| RENATE
SIEBERT
1.
Criminalità e violenza femminili
In
questi anni si è dibattuto molto sul ruolo delle donne
nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso . Per un lungo
periodo l’opinione corrente, il giudizio di molti esperti, ma
anche le valutazioni di magistrati e giudici e, infine, le testimonianze
degli stessi uomini di mafia si erano assestati sull’idea che
le donne di tali ambienti avessero soltanto un ruolo passivo di
madri e mogli sostanzialmente all’oscuro degli atti criminali
perpetrati dai loro uomini. Queste donne dell’ombra apparivano
a tutti gli effetti esseri familiari, inseriti in contesti di
tipo tradizionale e premoderno e subordinate ai dettami di un
mondo patriarcale non molto diverso, per quanto riguardava il
contesto privato e familiare, dal resto del mondo “tradizionale”,
vale a dire quello contadino in via di urbanizzazione. Donne arretrate
e passive. Gli sviluppi recenti a partire degli anni ’90, legati
in gran parte alle testimonianze dei collaboratori di giustizia
(e di poche collaboratrici) e alle rotture dei precedenti equilibri
familiari e organizzativi, hanno fatto emergere infine un’immagine
assai differente, articolata e fortemente contrastante con l’icona
precedente.
Appare utile indagare il rapporto tra le donne e le varie forme
di criminalità organizzata di stampo mafioso a più
livelli: da una parte, all’interno del contesto generale del dibattito
sul rapporto tra donne e criminalità, dall’altra in relazione,
di volta in volta, alla storia e le specificità locali
delle organizzazioni criminali. Una particolare attenzione deve
essere rivolta alla questione del rapporto tra donne, devianza
criminale e violenza.
La
criminalità femminile
Occorre partire da un dato di fondo: in Italia – e in tutti i
paesi industrializzati paragonabili – il tasso di criminalità
femminile, in rapporto a quello maschile, è basso, ed è
particolarmente basso per quanto riguarda i delitti violenti.
Per questi ultimi, in Italia, le percentuali sono pressoché
costanti nei decenni (tra 6% e 8%), mentre per i reati contro
il patrimonio, furti ecc. la tendenza è all’aumento(tra
10% e 18%). In Italia la popolazione carceraria femminile è
ugualmente bassa con cifre che, negli ultimi cinquant’anni, oscillano
tra il 5% e il 7% della popolazione carceraria nel suo complesso
.
La palese differenza nelle condotte devianti tra donne e uomini
che si cela dietro tali dati è stata interpretata, grosso
modo, a partire da due assunti diversi:
a) L’ipotesi emancipativa. Secondo questo modo di vedere la minore
attività criminale femminile sarebbe da attribuire alla
sostanziale subordinazione delle donne in contesti patriarcali
e all’arretratezza delle loro condizioni di vita, soprattutto
per quanto riguarda la loro presenza nella sfera pubblica. Negli
anni ’70 si avanzava l’ipotesi che – con i processi complessivi
dell’emancipazione femminile – il divario quantitativo tra atti
criminali commessi da uomini e da donne si sarebbe presto attenuato,
avendo ora anche le donne, in modo crescente, opportunità
di intraprendere carriere sia legittime che illegittime. Questa
ipotesi, tuttavia, non ha trovato conferme, anche se ha dato luogo
a riflessioni e dibattiti sulla natura e le cause della partecipazione
femminile alla criminalità. Come nota una sociologa italiana:
“Dagli anni ’70 in poi non sono cresciuti i tassi di arresti,
denunce, condanne di donne per reati violenti e non sono aumentati,
anzi in alcuni casi sono diminuiti, almeno in Italia, anche i
tassi relativi a reati di tipo acquisitivo, fatta eccezione per
i furti nei grandi magazzini e i borseggi” .
L’assunto di fondo di questa prima ipotesi, che ho chiamato “emancipativa”,
è che la criminalità femminile vada spiegata nello
stesso modo di quella maschile. Ciò significa che non venga
tenuto conto delle differenze di genere che producono sentimenti,
emozioni, atteggiamenti, e condotte differenti.
b) L’ipotesi di genere. Questo approccio tende ad analizzare le
condotte devianti femminili, in primo luogo, come condotte “di
per sé”, vale a dire a partire da un’analisi del femminile
come costruzione sociale – in relazione a, ma anche indipendente
da ciò che è la costruzione sociale del maschile.
