Antonino Caponnetto

da "Sariano Incontri"


Potrei dire molte cose dei quattro anni trascorsi a Palermo con Giovanni e Paolo, i giorni lieti e i giorni amari, i giorni di lotta e i giorni degli attacchi dei giornali o dei politici, ma lasciamo tutto alle spalle. Lasciamo solo che viva il grande esempio di Giovanni e Paolo, che io veramente sento vivi.
Io mi arrabbio molto quando sento gli adulti parlare di una gioventù apa­tica, che pensa solo a divertirsi, ai divi del rock. Non è vero! È una gioventù il cui animo trabocca di ideali; i giovani hanno soltanto bisogno di qualcuno che li aiuti a tirarli fuori. Io sono ottimista proprio perché vedo una gioventù piena di ideali e di valori. Sono ottimista, come scrisse Paolo nel suo testa­mento spirituale della mattina del 19 luglio. Paolo era mancato ad un appun­tamento con gli studenti di un liceo di Padova. Un'insegnante gli aveva suc­cessivamente scritto una lettera che iniziava con, tra virgolette, “Gentilissi­mo Signor Giudice, quasi a rimproverarlo per questo mancato appuntamen­to. Paolo rispose a questa professoressa iniziando la sua lettera così: tra vir­golette "Gentilissima professoressa, mi dichiaro pentito...", spiegando le ra­gioni per cui non era potuto andare tra gli studenti. Paolo continuò la sua lettera rispondendo ad alcune domande che questi ragazzi di Padova gli ave­vano inviato per posta. Paolo farà in tempo a rispondere solo a tre di queste domande. Ad un certo punto gli studenti chiedono a Paolo perché è diventato giudice e lui risponde con splendide parole. Paolo dice di aver preso coscien­za del fenomeno mafioso solo a 40 anni e di questo se ne fa una colpa. Paolo dice: “Io sono ottimista perché vedo che la gioventù oggi, in Sicilia e fuori della Sicilia, non ha più quell’atteggiamento di colpevole indifferenza verso la mafia, che io mantenni fino ai 40 anni”; e difatti, si può dire che fino a 40 anni Paolo non conobbe il fenomeno mafioso e nemmeno Giovanni. Lo co­nobbero entrambi quando entrarono all'Ufficio Istruzione. Da allora la loro vita fu tragicamente segnata.1970-1980: gli anni sprecati nella lotta alla mafiaPaolo Borsellino entra nell'Ufficio Istruzione di Palermo nel 1980. Qui trova l'amico di infanzia Giovanni Falcone, trova Rocco Chinnici, Giuseppe Di Lello: un gruppo di magistrati agguerriti. Il decennio pauroso, che va dal 1970 al 1980, si era chiuso. Un decennio di inerzia colpevole, un decennio nel quale non c'era un solo rappresentante della gerarchia ecclesiastica o un solo procuratore generale della Repubblica che osasse nominare la parola mafia. Bisogna arrivare al 1982 perché un procuratore generale, in una rela­zione all'inaugurazione dell'anno giudiziario, nomini la parola mafia! Que­sti sono stati gli anni persi nella lotta contro la mafia!
Nel 1973 era già possibile schiacciare la mafia, se ci fosse stata una magistratura meno collusa e più consapevole, più preparata, quando il pentito Leonardo Vitale stese l'organigramma mafioso sotto gli occhi stupefatti di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria, che non credevano a tutto ciò. Vitale nominava Totò Riina, Michele Greco, Vito Ciancimino. Non fu deposto il minimo atto d'indagine. Si fece passare Leonardo Vitale per pazzo, internan­dolo nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) e, dopo 10 anni, quando uscirà, verrà inesorabilmente ucciso da un picciotto con tre colpi di pistola nel centro di Palermo, poiché Vitale aveva tradito la legge dell'omertà.
