quella mafiosa che ha assolutamente
bisogno per la sua sopravvivenza di instaurare forme di controllo
più o meno pervasive del suo spazio vitale esterno. Il
dominio territoriale risulta infatti necessario per il funzionamento
e la riproduzione dell'organizzazione stessa.
Le organizzazioni seguono strategie che mirano a ridurre la loro
dipendenza dall'ambiente attraverso la costituzione di alleanze
e accordi che valicano i confini organizzativi, così da
pervenire alla costruzione di un « ambiente negoziato
» (Thompson 1988). I1 successo del modello organizzativo
dei gruppi mafiosi non dipende solo dalla sua capacità
di adattarsi all'ambiente in cui
opera e alle variazioni che intervengono in esso, ma anche dalla
sua straordinaria capacità di plasmare e modificare
l'ambiente stesso. In questo senso, sono molto rilevanti
- come già osservato - le relazioni che si instaurano con
l'esterno `. I mafiosi riescono a porre sotto il proprio
controllo settori esterni all'organizzazione formale, cosicché
attorno al nucleo di un gruppo mafioso si strutturano «
cerchie via via più estranee che fungono da sfera protettiva
elastica nei riguardi del resto della società »
(Maniscalco 1993, p. 102).
Dal punto di vista organizzativo i gruppi di 'Ndrangheta risultano
più coesí e compatti rispetto a quelli di Cosa Nostra:
quest'ultima è nel suo complesso più potente e ha
a disposizione risorse più ampie, ma è frazionata
al proprio interno. Paradossalmente in Cosa Nostra il potere è
più diffuso, o più precisamente il tentativo
di creare una struttura verticistica e centralizzata ha impedito
la formazione di una coalizione dominante compatta lasciando
maggiore spazio ai giochi di potere interni. Invece la 'Ndrangheta,
pur mancando di una vera e propria struttura unitaria, presenta
un potere più centralizzato a livello di singola cosca
e lascia minore spazio alla divisione interna. Ne può risultare
che nel caso di Cosa Nostra il grado di negoziazione richiesto
è alto non solo all'interno ma anche all'esterno,
vale a dire non solo nei rapporti tra le diverse fazioni ma anche
in quelli tra queste e l'ambiente esterno. Nel caso della 'Ndrangheta,
invece, può essere elevato per raggiungere un equilibrio
tra i diversi gruppi, ma è più basso per controllare
i rapporti con l'ambiente, per far valere cioè il controllo
del territorio di propria competenza.
Non è inoltre irrilevante osservare che sembrano avere
maggiori capacità di diffusione quelle organizzazioni
criminali che presentano al loro interno un modulo organizzativo
più flessibile e meno vertícistico, dove i singoli
componenti hanno maggiore libertà di azione rispetto al
gruppo di origine. Infatti, se da un lato i gruppi mafiosi
che fanno riferimento a Cosa Nostra mostrano una elevata capacità
di penetrazione territoriale, sono i gruppi della 'Ndrangheta
che, negli ultimi anni, hanno dato i segni di maggiore vitalità
al di fuori dei contesti di origine (Cíconte 1996; Sciarrone
1998). Ciò può essere imputato al modello organizzativo
della 'Ndrangheta, che rivela un più alto grado di
adattabilità rispetto a Cosa Nostra. La 'Ndrangheta, infatti,
presenta una struttura organizzativa più flessibile, meno
centralizzata e verticistica, che lascia agli individui che ne
fanno parte uno spazio di azione più ampio. Inoltre, anche
le singole famiglie sono più autonome tra loro, ma contemporaneamente
all'interno contano di più i legami di sangue: le
famiglie mafiose sono strettamente connesse alle famiglie di sangue
degli appartenenti. La maggiore autonomia consente ancora una
volta una maggiore libertà di azione, mentre il peso dei
legami familiari invece di rivelarsi un vincolo, costituisce
una risorsa poiché tali gruppi pos
'°
« È stringendo dei rapporti privilegiati con degli
interlocutori esterni che l'organizzazione struttura il suo
ambiente e si apre in qualche modo selettivamente ad esso; cercando
di adattarsi al proprio contesto, ossia di rispondere ai problemi
che
vi percepisce, essa lo definisce e lo attiva a sua volta »
(Friedberg 1994, p. 67).
sono fare affidamento più di altri sulla lealtà
dei membri, che deriva dalla forza dei legami primari. Un altro
elemento da tenere in considerazione è che i gruppi mafiosi
di origine calabrese mostrano una tendenza a condurre affari
a diversi livelli, anche a quelli bassi, ovvero poco remunerativi,
che gli appartenenti a Cosa Nostra tendono invece a tralasciare
". Il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro ha dichiarato
che « la politica della 'Ndrangheta è spesso consistita
nel trasferimento massiccio di famiglie e persone legate alle
famiglie nel nord Italia, allo scopo di costituire vere e proprie
holding criminali, impiantate su pezzi di territorio, interamente
controllati » (Tribunale di Reggio Calabria 1995, p. 1874).
