L’ex giudice Caponnetto ai giovani studenti di Rosarno

Incontro promosso da “Riferimenti” tra gli della piana di Gioia Tauro nel Dicembre nel 1996 (auditorium di Rosarno).

“Possiamo ancora sperare? Voi dovete sperare, perché siete giovani. Lo stimolo della speranza a chi volete lasciarlo, ai vecchi come me, che a 76 anni non cessa di sperare fino all’ultimo respiro? ‘Non abbiate paura - diceva don Tonino Bello -, se avete un briciolo di speranza voi cambierete il mondo’. Dovete essere voi a cambiare il mondo, non lasciate che i disonesti lo cambino!”. Con queste parole ha esordito Antonino Caponnetto nel salone dell’Auditorium di Rosarno, gremito di giovani, in gran parte del locale Liceo Scientifico, con in testa il preside Michele Grande. E’ venuto per incontrarli su invito dell’Amministrazione Comunale, li ha ascoltati con grande attenzione, ha raccolto le loro angosce, le loro tristezze, il loro grido di dolore per essere costretti a vivere in una realtà contaminata dall’odio e dalla violenza, ma ha decifrato anche, in quelle domande “imbarazzanti” che solo i giovani hanno ”l’incoscienza” di porre, i segni della speranza di poter finalmente uscire dalla spirale del degrado e della rassegnazione. E li ha subito conquistati con la sua voce calma e suadente, quella di un uomo che professa le proprie convinzioni con una carica morale tanto forte, da farla diventare palpabile, avvertibile finanche nell’aria. Quelle parole così suggestive hanno prodotto un effetto tonificante, rigenerativo, nelle coscienze di giovani abituati a vivere in un ambiente dove i confini tra legalità e illegalità, tra onestà e disonestà, tra il giusto e l’ingiusto non sono per nulla marcati. Non erano dettate dalla saccenteria del “saggio” che magari ritiene di imporre agli altri la propria comoda verità. C’è stato un momento addirittura in cui i giovani sono stati travolti dalle parole umili del vecchio giudice, e sono scattati in piedi per applaudirlo e rendergli onore: quando ha confessato il “grave errore” di aver detto in diretta televisiva, dinanzi al corpo straziato di Borsellino, “Tutto è finito!”, quasi a significare che bisognava rassegnarsi ad accettare la realtà, arrendersi allo strapotere mafioso, contro il quale lo Stato si dichiarava nei fatti sconfitto. “Chiedo perdono per questa mia debolezza. Ho capito che devo essere al fianco dei giovani, al servizio dei giovani. Sono i giovani di Palermo che mi danno speranza, certezza di una polis migliore”. Con quell’applauso insistente, i giovani hanno mostrato di apprezzare quelle parole per la loro carica di umanità, di speranza, di amore: valori cristiani sperimentati da Caponnetto sul campo e per i quali vale la pena di battersi fino all’ultimo istante perché possano essere consegnati intatti alle generazioni successive. Senza proclami e frasi preconfezionate, senza moralismi di maniera. Non a caso, ad una ragazza del Liceo Scientifico che gli chiedeva qual è il modo ideale per combattere la mafia, il vecchio giudice ha risposto: “Organizzare le forze del bene! Quanto è importante l’impegno nel sociale, nel politico. Ai giovani bisogna dire: organizzatevi, tenetevi in contatto tra scuole, dibattete tra voi, discutete con gli insegnanti. Vivete la politica come libero dibattito di idee, come sfida generosa tra gli uomini. Fatela vostra, prendetela come costante esempio di vita. Volete una città più bella? E allora mettiamoci tutti al lavoro e dimentichiamoci delle minacce degli uomini del male. Impediamo che siano loro a decidere sul vostro avvenire. Riappropriatevi della vostra capacità di costruire il futuro. Andate incontro alla speranza con la “voglia di futuro”. Ad un altro giovane che gli chiede: “Quando potremo dire che la mafia è finita?”, Caponnetto, sapendo di non potere dispensare certezze, indica un momento ideale: “Quando voi non vedrete più servitori dello Stato, religiosi, magistrati, tutelati da uomini in armi e da auto con le sirene. Quando non ci sarà bisogno di tutelare gli uomini che compiono il loro dovere. Quando potrò portare ai giardini pubblici, tenendoli per mano, i miei 5 nipotini”. Caponnetto, sollecitato dagli interventi dei giovani e dei rappresentanti delle istituzioni presenti, ha affrontato i temi di più scottante attualità, specie quelli riguardanti la magistratura e il rapporto con la politica ed il fenomeno del pentitismo, manifestando il proprio pensiero con estrema chiarezza. Dure espressioni ha avuto contro “alcuni sconsiderati giornali e politici” che quotidianamente lanciano attacchi contro quei magistrati che si espongono a grossi rischi e che invece meriterebbero, proprio per il lavoro svolto a vantaggio della società, “rispetto, considerazione e affetto”. Sui pentiti Caponnetto si è soffernato a lungo. E’ partito dalla constatazione che non si può credere al pentitismo di Brusca, al quale i magistrati non hanno dato credito alcuno, non vedendo chiaro in quel voltafaccia, come poi è stato confermato dalle dichiarazioni di altri collaboranti; e dopo aver premesso che “non c’è pentitismo vero della coscienza nei collaboranti che decidono di passare dalla parte dello Stato”, e che il contratto stipulato tra Stato e collaborante è basato sulla reciproca