Sotto questo profilo la criminalità femminile non è
da considerare una sottospecie di una criminalità generale
“normale” che, nei fatti, viene rappresentata a partire dalle
nostre osservazioni della criminalità maschile (quella
che maggiormente è visibile), ma un modo di essere e di
agire che deriva dalla storia, dai processi psico-sociali di lunga
durata e dai processi di socializzazione delle donne. Tali processi
hanno una loro specificità ed originalità che rischia
di non essere neanche indagata se il metro di percezione e di
valutazione di ciò che sentono, pensano, fanno e non fanno
le donne rimane la condotta maschile.
La socializzazione alla femminilità comporta l’evitazione
dei rischi e l’interiorizzazione di vulnerabilità e debolezze
della propria identità sessuata che induce a comportamenti
devianti particolari. Nei contesti familiari le ragazze sono sottoposte
ad un controllo sociale primario più forte dei maschi e
si abituano ad avere minori libertà. Tendono maggiormente
a sublimare anziché ad agire in modo diretto. La violenza
simbolica che ha condizionato per secoli la socializzazione alla
differenza dei sessi, si perpetua anche al di là della
volontà degli individui. Scrive Pierre Bourdieu: “Le passioni
dell’habitus dominato (dal punto di vista del genere, dell’etnia,
della cultura o della lingua), rapporto sociale somatizzato, legge
sociale convertita in legge incorporata, non sono di quelle che
si possono sospendere con un semplice sforzo della volontà,
fondato su una presa di coscienza liberatoria. Se è del
tutto illusorio credere che la violenza simbolica possa essere
vinta con le sole armi della coscienza e della volontà,
ciò dipende dal fatto che gli effetti e le condizioni della
sua efficacia sono durevolmente iscritti nella zona più
profonda del corpo sotto forma di disposizioni” . A questo si
aggiunge che molta devianza femminile si esprime e viene interpretata
e repressa come patologia di tipo psicologico e psichiatrico.
Le donne, più degli uomini, vengono psichiatrizzate. “Possiamo
dire che se la devianza di tipo criminale delle donne è
molto minore di quella degli uomini, è anche perché,
paradossalmente, molti più comportamenti e atteggiamenti
sono vietati alle donne rispetto agli uomini: in altre parole,
l’ambito della devianza femminile è potenzialmente molto
più vasto, sebbene interpretato diversamente, di quello
maschile […] Ossia, la devianza femminile […] è più
spesso psichiatrizzata di quanto non sia criminalizzata” .
Quest’ultima affermazione rimanda alla storia lunga della differenziazione
penale, sul piano pratico come su quello teorico, tra donne e
uomini. L’imputabilità femminile, per secoli, era attenuata
o impedita con riferimento all’antico principio della infirmitas
sexus (o anche della imbecillitas sexus, oppure della fragilitas
sexus), mutuato dalla tradizione del diritto romano. “Forse è
possibile interpretare le ambivalenze che si registrano quando
una collettività deve infliggere una pena ad una donna
proprio in questa chiave: le donne fanno parte della comunità
in modo ambiguo, e certamente non con la stessa pienezza dei maschi;
a volte sono inglobate in essa, a volte ne sono escluse. La loro
sfera di appartenenza è partecipe della comunità,
ma solo in quanto legata in modo fondamentale e subalterno alla
famiglia. Esse incarnano insieme l’inferiorità sociale,
e una sublime vicinanza al sacro in quanto portatrici di vita.
Sono quindi intoccabili pubblicamente, perché insieme sacre
e inferiori. Si preferisce perciò delegare il loro controllo
alla famiglia, unica entità sovrana cui le lega un vero
patto. Quando, per qualche ragione, questo controllo viene meno
o chi lo esercita preferisce delegarlo al potere pubblico, si
manifestano i meccanismi ambigui della punizione sotto il segno
della politica dell’<attenuazione simbolica>” .
Devianza e criminalità femminile, quindi, costruite e definite
tra inclusione ed esclusione, tra sfera pubblica e sfera privata
familiare; forme di devianza e di criminalità che, in parte,
ancora attendono di essere dette dalle protagoniste stesse di
tali atti, e, comunque, di essere analizzate.
Donne
e violenza
Ricerche ed analisi circa il ruolo delle donne in ambito mafioso
ci rimandano necessariamente alla questione cruciale della violenza
e delle forme specifiche in cui tale violenza viene espressa,
agita, messa in scena dalle donne. Il rapporto con la violenza
agita – sia per gli uomini che per le donne – non è mai
disgiunto dalla violenza subita nel corso della propria vita.