Da un punto di vista analitico è utile distinguere la mafia
in power .s°yndicate e in enterprise syndicate (Block
198o), vale a dire in organizzazione di controllo del territorio
e in organizzazione (lei traffici illeciti. Si tratta di due sfere
distinguibili concettualmente ed empiricamente, ma in rapporto
di reciproca funzionalità e, quasi sempre, intrecciate
e sovrapposte: si può dire che la persistenza della mafia
dipenda in gran parte dal peculiare abbinamento tra controllo
del territorio e attività svolte a fini di lucro. Questa
distinzione permette di tenere conto delle ambivalenze organizzative
della mafia. Viene infatti ripresa da Catanzaro (1993, p. 335)
per proporre un'ipotesi di soluzione del problema relativo alla
dimensione organizzativa della mafia, che tenga conto sia della
tesi di coloro che ritengono la mafia un network fluido e instabile,
sia della tesi che le assegnale caratteristiche di una organizzazione
formale e centralizzata. Mentre, la mafia nei suoi aspetti di
organizzazione di controllo del territorio « tende ad essere
organizzata in termini centralistici e talvolta ritualizzati
», la mafia come organizzazione dei traffici, per le
esigenze delle sue attività, « tende ad essere più
fluida e flessibile sotto il profilo organizzativo ».
4. Reti mafiose e capitale sociale
Il
principio organizzativo dei gruppi mafiosi è quello che
si richiama alla formula « amici degli amici »:
un insieme « di legami diadici che si intersecano e
si ramificano costruendosi in un campo sempre aperto » (Blok
"Sulle ragioni della prevalenza della 'Ndrangheta rispetto
a Cosa Nostra nelle aree del Centro-Nord, secondo Smuraglia (1996,
p. z 17) l'ipotesi più fondata « è quella
che suppone che la mafia siciliana, più centralizzata e
organizzata in modo più stabile a livello nazionale, abbia
preferito lasciare ad altri quelle attività criminali
che presuppongono il controllo del territorio, scegliendo invece
di dedicarsi ad operazioni meno appariscenti, più sofisticate
ma in definitiva più redditizie, quali il recupero dei
crediti, l'acquisizione di appalti e il controllo delle aste pubbliche,
le operazioni finanziarie e tutte quelle complesse e svariate
attività che si suole riassumere sotto la voce "riciclaggio"
». E da evidenziare tuttavia che gran parte di que ste attività
sono svolte dagli stessi mafiosi calabresi nelle aree di nuova
espansione (si veda, per es., il caso del Piemonte analizzato
in Sciarrone 1998, cap. 5).
1986, p. 144). I reticoli dei singoli mafiosi sono radicati nella
società locale e si caratterizzano in origine per essere
poco estesi ma molto densi, ovvero a « maglie strette »
e con scarsa specializzazione dei contenuti relazionali, poiché
riguardano relazioni in cui vengono scambiate risorse di diverso
tipo utilizzabili per soddisfare una molteplicità
di scopi. La diffusione al di fuori delle aree tradizionali ha
prodotto una maggiore estensione, diversificazione e dispersione
spaziale delle reti personali del mafioso, ma il suo successo
in un nuovo contesto dipende sempre dalla capacità di creare
a livello locale grappoli di relazioni ad alta densità
ed elevato range, ovvero con molte interconnessioni e con un elevato
livello di raggiungibilità di attori diversi.
In effetti è rilevante considerare non solo l'estensione
o la densità delle reti sociali, quanto le connessioni
che si stabiliscono tra cerchie sociali diverse, ovvero le
relazioni che si stabiliscono tra reticoli distinti e non comunicanti.
Il soggetto in grado di gettare un ponte tra queste cerchie diverse
potrà ricavarne una serie di benefici. 1 mafiosi possono
essere considerati alla stregua di «innovatori e manipolatori
degli intrecci di rete e delle loro regole » (Mutti
1998, p. 107), ovvero soggetti che riescono a creare ponti di
raccordo tra reti di diverso tipo e stimolano processi di cooperazione
orizzontale e verticale tra e con attori diversi.
Il mafioso si trova all'interno di reti relazionali particolaristiche
e privilegia forme di interazione situata, ovvero ha una
maggiore capacità di attivare e gestire relazioni localizzate
e personalizzate. Tuttavia, la pluralità di appartenenze
particolaristiche e la loro intersecazione favoriscono anche la
partecipazione a reti relazionali allargate, più o meno
decontestualizzate.