Gli anni persi nella lotta contro la mafia sono stati anche quelli in cui non ottennero adeguate risposte le insistenze di noi magistrati, che ci battevamo perché fosse approvata una legge che tutelasse e agevolasse il fenomeno del pentitismo. Ci trovammo di fronte un muro di incomprensione! La stampa del nord ci chiamava addirittura "sovversivi"; Pannella, questo istrione, par­lava addirittura di "ammutinamento contro lo Stato", di "clan antimafia", espressione quest'ultima usata anche dal Corriere della Sera e dal Giornale di Montanelli.Stiamo pagando tutti un grosso debitoC'è molto da fare oggi. Stiamo pagando tutti un grosso debito, ed è per questo che io sto girando le scuole di tutta Italia. Lo faccio perché devo paga­re un debito nei confronti di due amici, figli, fratelli, che io ho lasciato tumulati in terra di Sicilia. Voi ricorderete quella frase "Tutto è finito", che io pronunciai in un attimo di scoramento dopo la morte di Paolo Borsellino. Dopo pochi minuti mi ero già pentito di quelle parole. Mi era parso di uccidere una seconda volta Paolo e Giovanni. Capii, di fronte alla moltitudine di giovani presenti davanti al Palazzo di giustizia di Palermo, che io dovevo fare veramente qualcosa, do­vevo di nuovo scendere in campo nei modi in cui potevo farlo, con le poche forze che avevo. Fu in quel momento che scelsi la strada di parlare ai giova­ni. Credo che sia stata la scelta giusta, perché è stata una scelta che ogni giorno mi rigenera, mi aiuta a diffondere fiducia, speranza e coraggio, in mezzo a questa generazione che è piena di valori. La speranza è soprattutto la speranza del nostro avvenire! Sono i giovani che devono ricostruire il nostro Paese, ed è per questo che sento il bisogno di andare da loro a parlare di questi valori che non cambiano mai, a parlare di pace, dell'amore per l'uo­mo, l'uomo nella sua essenza, con la sua scintilla di divinità, per chi crede, l'uomo così com'è, indipendentemente dal colore della sua pelle, della sua razza, della sua religione. L'amore per l'umanità intera! Ai giovani parlo del culto della legalità, che si è spaventosamente affievolito in Italia, ed è alla base di "Tangentopoli", della criminalità organizzata e di tutti gli attuali guai che stanno affliggendo il nostro Paese.
L'altro giorno ero a Maddaloni (Caserta), dove agli studenti era stato affidato il tema della legalità. Mi sono accorto, per la prima volta, quan­to sia difficile parlare del culto della legalità. Il tema è stato trattato in manie­ra specifica e, a domande del tipo: "E' giusto ritirare lo scontrino fiscale?", il 70% ha risposto di no, evidenziando in questo modo come il senso della legalità si sia spaventosamente affievolito. Io credo che più si scende nel meridione, più si affievolisce questo senso della legalità.
C'è molto da lavorare. Io spero che mi sia consentito di andare nelle scuo­le del Sud, perché è lì che c'è bisogno di lavorare in profondità, è lì che bisogna portare i valori della solidarietà, della speranza e del coraggio, per­ché è lì che si sentono essi stessi smarriti.
Era la prima volta che un magistrato entrava nella scuola di Maddaloni. Non tutti gli insegnati di istituto sono preparati a questi problemi e so che la mia presenza a Maddaloni ha incontrato alcune resistenze. Non dimentiche­rò mai il calore con il quale i giovani di questa scuola mi si sono stretti attor­no, alcuni piangevano dalla commozione, benché non avessi detto nulla di particolare. Li avevo richiamati al senso di quei valori che devono accompagnare la loro splendida giovinezza, alla necessità di una scuola che non im­partisca solo nozioni di carattere culturale, ma impartisca un'educazione po­litica, nel senso nobile del termine, cioè deve abituare lo studente ad entrare nella "polis", nella città. Una "scuola del concreto", come diceva don Bosco alla fine dell'800, quando girava le borgate povere di Torino.
Se faccio tutto questo è perché penso di pagare un debito verso tutto quel­lo che mi hanno dato di impegno, di dedizione per lo Stato, ma soprattutto, di affetto e di amicizia questi due grandi amici che ho perduto.Gli anni della spada e della lottaGli anni che ci attendono sono gli anni della spada e della lotta. Sarà una lotta difficile, tutta in salita. Non facciamoci illusioni che possa essere vinta in poco tempo. Quando diversi anni fa il primo commissario antimafia De Francesco disse che la mafia sarebbe stata vinta nel 2000 fu coperto di im­properi, fu minacciato di destituzione del posto che copriva. Gli si disse che era pessimista, che non aveva capito che la mafia si sarebbe sconfitta in bre­ve tempo. Secondo me egli, invece, fu ottimista.
Io spero sempre, prima di chiudere i miei occhi, di vedere questo fenome­no criminale così spaventoso, sanguinario e feroce, inchiodato veramente, messo con le spalle al muro e messo nelle condizioni di non nuocere. Io, intanto, mi sto battendo nei limiti in cui posso e, finché avrò un briciolo di forza, un soffio di voce, seguiterò a girare per le scuole e per le piazze, segui­terò a spiegare quali sono gli ideali per quali batterci e seguiterò a sostenere questa battaglia per un'Italia nuova. Mi batterò per i miei figli, i miei nipoti. La mia parabola è ormai al termine: non so se riuscirò a vedere un Paese migliore. Comunque, questo Paese migliore arriverà!