convenienza e al di là di ogni considerazione etica, Caponnetto ha detto che senza ombra di dubbio la collaborazione dei “cosiddetti pentiti” si è rivelata preziosa, consentendo di mettere le mani sui boss più pericolosi e di penetrare nella roccaforte, allora inespugnabile, di Cosa nostra.” “Guai se non avessimo avuto 12 anni fa l’aiuto di Buscetta, la chiave che ci ha consentito di entrare nel mondo segreto di Cosa nostra, di cui nulla conoscevamo. Se oggi sappiamo tutto, questo lo dobbiamo soltanto o in gran parte all’apporto dei collaboratori di giustizia. Arlacchi seguita a ripetere che vale di più l’alto apporto che dà un collaborante, che non 5 anni di indagini”. Ma sono credibili i pentiti e fino a che punto ci si può fidare delle loro dichiarazioni, che rischiano di mandare in galera anche degli innocenti? Per il vecchio giudice a garantire la società dal pericolo di false dichiarazioni è la professionalita dei magistrati che conducono le indagini. “Sono giudici, come quelli che hanno lavorato nel mio pool, capaci di sottoporre i collaboranti ad interrogatori di terzo grado, come sapevano fare ieri Falcone e Borsellino, come sanno fare oggi Caselli, Natoli e tanti altri, che io conosco ed apprezzo”. Sta proprio ai giudici che conducono le indagini raccogliere, sulla base delle indicazioni fornite dai pentiti, “i riscontri oggettivi”. “Come abbiamo fatto noi del pool di Palermo al tempo della collaborazione di Buscetta. Raccogliemmo le sue deposizioni per oltre un anno, circondati da collaboratori fidati, poi abbiamo trasmesso i verbali alla polizia per le indagini, le ricerche, i riscontri. Furono raccolti ben 6.600 riscontri oggettivi a conferma di quanto ebbe a dichiarare Buscetta, che consentirono la condanna dei mafiosi nei diversi gradi del processo penale. I mafiosi reagirono ferocemente una volta che la Cassazione confermò la validità del teorema Buscetta, uccidendo i loro mediatori Lima, Salvo ed altri, impotenti ad intervenire per strapparli alla galera a vita”. “Si può eliminare la mafia con il lavoro, garantendo ai giovani un’occupazione stabile e dignitosa?” Per Caponnetto le due trincee avanzate nella lotta contro la mafia non sono solo costituite da magistratura e forze dell’ordine. Per delegittimare la mafia bisogna mirare all’occupazione e alla crescita culturale dei giovani. Proprio contro la scuola si accanisce l’ira dei mafiosi, “perché sanno che dalla scuola possono uscire generazioni nuove che rifiutano la violenza, come sta accadendo a Palermo, ove le nuove generazioni disconoscono il fenomeno mafioso”. I giorni per la ‘ndrangheta (il cui peso nefasto per anni è stata sottovalutato tra l’indifferenza generale) saranno contati - è l’assunto di Caponnetto - quando essa non potrà più fare affidamento sull’ignoranza, sulla paura, sulle minacce, perché le nuove generazioni attraverso la scuola acquisteranno consapevolezza e dignità. Come sta avvenendo in Sicilia, anche in Calabria i giovani devono fornire una risposta energica e coraggiosa. Devono impegnarsi in prima persona, con l’assunzione di precise responsabilità. “Questo è un punto fermo che voglio entri nella mente dei calabresi: come potete resistere a vivere in una condizione di sottomissione al potere mafioso, come potete dimenticare le tradizioni di fierezza, di civiltà della vostra meravigliosa terra? Ricordatevi che non si può stare a guardare dalla finestra. Bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare tutti uniti”. Allo stesso modo, sottolinea Caponnetto, di quanto è avvenuto, ad esempio, a Stefanaconi, dove un coraggioso giovane sindaco (Elisabetta Carullo, presente all’incontro), a cui va reso omaggio, ha invitato a raccolta altri giovani per gestire la pubblica amministrazione, “dimostrando che quando si riesce a stare insieme si possono anche sfidare minacce e intimidazioni”. Altri esempi di coraggio a cui fare riferimento non mancano ai calabresi: “Avete avuto un grande esempio in questa terra: Antonino Scopelliti, un grande magistrato. Gli ho voluto bene, conoscevo il suo impegno, la sua dedizione allo Stato”. Eppure sembra che lo si voglia dimenticare, che lo si voglia rimuovere dalla coscienza. “Non c’è una piazza o una via intitolate a Scopelliti, mentre sono migliaia le piazze intitolate a Borsellino e Falcone. Perché questo silenzio su Scopelliti, anche se si sa tutto sul ‘come’ e sul ‘perché’ è stato ucciso? La sentenza di morte di Scopelliti fu firmata quando accettò di sostenere l’accusa nel maxiprocesso in Cassazione contro la mafia palermitana. Era il magistrato più coraggioso, più invulnerabile. Gli furono offerti 5 miliardi perché porgesse la mano ai boss in difficoltà. Era temuto per la sua intelligenza e la sua onestà. E come si può dimenticare un sacrificio di questo genere?”. Come ha fatto Scopelliti, bisogna rispondere “no!” alla mafia, per difendere la legalità, che in Calabria tarda - diversamente che in Sicilia - ad affermarsi. “Lascio la vostra terra - ha concluso Caponnetto - dopo 3 giorni di profonda commozione per il silenzio, l’intensità, l’affetto con cui mi hanno seguito migliaia di giovani. Nei vostri occhi ho letto i segni di una nuova Calabria: terra di speranza, di amore, di sicuro avvenire