Per il buon esito delle transazioni criminali si tende a far ricorso
a networks illeciti, che si configurano come una forma di relazione
intermedia tra un clan e una burocrazia, in quanto riescono a
combinare caratteri tipici sia delle organizzazioni formali che
dei gruppi primari. Tali networks illeciti funzionano all'interno
di più vasti sistemi di rapporto di tipo reticolare, uno
dei quali può consistere nelle reti di comunicazioni create
dai grandi movimenti migratori. D'altra parte, relazioni
di solidarietà etnica, politica, religiosa e territoriale
permettono - molto più dei rapporti contrattuali - costi
delle transazioni relativamente basse e incoraggiano al tempo
stesso la lealtà dei membri che ne fanno parte (Arlacchi
1988, p. 417). Molte attività dei gruppi mafiosi non potrebbero
infatti essere concepite e realizzate « senza la presenza
di un efficiente reticolo di solidarietà primarie tradizionali
distribuite su ampi spazi geografici » (Arlacchi 1983,
p. 176).
La rete organizzativa che collega i mafiosi tra loro è
sovrastata da una serie di reticoli più fluidi che si estendono
dal singolo mafioso verso l'esterno e che connettono ambienti
diversi di quest'ultimo con lo stesso reticolo interno. I
mafiosi che si posizionano nei punti in cui si intersecano più
relazioni di natura diversa costituiscono i nodi più importanti
di una rete, ovvero detengono più potere nei confronti
di altri mafiosi (altri nodi non necessariamente meno densi ma
attraversati da relazioni più omogenee).
Idealmente possiamo immaginare che dal reticolo personale di un
mafioso si dipanano almeno tre fili: «verso il basso
- la criminalità; verso i suoi pari - gli altri leader
della mafia; verso l'alto - gli uomini eminenti che lo proteggono
e che egli protegge » (Lupo 1996, p. 55). Ciò che
è importante evidenziare è che i canali utilizzati
dai mafiosi sono sempre di tipo personale, ovvero hanno un carattere
privato poiché, anche in presenza di processi di centralizzazione,
l'organizzazione non si identifica con i canali utilizzati dai
suoi membri.
E in tale prospettiva che torna utile il concetto di capitale
sociale, in quanto fa riferimento - come si è detto - all'insieme
di risorse di cui dispone un individuo sulla base della sua
collocazione in reti di relazioni sociali.
Lo sviluppo del capitale sociale dipende da alcune proprietà
della struttura sociale, quali la chiusura delle reti sociali,
la continuità e la molteplicità (multiplexity)
delle relazioni (Coleman 1988). Tra i diversi tipi di strutture
sociali che favoriscono la formazione di capitale sociale sono
dunque da segnalare: a) reti relazionali chiuse, o comunque a
elevata densità; b) organizzazioni sociali «
appropriabili », vale a (lire tessuti relazionali che possono
essere orientati in direzione di fini diversi da quelli per cui
originariamente si sono formati.
La presenza di questi tipi di strutture sociali risulta evidente
se si prende in considerazione il caso della mafia. I mafiosi
tendono infatti a intrecciare reticoli sociali a elevata
densità e a manipolare per i propri scopi reti di relazioni
diversamente finalizzate. Essi riescono così a creare e
ad accumulare capitale sociale.
Una lettura del fenomeno mafioso in termini di capitale sociale
presuppone dunque focalizzare l'attenzione sulla capacità
e sulle risorse relazionali dei mafiosi. In definitiva, la nostra
tesi è che essi presentano una elevata dotazione di
capitale sociale che traggono dalle relazioni instaurate con altri
attori. La forza della mafia è conseguenza anche della
sua capacità di networking: ciò permette ai mafiosi
di porsi, a seconda delle circostanze, come mediatori, patroni,
protettori in strutture relazionali di natura diversa che essi
riescono a utilizzare per i propri obiettivi. Lo stesso Coleman
(1990) associa la disponibilità di capitale sociale
al potere che un soggetto è in grado di esercitare all'interno
di una rete sociale. Il potere di un attore viene infatti considerato
come una misura diretta del capitale sociale di cui questo dispone
in un dato sistema di azione. In questa prospettiva, se si può
sostenere che i mafiosi riescono a porsi in un dato contesto
come imprenditori della violenza e della protezione (Catanzaro
1988; Gambetta 1992), tale affermazione può essere completata
dicendo che ciò è in virtù del capitale sociale
di cui dispongono.
Dal punto di vista della struttura organizzativa che - come abbiamo
visto - caratterizza i gruppi mafiosi, si può evidenziare
l'esistenza di una dualità: una tendenza alla centralizzazione
interna e una tendenza alla fluidità esterna. La prima
tendenza riguarda gli affiliati al gruppo mafioso e si manifesta
in un territorio relativamente circoscritto; la seconda è
invece relativa alle reti di alleanze e di contatti dei mafiosi
con altri soggetti e può manifestarsi in luoghi più
dispersi dal punto di vista spaziale.