Ma tale rapporto non è lineare; è invece molto controverso,
contraddittorio, con esiti a volte perversi. Sappiamo dai racconti
dei “pentiti” di mafia che una freddezza nell’uccidere, un congelamento
dei sentimenti e delle emozioni e una sostanziale assenza di sensi
di colpa fanno parte della normalità mafiosa e che col
cambio di vita – da mafioso inserito nell’universo consensuale
di tale ambiente a collaboratore di giustizia – questo ‘incantesimo’
si scioglie di colpo: conosciamo storie di ex uomini d’onore,
spietati killer nel passato, che si possono sentire oggi in ansia
per l’eventuale irruzione di un ladro in casa . In questi casi
la violenza, non più moralizzata e legittimata come attività
strutturante dell’attività mafiosa, riassume di colpo tutto
il suo spaventoso potere sull’individuo.
A differenza degli uomini, le donne sono portatrici di una inconsapevole
memoria storica dell’intrinseca vulnerabilità del proprio
corpo: un’esperienza metastorica iscritta nella qualità
riproduttiva del corpo femminile, che convive e si sovrappone
al modo individuale di rapportarsi alla violenza. A questo spesso
si aggiunge l’esperienza biografica di molestie e violenze, anche
di tipo sessuale. Enzo Ciconte ha ricostruito vari episodi di
violenza sessuale perpetrata da ‘ndranghetisti .
Memoria storica e memoria biografica situano quindi i soggetti
femminili in modo specifico nel contesto criminale violento, un
contesto che richiede grande freddezza e indifferenza nella manipolazione
della violenza e della morte perché ciò fa parte
di un’attività professionale strutturata. Credo che qui
ci troviamo di fronte ad un ulteriore tassello nella difficile
spiegazione della minore “capacità criminale violenta”
delle donne. Abbiamo casi di dissociazione e di collaborazione
da parte di donne che in questo modo si sono liberate da un rapporto
violento: tali storie non rappresentano, innanzitutto, una ribellione
alla violenza criminale sperimentata nel proprio ambiente di mafia,
ma è stata la violenza subita sul proprio corpo a far scattare
la molla. In questi casi la violenza che raggiunge e tocca l’intimo
ha fatto da detonatore per mettere in crisi e per distruggere
quell’altra violenza congelata, senza anima, che agisce da fondamento
e collante del potere mafioso.
Diamo per scontato che la polarizzazione tra uomini aggressivi
e dediti alla violenza e alla guerra, da una parte, e donne pacifiche,
riproduttrici della vita, dall’altra, sia da mettere da parte
come stereotipo o, nel migliore dei casi, come rappresentazione
sociale appartenente al passato. Tuttavia, le differenze esistono
e andrebbero studiate attentamente. In anni recenti si sono sviluppati
studi storici sulla partecipazione delle donne nella violenza
nazista e in contesti di tipo totalitario, dai quali emerge che
una sostanziale subordinazione femminile ad un contesto di potere
con forti connotazioni maschili e maschiliste non impedisce alle
donne di essere attive e di agire, anche loro, in modo violento.
Si può essere carnefici in alcune situazioni, pur essendo
vittime in altre. Un gran numero di donne era al corrente e in
parte complice delle attività dei loro mariti, fratelli
e amanti, ad esempio nelle SS . Un altro filone di ricerche approfondisce
il rapporto tra donne e guerra, donne e violenza sanguinaria.
Anche in tali contesti di ricerca si sottolinea che le donne sono
capaci di atti di crudele violenza, ma che - non essendo considerate
soggetti a pieno titolo – le loro azioni appaiono caotiche e occasionali:
“La violenza maschile poteva essere moralizzata come attività
strutturata – la guerra – e, in tal modo spersonalizzata e idealizzata.
La violenza femminile, invece, non portava a nulla di buono. Era
troppo personalizzata e vendicativa […] L’azione collettiva maschile
può essere moralizzata, può avere luogo all’interno
dei confini legittimati della cultura. Al di fuori di un orizzonte
fuso con la storia della guerra/politica, la violenza femminile
si frantuma in rivolte, rivoluzioni o anarchia; quando le cose
sfuggono al controllo. Quando le donne trasgrediscono, de-realizzandosi
come soggetti pacifici e pacificati, le opzioni sono limitate
[….] Storicamente gli uomini che superano i limiti in fatto di
violenza hanno avuto di fronte a sé delle opzioni più
ampie” .
