| di
Libero Mancuso
Nell'affrontare il tema che mi è stato posto, la banda
della Magliana, mi sforzerò
di dimostrare come l'approfondimento della composizione, della
natura e del ruolo che ha finito per assumere una tale struttura
criminale serva a svelare in maniera piuttosto evidente le ragioni
per le quali vi siano in Italia tanti crimini impuniti. (…)
Le azioni delittuose che sono attribuibili a questa organizzazione
per averle eseguite direttamente ovvero per averne gestito il
significato politico o per avere coperto le responsabilità
dei suoi autori, sono tra le più gravi e cruente che contrassegnano
gli anni tra il 1978 ed il 1984, cioè quelli presi in considerazione
in questa relazione.
Siamo di fronte ad una struttura criminale nella quale i collegamenti
di interessi,
gli input criminali, le coperture, le collusioni tra criminalità,
economia e politica, forniscono ad essa potenzialità vastissime
di intervento.
E il luogo, quello della banda della Magliana, nel quale l'antistato
consuma tutto il suo potenziale eversivo ed antagonista per divenire
esso stesso, attraverso una serie di passaggi mediati, di apporti
operativi ed ideativi, istituzione, sistema, che si arroga il
diritto di eliminare tutte le sue variabili impazzite, di proteggere
tutti
coloro che operano all'interno delle proprie finalità.
Ed io ritengo che, se vi è stata una organizzazione criminale
che abbia mai avuto protezioni e che sia stata
sottovalutata, nonostante la profluvio di elementi di accusa raccolti
inutilmente a suo carico, questa è la banda della Magliana.
E ciò, essenzialmente, per la vastità dei coinvolgimenti
istituzionali che essa ha saputo conquistare.
La sua nascita avviene nel 1977, a Roma, a seguito di una aggregazione
spontanea degli esponenti più rappresentativi della delinquenza
comune attorno
al gruppo «storico» dei «Marsigliesi»,
arrivando via via a gestire, con tendenze
monopolistiche, i proventi derivanti dal traffico di sostanze
stupefacenti, dai
sequestri di persona, dalle rapine, etc.
Franco Giuseppucci fu il promotore del sodalizio che irradiava
la sua competenza territoriale nelle zone di Trastevere-Testaccio,
della Magliana, di Acilia-Ostia e del Tufello-Alberone.
La zona Trastevere-Testaccio era affidata al gruppo facente capo
a Danilo Abbruciati, che costituì il legame più
ravvicinato ai settori del riciclaggio del danaro sporco attraverso
gli stretti rapporti con personaggi come Flavio Carboni, Roberto
Calvi e Francesco Pazienza, con i quali operava assiduamente Domenico
Balducci, altro vertice della Magliana e factotum dell'esponente
della cupola mafìosa Pippo Calò.
Giuseppucci, Balducci, Abbruciati troveranno la morte in conflitti
a fuoco. In particolare, Danilo Abbruciati verrà ucciso
a Milano il 27 aprile 1982, nel corso di un'azione intimidatoria
nei confronti dell'allora vicepresidente del Banco Ambrosiano
Roberto Rosone.
La seconda zona, quella della Magliana, era controllata dal gruppo
originario di base, personalmente diretto dal Giuseppucci e nel
quale operavano Marcello Colafìgli, Maurizio Abbatino,
Antonio Iancini, Claudio Sicilia ed altri.
La zona Acilia-Ostia era affidata al gruppo facente capo a Nicolino
Selis con il quale operavano i fratelli Carnovale, Ottorino Addis,
Libero Mancone, Gianni Giraldo.
Infine, la quarta zona era sotto il controllo del gruppo meno
omogeno degli altri, in cui emergeva la figura di Gianfranco Urbani.
Fu tramite costui si allacciarono rapporti con il gruppo mafioso
di Nitto Santapaola e con la 'Ndrangheta calabrese attraverso
la cosca del defunto boss Paolo Di Stefano.
È nei primi mesi del 1978 che gli elementi più rappresentativi
dello spontaneismo armato, teorizzato dai gruppi terroristici
neofascisti Terza Posizione e NAR, guidati da Valerio Fioravanti,
Alessandro Alibrandi e Massimo Carminati entrarono in contatto
con l’ambiente dei ricettatori controllato dal Giuseppucci, per
riciclare il provento di rapine. Tali rapporti, in breve tempo,
divennero talmente stretti che si arrivò a «scambi
di favori per omicidi».
Ben presto questo tipo di alleanze modificherà le strategie
criminali di tali formazioni. Si sentirà teorizzare, ad
esempio, all'interno dei gruppi neofasciti, della opportunità
politica di provvedere al salvataggio giudiziario del latitante
piduista Genghini poiché, così si esprime uno dei
vertici del neofascismo romano di quegli anni, «fare attentati
è solo dei modi di intervenire nella realtà politica
e neanche il più importante». Allo stesso modo, verrà
proposta ad esponenti della Magliana la realizzazione di attentati
dinamitardi di natura eversiva, in cambio di indicazioni di nominativi
di persone facoltose da sequestrare e di assicurazioni di protezioni
giudiziarie.
Un arsenale di armi di proprietà dei NAR e della banda
della Magliana verrà sequestrato negli scantinati del Ministero
della Sanità a dimostrazione degli stretti rapporti operativi
oramai raggiunti dalle due organizzazioni.
Un tale intreccio tra ambienti del vecchio golpismo neofascista,
da sempre colluso con i servizi segreti, con quelli del crimine
organizzato romano e con i «ragazzini» dei NAR, venne
rivelato per la prima volta al giudice Mario Amato.