I mafiosi tendono a stabilire legami forti verso l'interno e legami
deboli verso l'esterno. I primi sono quelli che caratterizzano
i rapporti tra parenti e amici stretti; i secondi sono invece
tipici delle relazioni che si intrattengono tra conoscenti
alla lontana. Secondo Granovetter (1998), la forza di un legame
può essere data dalla combinazione dell'ammontare di tempo,
intensità emozionale, confidenza e servizi reciproci
che caratterizzano il legame. Ai fini del nostro discorso,
possiamo dunque definire « forti » i legami basati
su una comune appartenenza, con un contenuto di carattere affettivo
e un grado elevato di stabilità. Si possono invece considerare
« deboli legami prevalentemente di carattere strumentale,
tendenzialmente neutri dal punto di vista affettivo e, comunque,
meno stabili e approfonditi. Non bisogna tuttavia confondere la
forza del legame, ovvero la sua intensità, con la densità
della rete. Quest'ultima è data dal numero di legami esistenti
in rapporto al numero di legami potenziali tra un insieme di soggetti
connessi in un dato reticolo sociale. La densità è
dunque una proprietà che dipende unicamente da caratteri
formali della rete. L'intensità fa invece riferimento
alla natura delle relazioni, cioè al contenuto sociale
dei legami che esse stabiliscono.
Un gruppo mafioso può essere rappresentato nei termini
di una rete sociale altamente coesa, poiché la trama
di relazioni interne tende a essere basata sul modello dei rapporti
familiari. Se si guarda verso l'esterno si osserva invece
la presenza di reti sociali a prevalenza di legami deboli. Dal
punto di vista morfologico, l'immagine complessiva che si può
ricavare osservando un gruppo mafioso è quella di
una rete fittamente interconnessa nel suo nucleo organizzativo,
che diventa più rarefatta nella sua trama periferica,
continuando tuttavia a mantenere molte linee di connessione, anche
se disperse in numerose reti sociali, alcune delle quali costituiscono
grappoli di relazioni a maglia stretta.
Le reti dei mafiosi presentano una elevata forza coesiva non solo
dal punto di vista organizzativo interno, ma anche nelle relazioni
che si intrattengono con l'esterno. Questa struttura relazionale
rende disponibile capitale sociale, la cui accumulazione
è favorita anche dall'interdipendenza che si stabilisce
tra gli attori. Si ha infatti una utilizzazione intensiva delle
relazioni, che provoca sia un effetto di moltiplicazione
dei legami, sia uneffet-to di ramificazione e diversificazione
degli stessi.
I mafiosi hanno una notevole capacità di networking, cioè
di allacciare relazioni, instaurare scambi, creare vincoli di
fiducia, incentivare obblighi e favori reciproci. Essi non sono
solo interessati a incorporare nella propria rete un determinato
soggetto, ma anche ad accedere ed eventualmente attivare
il network in cui, a sua volta, è inserito quel soggetto.
D'altra parte, l'ingresso in un reticolo mafioso può offrire
numerosi vantaggi: per molti versi, può essere equiparato
all'appartenenza a certi club che costituiscono delle vere e proprie
comunità di interessi, nelle quali lo scambio di risorse
non è garantito dai singoli, ma dal network nel suo complesso,
ovvero si basa su una reciprocità di tipo generalizzato.
Entrare in.collegamento con - un network mafioso, così
come entrare a far parte di certi club esclusivi,
può mettere dunque a disposizione risorse sociali di straordinaria
efficacia, « perché inserisce in sistemi di networks
di estensioni enormi, irraggiungibili attraverso opere di
tessitura individuali » (Bianco 1996, p. 168).
Si tratta quindi di reti che pur essendo costituite da legami
deboli, creano obbligazioni reciproche altamente vincolanti,
anche se - nel caso dei mafiosi - lo scambio è spesso asimmetrico.
In tale prospettiva la propensione a cooperare, più
che essere frutto di una cultura comune e condivisa 12, può
essere invece il risultato del coordinamento delle azioni e delle
attività attraverso i processi di network.
11 reticolo complessivo del mafioso presenta allora una densità
irregolare, poiché ha un'ampia varietà di legami
al proprio interno. Esso apparirà infatti come un
network ramificato e dai confini incerti, ma certi suoi grappoli
saranno più addensati e fittamente interconnessi.
È una questione di prospettiva di analisi: se si estende
il campo di osservazione fino a includere l'insieme delle relazioni
sociali che fanno capo a un mafioso si possono vedere legami a
maglia fitta e spazialmente localizzati, collegati tuttavia a
network più ampi costituiti da relazioni diffuse e dai
confini territoriali non definiti.
Generalmente la prevalenza di legami deboli permette alla rete
di estendersi verso l'esterno. I legami deboli sono infatti
dotati di una peculiare forza (Granovetter 1998), poiché
tendono a ramificarsi, stabilendo connessioni tra soggetti eterogenei,
e rendono quindi più aperta e dinamica la rete.