In un recente studio sulla storia dell’uccidere, del face-to-face
killing, nel ventesimo secolo, Joanna Bourke sostiene che nella
sostanza non ci sia differenza nel piacere di uccidere tra donne
e uomini, solo che le donne, fino adesso, sono state impedite
nell’esercizio concreto delle attività violente belliche:
“Le donne non conficcavano le baionette nella carne viva ma immaginavano
di farlo” . Tuttavia, il fatto di desiderare di esercitare violenza
e, contemporaneamente, di esserne materialmente impedite (come
rintracciato negli esempi analizzati dall’autrice: le due guerre
mondiali e la guerra del Vietnam), porta a forme violente di compensazione.
“Invece di essere l’“altro” in guerra (come sostengono certi storici),
le donne hanno fatto parte integrante dei massacri e della mitologia
che li circonda […]. Il piacere della violenza era condiviso dalle
donne ma, siccome era loro negata l’esperienza del combattimento
e quindi la sua rappresentazione realistica e letteraria, esse
reagirono offrendo e sacrificando i corpi dei loro figli, fidanzati
e mariti sui campi di battaglia. Grazie a tale violenza, esse
si sono guadagnate il diritto al dolore” . Non è difficile
scorgere in questa analisi un quadro problematico che ci rimanda,
ad esempio, al ruolo delle donne di mafia nella pedagogia della
vendetta.
Le analisi più compiute si riferiscono quindi all’esperienza
della violenza femminile in riferimento alle guerre, ma forse
da qui possono derivare stimoli interessanti per analizzare il
ruolo delle donne nel contesto di quella particolare forma di
“guerra civile” che può assumere lo scontro tra democrazia
e mafia in determinati contesti.
Possiamo avanzare l’ipotesi che le donne di mafia, proprio perché,
da una parte, abituate alla violenza nelle relazioni fra gli affiliati
e fra loro e il mondo circostante ma, dall’altra, anche perché
subordinate e costrette ad esprimere alcune forme e non altre
di tale violenza, rappresentino un vero e proprio capitale sociale
per le organizzazioni criminali nell’esercizio della “signoria
territoriale”. Anticamente dominate e sottomesse, le donne hanno
sviluppato un rapporto ambivalente e dipendente con il potere
e con la violenza; un rapporto ambivalente anche con la condizione
di vittima. In modo quasi perverso il potere, di cui, tuttavia,
si conosce per lo più il lato oppressivo, attrae. Tale
predisposizione o habitus struttura profondamente la relazione
con l’altro, con l’uomo: “In quanto la socializzazione differenziale
dispone gli uomini ad amare i giochi di potere e le donne ad amare
gli uomini che li giocano, il carisma maschile è, in parte
almeno, il fascino del potere, la seduzione che il possesso del
potere esercita, in sé, su corpi di cui persino le pulsioni
e i desideri sono politicamente socializzati” . Se questo vale
in generale, ha particolare rilevanza in contesti segnati palesemente
da violenza.
2. Le donne di mafia
Dobbiamo
distinguere tre successive fasi entro cui sintetizzare l'evoluzione
dell'immagine, della presenza pubblica e della visibilità
delle donne di mafia (qui il riferimento è alle organizzazioni
mafiose italiane) a partire dal secondo dopoguerra fino ai nostri
giorni.
Possiamo parlare di un primo, lungo periodo di invisibilità
rispetto alla dimensione pubblica, che procede con piccole interruzioni
fino ai primi anni '80 del secolo appena concluso. A partire dalla
seconda metà - o meglio dai primi anni '80 - del '900,
si comincia a parlare di donne di mafia soprattutto quando ci
sono figure femminili direttamente coinvolte in vicende giudiziarie,
o come vittime, o come artefici dirette, o come soggetti di supporto.
Il processo di emersione e questa fase di visibilità continuano
gradualmente fino alla metà degli anni '90 - siamo all'interno
della seconda fase - registrando una nuova specificità:
la presenza in prima persona delle donne di mafia sulla scena
pubblica, con il manifestarsi di esplicite dichiarazioni rilasciate
agli organi di informazione, per tutto il periodo di tempo caratterizzato
dalla cosiddetta emergenza-pentiti.
Infine - e siamo alla terza fase - a partire dal 1996/97 circa,
e fino ai nostri giorni, si registra una nuova situazione contrassegnata
da una forma di invisibilità diversa dalla precedente.
Non più donne che parlano ai giornali, ma donne le cui
vicende finiscono sui giornali perché coinvolte appieno
nell'organizzazione: sono in prevalenza donne giovani, mogli,
sorelle o compagne di mafiosi che prestano il loro pieno appoggio
alle strategie dell'organizzazione.