E si sa come questi, reo di avere incrociato nelle proprie indagini
un mondo da sempre protetto ed impunito, venne dapprima isolato
professionalmente, quindi
linciato moralmente, infine vilmente assassinato.
Tra queste realtà dei «fascisti mercenari»
e della banda della Magliana prendono così ad operare sempre
più intensi scambi di armi, riciclaggio di danaro, collaborazione
nel «recupero di crediti», fino all'omicidio su commissione,
come dimostrano ripetuti episodi di killeraggio da parte dei NAR
di criminali comuni ad essi indicati dai vertici della Magliana
e - come rivela lo stesso Cristiano Fioravanti allorché
parla di vere e proprie «garanzie» che il gruppo mafioso-
romano espresse sul conto di Valerio Fioravanti - in occasione
di omicidi compromettenti, come quelli commessi ai danni del giornalista
Pecorelli e del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella
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Da sotrolineare che la pista neofascista, così come quella
della banda della Magliana, è stata completamente esclusa
nel caso dell’omicidio Mattarella. E’ attraverso questo crocevia
del malaffare che stabilmente controlla
fondamentali settori della economia, della politica, del crimine,
della informazione, non soltanto romani, e nel quale si intravvedono
gli ambigui passaggi dei vertici dei servizi segreti da Gelli,
a Pazienza, a Federico Umbertobr> D'Amato; di esponenti di primo
piano della finanza e dell’editoria come Sindona, Gelli, Calvi;
di affaristi intriganti come Carboni, Pellicani e tanti altri,
quasi tutti legati per inconfessabili, quanto comprensibili, ragioni
a boss della cupola mafìosa e di Cosa Nostra; è
attraverso tale crocevia del malaffare, dunque, che, a partire
dal 1979, sono passati omicidi e protezioni, stragi e depistaggi,
trame antidemocratihe di ogni genere, tutte tese alla conservazione
di un determinato assetto di potere, omogeneo per cultura ed interessi.
Si pensi a tanti episodi cruenti come l'omicidio Ambrosoli, ordinato
dal veneratissimo, quanto potentissimo, Sindona per mano dei killer
di Cosa Nostra, o il suo mai chiarito soggiorno in Sicilia ed
alla rete di ricatti - è sufficiente ricordare la lista
dei 500, tuttora in circolazione nei corridoi bui del Palazzo
- che dal luogo del finto sequestroo inoltrò ad altrettanto
potenti vertici politici, alla sua tuttora
misteriosa morte, o alla analoga scomparsa del suo successore
Calvi, ed ai giia ricordati assassinii di Pecorelli e Mattarella,
agli attentati a Rosone, alle trattative per la liberazione di
Cirillo, alla decapitazione del criminologo Semerari, all’autobomba
che dilaniò Casillo, alla rapina miliardaria ai danni della
Brink Securmark ed al falso volantino BR del Lago della Duchessa,
all'omicidio Chicchiarelli, o ai ricatti incrociati a vertici
delle forze armate, servizi segreti e ad esponenti politici di
rilievo, attraverso le infaticabili veline delle c.d. agenzie
di stampa romane. E si pensi, altresì, al ruolo che nelle
stragi di Bologna del 1980 e di S. Benedetto Val di Sambro (rapido
904) nel 1984 ha rivestito questo ambiente, ruolo testimoniato
dalle condanne, anche in appello, di vertici dei servizi segreti
piduisti per aver deviato le indagini sull'attentato del 2 agosto
allo scopo di coprire i suoi reali autori, fino a collocare su
di un treno una valigia carica di esplosivo identico a quello
che sconvolse la stazione bolognese; dalla condanna - nel medesimo
processo - di esponenti dello «spontaneismo armato»
neofascista per avere costituito una banda armata destinata a
realizzare una serie di stragi indiscriminate, tra cui gli attentati
contro palazzo Marino a Milano e contro la stazione di Bologna.
E, per quanto riguarda la strage di Natale, a testimonianza di
quanto si afferma, vi è la condanna, anche in appello,
quale mandante della strage, di Pippo Calò e di suoi uomini
di quello stesso ambiente politico-mafìoso romano di cui
ci stiamo oc- cupando.
È con elementi di tal fatta che si è andato formando
nel tempo un coacervo di interessi differenziati ma convergenti,
una lobby criminale di elevatissima pericolosità, in grado
di disporre di inesauribili risorse finanziarie che le consentono
di penetrare ovunque, di condizionare e di eliminare avversari
scomodi, di lanciare messaggi intimidatori che sono anche messaggi
politici per la qualità degli interessi in gioco e delle
persone coinvolte.
Tale è la radiografìa di questa potente agenzia
mercenaria, prosperata all'ombra dei servizi segreti piduisti,
degli ambienti massonici politici ed economici che
l'hanno protetta ed utilizzata ogni qualvolta se ne fosse presentata
la necessità. A ben vedere, dunque, siamo di fronte ad
un soggetto politico il cui asse portante è rappresentato
da delicati apparati di sicurezza che, per la uniformità
delle loro condotte, non possono essere considerati come settori
«deviati», avendo essi assicurato istituzionalmente
la impunità per gli autori di illegalità gravissime,
nel nome della stabilità politica interna ed internazionale.
* Magistrato della procura di Bologna, all’epoca sostituto procuratore.
Sua l’inchiesta sulla strage di Bologna nel cui processo di primo
grado rappresentò la pubblica accusa. questo suo intervento
è stato pronunciato a Roma il 19 ottobre 1990 nel corso
del convengo sulla “Malaitalia” organizzato dalla Lega dei giornalisti.
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