La forza della mafia sta proprio nella capacità di tessere
legami deboli, la cui densità diventa variabile a seconda
delle circostanze. I mafiosi tendono a porsi spesso come
intermediari fra diverse reti di relazioni: le mettono in comunicazione,
ma le tengono separate. Non hanno dunque interesse a connettere
in modo forte i soggetti che fanno parte della loro rete di relazioni
esterne. Essi tendono piuttosto a sfruttare i « buchi strutturali
» (Burt 1992, 1995) delle reti, per cui cercheranno di coinvolgere
nella rete nuovi soggetti, ovvero di estendere sempre più
la rete. Il concetto di buco strutturale indica l'assenza
di relazioni fra cerchie sociali distinte. La presenza di buchi
strutturali rappresenta per il mafioso l'opportunità imprenditoriale
di porsi come intermediario e quindi di controllare il flusso
di informazioni e il coordinamento delle azioni fra gli attori
che si trovano da una parte e dall'altra del buco.
I mafiosi stabiliscono quindi legami con una molteplicità
di reti parziali tra loro eterogenee. Come del resto è
noto, le relazioni esterne dei
` 2 La conformità degli attori al modello culturale prevalente
in una società può dipendere non da un sistema di
valori condivisi ma da meccanismi - quali il ritualismo,
l'imposizione, la manipolazione, ecc. - che nulla hanno a che
fare con il consenso (Dal Lago 1989). Boudon e Bourricaud
(1991, p. 138) hanno sostenuto che, in opposizione a una concezione
corrente presso i culturalisti, i valori e le attitudini
interiorizzate dagli individui si dovrebbero considerare come
parametri piuttosto che come determinanti dell'azione. In
questa ottica, la mafia non può essere considerata diretta
espressione della cultura popolare siciliana o meridionale, nonostante
la grande capacità di uso e manipolazione dei codici culturali
tradizionali.
mafiosi sono rivolte non solo verso il mondo dell'illegalità,
ma anche verso quello legale, verso le diverse sfere della
società civile e i settori politici e istituzionali,
fermo restando che è peculiare della mafia il collegamento
con i pubblici poteri. Il processo di collegamento avviene prevalentemente
sul piano locale, ma può anche interessare contesti più
allargati. I mafiosi stabiliscono dunque « legami ponte
», cioè « legami capaci di mettere in contatto
due reticoli ad elevata interdipendenza interna, altrimenti
separati » (Follis 1998, p. 47). In tal modo, riescono a
cumulare i vantaggi che derivano dai legami deboli (estensione
e diversificazione della rete) e quelli che derivano dall'alta
densità dei reticoli (controllo delle relazioni). I mafiosi
sono interessati a ottenere la cooperazione di altri soggetti,
per cui tendono a privilegiare più che l'acquisizione di
informazioni nuove ed esclusive ", il controllo delle
relazioni che le veicolano. In tali reticoli, essi sono dotati
di notevole capacità di dominio, vale a dire della
capacità di orientare e condizionare il comportamento altrui.
Questo rende disponibile maggiore capitale sociale e permette
di usare la rete per fini molteplici, in quanto la dota di una
grande capacità di adattamento e di flessibilità.
Permette altresì di assumere un carattere pervasivo
su uno spazio circoscritto, risulta cioè funzionale al
controllo di un territorio.
Del resto, si tratta di reti di rapporti costruiti e gestiti intorno
alla specifica reputazione " acquisita dai mafiosi e
a essi riconosciuta anche all'esterno. Le reti a elevata
densità favoriscono il consolidamento e la funzionalità
di tale reputazione. La velocità con cui la reputazione
si diffonde sarebbe infatti funzione della densità del
reticolo. I reticoli a relazioni dense presentano inoltre una
maggiore efficienza nella produzione di strutture normative e
simboliche capaci di indurre alla lealtà. E tuttavia da
evidenziare che « i processi di diffusione differiscono
significativamente, a seconda che riguardino eventi positivi
o negativi ». La cattiva reputazione si diffonde molto
più facilmente di quella buona « per il banale motivo
che tutti sono avversi al rischio, e quindi non si preoccupano
più che tanto di controllare l'attendibilità dell'informazione
trasmessa, accettandola per buona, indipendentemente dall'identità
di chi la trasmette » (Follis 1998, p. 92). La diffusione
della buona reputazione è più vincolata alla
credibilità di chi la trasmette e quindi è tendenzialmente
associata alla prevalenza di legami forti. Invece la cattiva reputazione
si diffonde
" Il carattere ridondante dell'informazione può essere
funzionale per il mantenimento della segretezza delle organizzazioni
mafiose, facilitando processi di dissimulazione sia rispetto
agli obiettivi perseguiti, sia rispetto alla piena e generalizzata
identificazione degli aderenti.
'° Come ha osservato Gambetta (1992, p. 203), « la reputazione
è la risorsa che i mafiosi stimano maggiormente: il suo
valore economico è grande poiché qualora si stabilisca
una reputazione nel commercio della protezione difficilmente si
rende
necessario produrre la cosa reale: la reputazione, finché
nessuno osi sfidarla è la cosa reale ».
rapidamente anche in reticoli a legami deboli. Allora la reputazione
dei mafiosi - « cattiva » per definizione " -
trova pochi ostacoli nel venire diffusa.