Oggi, nel caso delle donne, come del resto per le mafie in generale,
la difficoltà nell’approfondire le indagini e le riflessioni
è data dal fatto che tutto è di nuovo sommerso e
sotto traccia.
Ma in questo sommerso ci pare stia emergendo una nuova figura
di donna, professionalizzata, con competenze specifiche, coinvolta
anche in virtù di tali competenze, più organica
e - al contempo - tradizionalmente radicata su vincoli familiari
(acquisiti o di sangue), secondo il mix vincente tradizione/innovazione
che contraddistingue le organizzazioni mafiose.
A partire da un lavoro di ricerca sul ruolo delle donne nella
criminalità mafiosa sul piano internazionale (Italia, Germania,
Giappone, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Albania, Turchia, Spagna,
Colombia), concepito in occasione della Conferenza ONU a Palermo
nel 2000 e coordinato da Giovanni Fiandaca (Università
di Palermo), vorrei brevemente riassumere alcune indicazioni emerse
nel corso di tale lavoro:
- l’importanza di procedere nella direzione di una precisazione,
descrizione e analisi dei ruoli e delle funzioni delle donne in
tali contesti a partire dai racconti e dalle dichiarazioni delle
donne stesse (perché, fino a adesso, disponiamo soprattutto
di dichiarazioni di uomini mafiosi, collaboratori o meno che siano);
- cercare di leggere le fonti, liberandoci dai vincoli di una
rappresentazione sociale diffusa che percepisce la devianza femminile
come identica a quella maschile, diversa soltanto in termini quantitativi
(e che, comunque, come punto di riferimento, definisce in modo
implicito la devianza maschile come quella “normale”);
- la necessità di descrivere in modo particolareggiato
le pratiche femminili criminali per poi valutare, a partire da
un’analisi del funzionamento dell’organizzazione mafiosa specifica,
se l’attività femminile, nel singolo caso, possa essere
definita come supporto, come temporanea delega del potere, oppure
come articolazione del potere stesso (va detto che gli uomini
agiscono su tutti questi vari livelli).
Inoltre, occorre mettere a fuoco la questione del riconoscimento:
da chi e da che cosa dipende che, all’interno dell’organizzazione,
un ordine venga eseguito da parte degli affiliati? Il potere ce
l’hanno coloro che riescono a farsi obbedire. Se una donna dà
ordini che non hanno la legittimazione di un uomo (marito, fratello,
figlio) alle sue spalle, cosa accade? Per adesso sembrerebbe che
il meccanismo riconoscimento-obbedienza scatti soltanto nei confronti
di altri uomini, salvo essere temporaneamente messo in atto nei
confronti di una donna per un periodo limitato in cui la donna
agisce al posto del proprio uomo latitante o in carcere.
Rispetto alla questione centrale del potere appare importante
trovare tracce di definizioni nelle dichiarazioni sia di donne
che di uomini, per cogliere se l’intreccio tra ricchezza, capacità
di incutere paura e esercitare violenza, peso clientelare-politico,
consapevolezza della propria capacità di mediare e di egemonizzare
le relazioni con gli altri in modo gerarchico (aspetti diversi
che compongono ciò che possiamo chiamare il potere mafioso)
venga vissuto in modo significativamente diverso da uomini e da
donne, sia per quanto riguarda la propria capacità di esercitare
un tale potere, sia per quanto riguarda la disponibilità
di riconoscerlo negli altri. (Non dimentichiamo, inoltre, che
un importante interfaccia della mafia, vale a dire il potere politico
italiano, nei suoi vertici è quasi esclusivamente maschile).
Complessivamente, per quanto riguarda le organizzazioni mafiose
in Italia, abbiamo individuato una molteplicità di funzioni
nelle quali oggi sono impiegate le donne di mafia:
a. Attraverso specifiche strategie matrimoniali, le donne rinsaldano
i legami tra le famiglie mafiose.
b. Centrale è il ruolo femminile nel processo educativo
e di socializzazione.
c. Una sfera importante, prevalentemente lasciata alla gestione
femminile, è quella del rapporto con il sacro, la religione
e la Chiesa.
d. Strategico è il ruolo delle donne nei processi di comunicazione.
e. La donna è anche il veicolo di un'immagine rispettabile
dell'organizzazione (soprattutto negli ambienti della borghesia
mafiosa viene sottolineato il fatto che per mantenere le relazioni
sociali con politici o professionisti le mogli degli uomini d'onore
svolgono un ruolo insostituibile).
f. Le donne contribuiscono, in generale, a rendere “normale” il
volto dell'organizzazione e, anche in virtù di tale presunta
normalità, ad alimentare il consenso intorno all'organizzazione.
