| Nove
le vite spezzate sull’altare del coraggio dell’informazione della
verità contro la criminalità organizzata.
Nove esempi da non dimenticare che la memoria deve tutelare e
conservare per non rendere vano il loro grande sacrificio.
Dal lontano 5 maggio 1960, quando Cosimo Cristina, venne ritrovano
privo di vita in una galleria ferroviaria con l’archiviazione
immediata del caso con la tesi del suicidio. Solo dopo tanti anni
i pentiti dissero che si trattò di un omicidio perché
sul periodico “Prospettive Siciliane” Cosimo Cristina aveva osato
fin troppo svelando i misteri di un oidio di mafia avvenuto a
Termini Imprese. Nel 16 settembre 1970 scompare, e per sempre,
Mauro De Mauro, a Palermo. Aveva scoperto la verità sulla
morte di Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Giovanni Spampinato,
giornalista dell’Ora, ad appena ventidue anni venne assassinato
il 27 ottobre 1972 per aver pubblicato delle inchieste sugli intrecci
fra mafia, eversione nera e politica nella sua città ,
Ragusa. Peppino Impastato, nella sua coraggiosa denuncia alla
mafia fondò Radio Out e venne iscritto all’all’albo dei
giornalisti alla memoria. Venne ucciso il 9 maggio 1978. Mario
Francese, cronista giudiziario de “Il Giornale di Sicilia” cadde
il 26 gennaio 1979. Fu il primo a scrivere sull’ascesa dei corleonesi
e di Totò Riina. Giuseppe Fava, fu l’artefice di un giornalismo
d’assalto memorabile con “I Siciliani”. Venne assassinato il 5
gennaio 1984 per aver denunciato gli intrecci politico - affaristici
- mafiosi della sua Catania. Il 25 settembre 1985 1985 muore a
ventisei anni Giancarlo Siani, corrispondente del Mattino, ucciso
dalla Camorra per aver pubblicato alcuni articoli su traffici
a Torre Annunziata. Il 26 settembre del 1988 muore Mauro Rostagno,
sociologo originario di Trento, impegnato in Sicilia con una emittente
televisiva privata dalla quale denunciava con nomi e fatti lo
strapotere della mafia. L’8 gennaio 1993 viene freddato Beppe
Alfano, corrispondente del quotidiano “La Sicilia” a Barcellona
porto di Gozzo, nel messinese. Denunciò i grandi appalti
mafisi dell’asse Messina - Palermo.
Nove vite spezzate nel nome della verità.
Nove vite per un mondo migliore.
Contro l’oblio e la sofferenza.
PEPPINO IMPASTATO
La storia di Peppino
è una svolta nell’evoluzione della lotta alla Mafia in
Sicilia. Un giovane figlio della sua Cinisi che decide, con coraggio,
di rompere gli schemi, di respingere la regola ferrea dell’omertà
e del tacto silenzio. Un giovane realmente rivoluzionario che
sognava di cambiare il mondo, il suo mondo. Un giornalista di
fatto che ha pagato con la vita il prezzo, sempre altissimo, del
coraggio della verità. Un botto e tutto dimenticato. Questo
hanno pensato i mafiosi del clan Badalamenti quando gli legaorono
attorno al collo la gelatina per ucciderlo. Ma sbagliavano. La
memoria esiste è Peppino è una luce per tutti coloro
i quali credono ancora che l’impegno contro la mafia sia atto
rivoluzionario e consacrazione nell’eterna lotta fra il bene ed
il male che caratterizza la vita terrena. La memoria parla di
un ragazzo che rompe con la sacralità della sua famiglia,
che fonda un giornalino “L’idea socialista” e apre “Radio Out”
e scrive che “la mafia è una montagna di merda”. Nelle
sue trasmissioni radiofoniche Don Gaetano Badalamenti era Don
Tano Seduto, Cinsi divenive Mafiopoli. Con l’ironia e la voglia
di vivere di un giovane ragazzo degli anni settanta che voleva
cambiare il mondo Peppino Impastato ha donato la sua vita per
un mondo migliore.
SCHEDA SU GIANCARLO SIANI
Aveva solo ventisei
anni quando i sicari dei boss della Camorra, Valentino Gionta
e Angelo Nuvoletta, decretarono la morte di un giovane ed appassionato
cronista de “Il Mattino” di Napoli. Era il 25 settembre 1985 ed
il destino crudele della violenza della Camorra si abbattè
su Giancarlo Siani. Pagò con la vita il coraggio di aver
denunciato e svelato gli intrecci e gli affari che erano dietro
alle coopertaive di detenuti che gestivano alcuni servizi presso
alcune amministrazioni comunali di grossi comuni del napoletano.
Ebbe il coraggio di scrivere sugli intrecci ombrosi ed oscuri
del rapporto fra mondo criminale e mondo politico. Intrecci che
sono la forza della criminalità e che ne rendono possibile
la crescita e l’espansione.
I boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta sono stati condannati
quali mandanti dell’omicidio.
Un fulgido esempio di coraggio e di giornalismo contro che, vivo
nella memoria del popolo onesto, deve indurre a continuare a combattere
per una società libera dalle oppressioni delle mafie.
SCHEDA SU I CONIUGI
AVERSA.
Salvatore Aversa
e la moglie Lucia Provenzano vennero uccisi il 4 gennaio 1992
nella centralissima Via dei Campioni di Lamezia Terme. Un efferato
crimine che venne caratterizzato anche da storie poco edificanti
come la violazione delle tombe dei coniugi uccisi dalla criminalità
organizzata lametina e dal fatto che, in un primo tempo, le indagini
si indirizzarono sui giovani Renato Molinaro e Giuseppe Rizzardo,
quali esecutori materiali venendo accusati da una presunte testimone
oculare del delitto, Rosetta Cerminara, che per tale atto venne
insignita della medaglia al valor civile dall’allora Presidente
della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per poi, invece, scoprire
attraverso le collimanti dichiarazioni di cinque diversi pentiti
che si trattò di un delitto di mafia e che Rizzardi e Molinaro
erano estranei al delitto. Il sovrintendente di Polizia Salvatore
Aversa pagò con la sua vita la sua abilità di segugio
ed il senso alto delle istituzioni. Con le sue indagini era giunto
al cuore della ‘ndrangheta lametina e rappresentava un serio pericolo
per le cosche. Ed anche i due esecutori materiali del delitto
provenienti d a Taranto, Salvatore Chirico e Stefano Speciale,
pentendosi, si autoaccusarono dell’orrendo delitto.
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