5. Forme di adattamento
Il
fenomeno mafioso invece che essere un residuo della tradizione,
si è caratterizzato per la grande capacità di adattamento
ai processi di modernizzazione, anche in contesti temporali
e spaziali diversi da quelli di genesi storica. I gruppi mafiosi,
oltre a mostrare una grande adattabilità ai mutamenti
che si verificano all'interno delle aree di insediamento tradizionale,
presentano infatti una notevole capacità di espansione
e adattamento anche al di fuori dei contesti originari. Mettere
l'accento sul concetto di adattamento richiede tuttavia la
precisazione dei termini in cui esso possa essere applicato al
fenomeno mafioso.
Esistono diversi tipi di comportamento adattativo che possono
essere classificati in alloplastici, autoplastici ed esotroprici
(Gallino 199 r). I primi sono quei comportamenti che tendono a
intervenire sull'ambiente per modificarlo e adeguarlo ai
propri caratteri. I comportamenti autoplastici sono quelli che
modificano le proprie azioni o le proprie strutture o le risorse
che si utilizzano in modo da renderle adeguate a un dato ambiente.
I comportamenti esotropici, infine, sono quelli che si rivolgono
a un ambiente nuovo in modo da ottenere da esso le risorse che
non si riescono ad avere dal vecchio ambiente, essendosi verificata
al suo interno una situazione negativa alla quale si cerca
appunto di sfuggire. I tre tipi di comportamento adattativo si
combinano insieme, ma si può supporre che, date certe circostanze,
una particolare combinazione possa essere prevalente. Questa argomentazione
ci serve per mostrare come le capacità adattive dei mafiosi,
ritenute rilevanti da molti osservatori, possano concretamente
presentarsi in modo differenziato. Nelle aree non tradizionali
i mafiosi tendono a seguire comportamenti che sono in prevalenza
autoplastici ed esotropici. Essi, da un lato, possono essere alla
ricerca di un ambiente in grado di offrire opportunità
favorevoli oppure cercare soltanto di sottrarsi al vecchio ambiente
diventato ostile (ad esempio a seguito dell'azione repressiva
delle forze dell'ordine), dall'altro, possono tendere ad adeguare
i propri modelli di azione e di organizzazione alle nuove condizioni
ambientali in cui, per vari motivi, si trovino ad operare. Nei
processi di diffusione hanno invece scarso successo comportamenti
adattatívi-di tipo alloplastico, che sono più rilevanti,
combinati insieme agli altri, nelle aree tradizionali (si pensi
alla manipolazione dei codici culturali o delle relazioni
sociali). In questa prospetti
" Secondo Tessitore (1997, p. 17), la mafia «si è
potuta diffondere ed ingigantire al massimo, proprio a causa
della fama, seppur negativa, che le è stata accordata.
Il mito ha contribuito a far sorgere lo strumento principale della
" cosa": la forza di intimidazione ».
va, si può spiegare il differente grado di adattamento
dei mafiosi ad ambienti diversi da quelli di origine. Bisogna
considerare, infatti, che in nuovo contesto il mafioso ha davanti
a sé una struttura di vincoli e di opportunità diversa
da quella del contesto originario e, di conseguenza, alternative
di comportamento differenti. Il fenomeno del racket, ad esempio,
è considerato dai mass media e dalle stesse associazioni
di categoria di imprenditori e commercianti come il canale più
rilevante attraverso cui si diffonderebbero le organizzazioni
mafiose. Sono, invece, sottovalutate altre modalità di
diffusione. Sembra prevalere, infatti, l'immagine di un corpo
sano che può essere contagiato solo dall'esterno e
solo attraverso modalità di azione che implicano un elevato
grado di violenza, come presuppone appunto l'estorsione.
Si escludono, così, forme di diffusione delle organizzazioni
mafiose che, più che al ricorso della violenza, fanno riferimento
a una cooperazione attiva con soggetti locali, che vedono nella
collaborazione con i mafiosi la possibilità di sviluppare
condizioni favorevoli per conseguire vantaggi economici o
di altro tipo.
Del resto, l'espansione della mafia in aree nuove non comporta
l'allentamento dei suoi rapporti con il territorio originario:
la diffusione non implica la ricerca di una « nuova
madrepatria », bensì quella di « nuove aree
di sfruttamento ». La mafia, infatti, « segue un modello
di espansione coloniale e non un modello di trasferimento
migratorio. D'altra parte già nel passato, quando sono
mutate le aree dalle quali ha tratto le sue principali risorse,
non c'è stato un abbandono del territorio » (CPA
1993b, p. 48).
Come è emerso da ricerche condotte in aree non tradizionali
(Sciarrone 1998), i processi di diffusione della mafia tendono
a partire dal controllo di una specifica attività illegale
e possono poi consolidarsi in qualche forma, anche se parziale,
di controllo del territorio. Tale controllo può limitarsi
solo al settore illegale: è rilevante, dunque, la
presenza di mercati « neri » non tanto o non solo
per gestire direttamente le attività che si svolgono in
essi, bensì per controllarli attraverso l'offerta di protezione.