Le donne sono un importante anello di congiunzione nell’esercizio
della “signoria territoriale”.
g. Sono poi le figure più affidabili utilizzate nei momenti
di reale emergenza e per compiti di alta responsabilità
(dalla raccolta del pizzo alla temporanea guida del clan).
h. Diventano anche strumenti simbolici e vittime nelle vendette
trasversali.
i. Sono ancora utili strumenti per superare i controlli delle
forze di polizia e autorità giudiziarie.
j. Hanno assunto un ruolo centrale nelle strategie mafiose per
scoraggiare gli affiliati che sarebbero pronti per la collaborazione
con la giustizia.
Visto tutto ciò si può ipotizzare che le donne rappresentino
uno specifico capitale sociale per l’organizzazione mafiosa.
3. Emancipazione ambigua
Volendo
abbozzare un quadro delle tendenze in atto, appare che il rapporto
fra uomini e donne nel mondo della criminalità organizzata
di stampo mafioso, sia sul piano delle attività criminali,
sia sul piano strettamente relazionale e familiare, stia mutando,
e che tali mutamenti sono in parte imputabili ai cambiamenti della
società nel suo complesso. Vale a dire che molti aspetti
dei processi di “emancipazione femminile” – quelli che maggiormente
riguardano la sfera pubblica – e che comprendono la scolarizzazione,
il lavoro e la partecipazione delle donne alle attività
della sfera pubblica hanno avuto ripercussioni sul “mondo a sé”
(e sostanzialmente chiuso) delle mafie. Un magistrato calabrese
intervistato parla, ad esempio, del mutato rapporto fra i coniugi
nel periodo della latitanza, sottolineando come ciò dipenda
innanzitutto dalla maggiore autonomia delle mogli.
Così come le donne delle famiglie mafiose - o perché
abilmente manovrate dagli uomini dei clan, o perché volentieri
protagoniste della sfera pubblica - sono state coinvolte in prima
persona nelle strategie comunicative contro la magistratura, contro
la collaborazione e a favore degli interessi criminali, così
appaiono anche impegnate nella gestione economica della ricchezza
e nell’attività criminale violenta, come l’estorsione,
l’usura, il traffico di droga e quello delle armi. In tutto ciò
sembrerebbe che sfruttino abilmente un certo connaturato “disordine
femminile” legato alle mille piccole incombenze delle attività
domestiche e della “doppia presenza”, sapendo che nelle pieghe
della vita quotidiana e dei “lavori donneschi” si possono ben
nascondere messaggi, armi, denari, dosi di droga e altro. Gli
uomini in confronto, secondo i magistrati, appaiono più
prevedibili, più facilmente controllabili. Inoltre, appare
dalle nostre interviste che le donne siano particolarmente condizionate
dalla ricchezza prodotta dall’attività mafiosa dei loro
uomini. Quanto l’agio del consumo, il denaro facile e il relativo
aumento di status condizionino il consenso delle donne è
leggibile anche, in negativo, nelle difficoltà che queste
persone sperimentano quando, sotto protezione, devono arrangiarsi
con molto di meno. Tale difficoltà nel ritornare ad un
livello dei consumi modesto condiziona la disponibilità
delle mogli di (potenziali) collaboratori di giustizia a prestarsi
a diventare lo strumento per veicolare le intimidazioni dell’organizzazione
mafiosa. Spesso sono loro che fungono da tramite delle minacce
di morte per “convincere” i mariti a tornare sui loro passi. Racconta
un magistrato che stava trattando la collaborazione di un killer
di mafia, condannato all’ergastolo: “Mi trovai davanti ad uno
scoglio insormontabile quando ebbi davanti la moglie. Una ragazza
giovane di 25 anni. Questa donna arrivò a dirmi alla fine
che se il marito continuava nella decisione di collaborare non
gli avrebbe neanche fatto vedere il figlio, l’unico figlio che
aveva avuto, e mi disse che praticamente lo avrebbero ritenuto
morto. […] Oggi le donne sono talmente forti nel gruppo familiare,
hanno tanto peso, perché questo non è un caso isolato.
La donna che decide che il marito non deve collaborare ottiene
risultati […] e c’è uno che sta facendo l’ergastolo, no,
no, la donna sostanzialmente conta” .