Io vi porto qui, oggi, la voce dolente di una grande città di cultura e di arte, che è stata violentata. Questa è l'impressione che ho avuto io di Firenze (Strage di Via dei Georgofili, 27 maggio 1993, nella quale persero la vita: Fabrizio Nencioni, Angela Fiume in Nencioni, Caterina Nencioni, di due mesi, Nadia Nencioni, di 7 anni e Dario Capolicchio, studente, N.d.T.). Questo disegno terroristico non prevarrà e non potrà prevalere! È un terrorismo che mira soltanto a conservare determinati equilibri di potere che devono lasciare il campo al nuovo. Io vedo un parallelo tra la bomba di Roma (14 maggio 1993, in Via Ruggero Fauro scoppia un'autobomba: l'obiettivo è il presenta­tore televisivo Maurizio Costanzo) e quella di Firenze. L'una collocata nel quartiere simbolo della capitale politica e civile del Paese (Quartiere Parioli, N.d.T.) e l'altra collocata in uno dei quartieri più sensibili della capitale della cultura e dell'arte (Quartiere degli Uffizi, N.d.T.). Si è voluto intimidire il Paese, ma Firenze non ha piegato la testa!
Il rinnovamento non si può fermareVoi avete visto in televisione quello spettacolo meraviglioso di quelle centomila persone che hanno dimostrato, con compostezza e con fierezza, in Piazza Santa Croce. È stata una giornata alla quale mi è dispiaciuto non poter partecipare. L'impegno con Maddaloni era per me prioritario, assolutamente! La manifestazione di Firenze, secondo me, ha fatto da parallelo a quella che si è tenuta a Palermo attorno all'albero di Falcone, in via Notarbartolo. Sono stati momenti meravigliosi! Chi ha avuto la fortuna di vedere queste manife­stazioni, anche in TV, credo abbia visto che il Paese è arrivato veramente ad una svolta e che, ormai, nulla può fermare questa marcia verso il nuovo. È come un'ondata in piena che sta travolgendo tutto e che sta per travolgere anche le ultime resistenze, per quanto queste ultime possano essere violente, barbare e feroci. Io ricordo l'urlo cadenzato, impressionante, di quei centotrentamila palermitani. Mai vista una cosa del genere a Palermo! Que­ste persone gridavano: "Vittoria, Vittoria" e i centomila di Firenze gridava­no: "Giustizia, Giustizia". Era lo stesso grido, le parole erano diverse, ma il significato era unico. Era un grido di protesta che si levava da due delle città più nobili d'Italia. Da queste due città, Palermo e Firenze, è partito un segna­le di rivolta, di ribellione. Dopo i giorni delle stragi è cambiato tutto. È ini­ziato un processo e questo molti politici non l'hanno ancora capito, conti­nuando a restare aggrappati ad un cornicione che sta crollando.
È iniziato un processo di rinnovamento che non si può fermare!Io credo che gli attentati non siano ancora finiti, perché non vi è solo il potere mafioso, ma vi è una coalizione di poteri occulti, ci sono pezzi dei servizi segreti, non so quanto deviati e quanto istituzionali, ci sono quelli che Pino Arlacchi ha definito i "delifnquenti politici" e tutto un insieme di forze negative che stanno cercando di opporsi in tutti i modi al nuovo, al cambia­mento. Noi dobbiamo resistere! Non dobbiamo avere alcun attimo di esita­zione, di paura. Ricordate che Giovanni e Paolo e gli agenti di scorta che si sono sacrificati con loro (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Clau­dio Traina, N.d.T.) sono andati incontro ad una morte annunciata, conosciu­ta, di cui sapevano già, in certi limiti, la data, con serenità e con una tranquil­lità che ancora mi stupisce, mi commuove e mi impressiona! Non hanno avuto mai un attimo di smarrimento e di paura. Nessuno ha mai sentito uscire dalle loro labbra una sola parola di smarrimento, di paura e di preoccupazio­ne. Guai a chi della famiglia, in presenza loro, si permetteva di esprimere sentimenti del genere.
È questo il modo con il quale Giovanni e Paolo sono andati incontro alla morte. È con questa stessa determinazione, con questa stessa mancanza di preoccupazione e con questa serenità che noi dobbiamo, da un lato, ricordare Giovanni, Paolo, gli agenti di scorta morti con loro e tutti gli altri che sono morti servendo il Paese in cui credevano e che hanno servito con lealtà, ed è con la stessa determinazione e serenità che, dall'altro lato, dobbiamo andare incontro al futuro!
La splendida gioventù con la quale io colloquio tutte le mattine è ormai pronta a prendere posto nella società, ed è pronta a portare questa società malata verso un avvenire migliore. È con questo augurio che io vi saluto e vi invito a tener duro, a non mollare. Guai a mollare in questo momento! Que­sto è un momento delicato, cruciale, che sta attraversando il nostro Paese, e c'è bisogno di dimostrare forza, c'è bisogno che nessuno molli, c'è bisogno che ognuno faccia a se stesso un giuramento, come quello che feci io accanto alla bara di Paolo: quello di non mollare, di seguitare a lottare per quegli ideali, per i quali molti hanno perso la vita, di seguitare a lottare per un'Italia migliore, più onesta. La lotta sarà dura, ma la vittoria sarà sicura se noi lotte­remo con questa determinazione!