Può anche accadere che gli stessi soggetti che hanno contribuito
a costruire un mercato nero, decidano poi di lasciare ad altri
gli affari di questo mercato, ossia la loro gestione diretta,
limitandosi a offrire un servizio di protezione. Nelle zone di
nuova espansione, dunque, le organizzazioni mafiose tendono inizialmente
a controllare uno o più settori dei mercati illegali e
successivamente si specializzano nell'offerta di protezione privata
su attività illegali svolte da altri soggetti criminali,
per arrivare a stabilire, infine, qualche forma più estesa
di controllo della comunità locale.
Meccanismi come quello indicato possono spiegare in molti casi
il passaggio dal controllo dei traffici illeciti al controllo
delle attività economiche, legali e illegali, che si svolgono
su un determinato territorio. Nelle aree non tradizionali, le
attività dell'enterprise syndicate si possono così
intrecciare con attività tipiche del power syndicate. In
questo caso, oltre a un uso efficace della violenza e al
controllo di altri soggetti criminali presenti nella zona, l'organizzazione
cercherà di perseguire una serie di obbiettivi, come: i)
trovare qualche forma di gestione del mercato del lavoro
(il che avrà come
conseguenza anche la creazione di un'area di consenso e di collusione
in grado di tutelare l'organizzazione dall'intervento repressivo);
2) dare « visibilità » al potere dell'organizzazione;
3) predisporre attività di copertura per i membri impegnati
in attività illecite; 4) costituire rapidi canali di riciclaggio
(Pistorelli 1993, p. 199). Attraverso il raggiungimento di questi
obbíettivi, si possono gettare le basi per assumere
il controllo del territorio, anche se altre condizioni saranno
necessarie, come ad esempio la presenza di manodopera criminale
ie o la possibilità di garantirsi l'impunità'',
ovvero la non-azione degli organi repressivi. Questa ultima condizione
può essere ottenuta, oltre che perseguendo strategie
di dissimulazione in grado di assicurare un adeguato livello
di segretezza all'organizzazione, attraverso la corruzione
di funzionari pubblici e attraverso la conquista di consenso popolare
(non importa se strumentale) da usare come risorsa di scambio
politico con i partecipanti alle competizioni elettorali. D'altra
parte, un fattore che facilita il controllo del territorio
è costituito proprio dalla capacità di instaurare
rapporti di scambio con la sfera della politica. Attraverso questi
elementi, associati sempre a un uso efficace della violenza o
della sua minaccia, un mafioso potrà riuscire, anche in
una zona non tradizionale, ad acquisire quella reputazione necessaria
a configurarlo come soggetto in grado di produrre, promuovere
e vendere protezione privata. L'espansione del power syndicate
si realizzerà, infatti, pienamente solo se l'organizzazione
mafiosa sarà in grado di porsi, nella zona, come industria
della protezione privata.
D'altro canto, in alternativa al controllo del territorio, può
esistere anche solo il controllo di un determinato settore
economico. Proprio la complessità della competenza
territoriale e le contraddizioni che ne derivano lasciano spazio
ai mafiosi per esercitare, usando le parole di Weber (198(,, vol.
1V, p. 18), « un potere coercitivo in senso espansivo ».
In tal senso, si comprende l'affermazione di Gambetta (1992, p.
36), secondo cui dovrebbe essere « più semplice
proteggere tutti gli scambi su un territorio limitato, piuttosto
che solo alcuni in territori differenti ». Nelle zone di
insediamento tradizionale, gli obiettivi politici, vale a
dire la ricerca del potere che si traduce in controllo del territorio,
sembrano prevalenti rispetto agli obiettivi economici: «
Naturalmente l'esercizio del potere richiede disponibilità
notevoli di risorse. Ma vi sono segnali non equivoci che la mafia
è pronta a sostenere costi elevati pur di non perdere il
potere sul territorio, e
` 6 Negli ultimi anni l'atteggiamento della mafia nei confronti
dei delinquenti comuni è cambiato: « Mentre
prima essi erano appena tollerati a condizione che non disturbassero
l'ordine nelle zone dominate dall'organizzazione, oggi essi sono
bene accetti e vengono utilizzati per i fini dell'organizzazione
» (Falcone 1992, pp. Io-I i).
" Rispetto al successo dell'esempio mafioso, importanti sono
i processi di legittimazione, per i quali grande rilevanza
ha proprio l'impunità. Ha scritto al riguardo Gribaudi
(1990, p. 356): «La legittimità è una risorsa
che si conquista, che si può ottenere, rafforzare come
perdere. Rispetto a ciò è naturalmente centrale
l'impunità: l'impunità legittima i mafiosi,
li rende esempi vincenti ». Sull'importanza dell'impunità
per i mafiosi, cfr. CPA r993b, pp. 48 sgg.
a quest'obiettivo può sacrificare, se occorre, anche strategie
di sviluppo degli affari» (Becchi, Rey 1994, p. 75)
Nelle aree non tradizionali, invece, l'accumulazione di ricchezza
può essere prevalente rispetto alla ricerca del potere,
anche perché i nuovi insediamenti si costituiscono, il
più delle volte, proprio attraverso i canali di sviluppo
(lei traffici illeciti.