Data questa situazione, nella quale si scorgono molti elementi
di cambiamento che fanno intravvedere un maggiore coinvolgimento
attivo delle donne nell’esercizio del potere della mafia, si pone
la domanda delle prospettive circa la loro assunzione di un effettivo
comando nelle organizzazioni mafiose. A tale proposito vorrei
citare la risposta di un magistrato ad una mia domanda circa la
possibilità che una donna, al momento del ritorno dal carcere
del capo-clan, possa non essere disposta a ritornare in una posizione
subordinata: “Secondo me questo è difficile che accada,
a meno di non trovare una cosca che comincia ad essere retta proprio
da una donna. Ma penso che di questo ben difficilmente ne troveremmo
traccia in tutta Italia, non solo nel Distretto nostro. Secondo
me il ruolo della donna rimane sempre quello di reggenza temporanea
in assenza del marito detenuto o latitante” . Sembrerebbe allora
di poter dire (in base al materiale fino adesso raccolto) che
l’ipotesi della temporanea delega del potere delle donne in ambiente
di mafia sia quella più vicina alla realtà.
Potremmo
parlare dell’emancipazione ambigua delle donne di mafia come affermazione
di un pseudo-soggetto femminile? Cercherò brevemente di
dare consistenza teorica a tale possibilità. Mi sembra
di poter dire che ciò che avviene nella società
nel suo complesso (tendenze emancipative, parità, uguaglianza,
diritti) abbia delle ripercussioni sul mondo mafioso, ma, tuttavia,
occorre sottolineare che tali ripercussioni non prefigurano un
processo analogo, solamente ritardato nel tempo. Il punto qui
è che la società italiana è una società
democratica, lo Stato italiano è uno stato democratico,
la Costituzione garantisce l’uguaglianza dei diritti per uomini
e donne. Tale asserzione, senza con ciò voler negare le
palesi imperfezioni della realtà democratica quotidiana,
appare molto importante, soprattutto quando si discute di mafia.
La mafia, infatti, è un’organizzazione autoritaria, con
tendenze totalitarie nella sua egemonia territoriale, con pretese
di dominio arbitrario e antidemocratico e, infine, con regole
non scritte, condotte consuete e relazioni interpersonali informate
esplicitamente a forme di convivenza e tradizioni familiari fortemente
patriarcali. Tra mafia e democrazia vi è dunque una contraddizione
stridente.
Questa constatazione è importante per un’analisi del ruolo
delle donne e, soprattutto, per una valutazione delle prospettive
di sviluppo di tale ruolo nell’ambito mafioso. L’emancipazione
femminile è un processo, non è un dato isolato,
e riguarda contemporaneamente persone e istituzioni. E, soprattutto,
riguarda contemporaneamente la sfera pubblica e la sfera privata.
Per parlare di emancipazione, di conquista dell’individualità
e conferma di una soggettività occorre prendere in considerazione
sia il lato individuale (in questo caso la donna che sceglie e
sperimenta la propria soggettività anche e soprattutto
dicendo di “no”), sia il lato istituzionale (vale a dire un contesto
che garantisce e tutela i diritti della persona, uomo o donna
che sia). E occorre prendere in considerazione sia la vita lavorativa
e pubblica delle donne, sia la loro vita affettiva, familiare
e privata. Questi processi, collettivi e individuali insieme,
si nutrono di una tensione costante, quella tra ciò che
è e ciò che potrebbe essere. Ciò che è
sono le storie individuali imperfette, le personalità femminili
diverse, le storie familiari e private che possono entrare in
conflitto con le libertà garantite dalla legge. Ciò
che è sono le capacità (o incapacità) individuali
di mediare tra diritti civili formalmente garantiti e realtà
affettive e materiali: ci possono essere livelli di coscienza,
ma anche di dipendenza economica, che portano a situazioni di
subordinazione, di dipendenza da altre persone che sono in palese
contrasto con le potenziali dimensioni di libertà e di
uguaglianza che l’ordinamento garantisce.
Ciò che è, quindi le imperfezioni personali e contestuali,
sono, in democrazia, in una tensione vitale e dinamica con ciò
che potrebbe essere, la promessa di felicità e libertà
che fonda il concetto e i processi di emancipazione e che è
depositata nell’ordinamento, nei diritti e nei doveri.
Ma tale tensione è esattamente ciò che manca ai
processi di “emancipazione” delle donne che hanno luogo all'interno
dei contesti mafiosi. L'emancipazione rappresenta, in generale,
la capacità di un soggetto di affermarsi come tale: ma
il soggetto che resta impigliato nelle reti di subordinazione
e di sopraffazione che costituiscono il tessuto mafioso non acquisisce
tale capacità.
Mi pare dunque fuorviante considerare la crescente attività
criminale delle donne di mafia come un indice di emancipazione
tout court. Tuttavia, come ho cercato di argomentare, questo non
significa assolutamente voler sottovalutare, o addirittura negare,
i grossi cambiamenti riguardo alla relazione fra i sessi in ambito
mafioso.
Uno degli elementi portanti per analizzare il rapporto fra i generi
maschile e femminile in una prospettiva storica è del resto
la loro rispettiva collocazione tra pubblico e privato. Senza
entrare in questa sede nelle dinamiche generali di tale collocazione
nella nostra società, vorrei soltanto avanzare l’ipotesi
che una delle caratteristiche della criminalità organizzata
di stampo mafioso – vale a dire l’accaparramento privato delle
risorse pubbliche – è riscontrabile anche nella gestione
del capitale sociale e simbolico che le donne rappresentano per
i mafiosi nel quadro delle logiche di arricchimento e di potere.
Mi pare di poter riscontare, ad esempio, nello sviluppo delle
nuove strategie comunicative della mafia che vede le donne impegnate
“in primo piano” (materialmente e metaforicamente), un uso privato
di una risorsa pubblica, quella dei media. L’uso di tali canali
per lanciare minacce, per comunicare in codice e per proferire
anatemi non valorizza i beni pubblici ma li impoverisce. D’altronde,
quanto sia stato strumentale l’impiego delle donne nelle nuove
strategie comunicative si evidenzia nella natura limitata del
fenomeno. Scrive Alessandra Dino: “Abbiamo ritenuto di trovare
una spiegazione a questa emersione di uno specifico spazio di
espressione al ruolo femminile, con la necessità avvertita
da Cosa Nostra di mostrare il suo volto migliore: quello che meglio
di altri richiamasse la normalità; da qui, la mobilitazione
delle figure femminili che nel quotidiano sono le portavoce per
eccellenza”. Ma tale protagonismo femminile, evidentemente, ha
poco a che vedere con un’emancipazione attraverso una partecipazione
delle donne alla vita pubblica, tanto che “[…] è una presenza
di breve durata, per il tempo necessario all’organizzazione mafiosa
di riadattarsi al cambiamento e sperimentare strategie più
discrete e misurate” .
Se lo sviluppo storico di un soggetto femminile, nonostante le
profonde ferite e lacerazioni che hanno accompagnato i processi
di emancipazione, può essere letto come un processo di
liberazione dalla violenza patriarcale maschile (nelle relazioni
intime come nelle relazioni pubbliche), la produzione sociale
di uno pseudo-soggetto femminile (come nel caso della mafia, come
nel caso di regimi nazisti o fascisti, come nel caso di tutti
i domini basati sul maschilismo patriarcale) non può, a
mio avviso, essere frainteso come un processo di emancipazione.
La produzione di un pseudo-soggetto femminile è un processo
che si accompagna di forti violenze nei confronti delle donne,
spesso agite dalle donne stesse, che si situano sia sul piano
simbolico, sia sul piano della violenza fisica e sessuale.
La sovrapposizione e l’incastro tra strutture democratiche e garanzia
dei diritti, da una parte, ed enclavi territoriali e interstizi
sotto un dominio mafioso a carattere totalitario, dall’altro,
è tipico per le situazioni in cui la criminalità
organizzata a carattere mafioso è presente. Lungi dall’essere
un fenomeno che denota arretratezza, si tratta invece di un fenomeno
in crescita a livello internazionale che s’inserisce nei fenomeni
complessivi della globalizzazione e che rappresenta una forte
sfida per la sostanza stessa dei sistemi democratici e in particolare
per le democrazie deboli o in via di formazione . Anche sotto
questo profilo appare molto importante analizzare il ruolo delle
donne in tali contesti senza cedere alla tentazione di considerare
qualsiasi maggiore coinvolgimento attivo delle donne già
come segno di emancipazione. Anzi. Vale ancora l’osservazione
che lo statuto delle donne in un determinato contesto sociale
fornisce indicazioni significative circa il grado di civiltà
di una collettività. L’affermazione di uno pseudo-soggetto
femminile, come nei contesti di mafia, rimanda a tendenze violente
a carattere totalitario che minano dal di dentro la democraticità
delle società.
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