6. La forza dei legami esterni
Sia
nelle aree di insediamento originario, sia in quelle di nuova
espansione, i mafiosi mostrano la capacità di procurarsi
all'esterno la cooperazione, attiva o passiva, di altri attori
sociali e, in particolare, di instaurare rapporti di scambio
reciprocamente vantaggiosi con il mondo della politica e dell'imprenditoria.
Fra mafiosi e soggetti esterni si stabilisce un equilibrio che,
pur essendo spesso temporaneo e contingente - e il più
delle volte anche basato su un rapporto asimmetrico -, rende possibile
tra loro la cooperazione. La stabilità di questo gioco
cooperativo non dipende unicamente da norme e valori (esogeni
e quindi anteriori al gioco stesso) interiorizzati dagli individui,
ma soprattutto dalle regole e dalle convenzioni endogene prodotte
dall'interazione stessa, cioè dallo scambio negoziato
di comportamenti tra i partecipanti (Friedberg 1994, p. 99).
Per intrecciare relazioni di questo tipo, lo strumento privilegiato
dai gruppi mafiosi è, più che la violenza, la corruzione,
la quale « è per sua natura silenziosa, crea
un clima di complicità, favorisce la mimetizzazione, consente
di conseguire l'utile desiderato con rischi minori, mina dall'interno
le istituzioni » (Violante 1998, p. IX) '~.
Le organizzazioni mafiose hanno sempre curato « la propria
politica di relazioni esterne con gli esponenti di tutte le categorie
professionali e con i quadri intermedi e gli esponenti di vertice
del circuito politico-istituzionale » (Tribunale di
Palermo 1995, p. 763). Questi soggetti esterni, pur non facendo
parte dell'organizzazione mafiosa in senso stretto, «costituiscono
punti di riferimento per l'individuazione, l'organizzazione, la
conduzione e la massima redditività dell'attività
criminale ». La presenza di tali soggetti « si estende
ormai dal settore finanziario a quello giuridico, a quello degli
organi d'informazione, fino ai settori culturali più diversi
» (Ministero dell'Interno 1997, p. 295). Una situazione
questa ben presente a chi è in prima linea contro
la mafia. Come osserva il procuratore aggiunto di Palermo Guido
Lo Forte (1998, p. io), « Cosa Nostra è divenuta
un'organizzazione
` Ad esempio, come dice il collaboratore di giustizia Antonino
Saia, appartenente al clan dei Cursoti, gruppo di Catania
attivo anche a Milano e Torino (cfr. Sciarròne 1998, pp.
218 sgg.), si cercava « di corrompere queste personalità,
come i poliziotti, come i carabinieri, come i magistrati, come
i professionisti, per ottenere quello ci faceva più
comodo a noi. Quindi gente addentrata nell'apparato pub
blico, amministratori che a noi ci facevano comodo » (Cottino
1998, p. 66).
di eccezionale pericolosità non soltanto per la sua potenza
militare, ma anche per una rete di relazioni esterne in funzione
delle quali è sempre riuscita a superare sostanzialmente
indenne tutte le singole emergenze mantenendo saldo il proprio
potere sul territorio e sulla società ».
Con la stessa ottica un altro magistrato palermitano, Antonio
Ingroia, sottolinea la pericolosità dei rapporti esterni
della mafia: « Il rafforzamento, che deriva all'associazione
mafiosa da tali rapporti, è evidente; è in virtù
di essi che la mafia è un potere criminale prima ancora
che un'organizzazione criminale. Ed è un sistema di
potere, fondato sulla violenza, che per la sua sopravvivenza ha
bisogno proprio di un costante rapporto con settori della classe
dirigente » (1998, p. 30).
Se non si comprendono le relazioni esterne si capisce poco della
mafia, che - come dice ancora Gian Carlo Caselli (1998, p. 19)
- « è mafia proprio perché ha potuto
e può contare sugli appoggi esterni indispensabili alla
sua esistenza ed espansione ».
Un gruppo mafioso è dunque più forte e ha maggiore
capacità espansiva se presenta una struttura organizzativa
in grado di consentire non solo una maggiore solidarietà
interna e una razionalizzazione delle attività svolte,
ma anche un'estensione del network verso l'esterno, permettendo
così un incremento del capitale sociale disponibile. Attraverso
le loro capacità relazionali, i gruppi mafiosi accrescono
infatti il loro capitale sociale, che poi utilizzano per estendere
i loro reticoli o per intrecciarne di nuovi, riproducendosi
in tal modo nel tempo e nello spazio, nelle aree di origine e
in quelle non tradizionali.
Dipartimento
di Scienze Sociali Università di Torino
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