| Mafia
politica e società.
Quello che distingue la mafia, rispetto alle altre similari organizzazioni,
è il suo profondo radicamento sociale, la ricerca del consenso
e di partecipazione al potere ed il suo interessato rapporto con
la politica.
Sarebbe, d’altronde, del tutto fuorviante e riduttivo tentare
di spiegarne la secolare continuità limitandosi a considerarla
con esclusivo, o principale, riferimento alla sua, pur violentissima,
componente criminale.
Volendo risalire alla individuazione delle origini e delle cause
di tali particolarità, occorre tenere presente che il conseguimento
di una posizione di monopolio (in economia) o di presenza condizionante
(in politica) attraverso l’uso, o la minaccia, della violenza,
ha da sempre imposto al mafioso la necessità di costruire,
ampliare e rafforzare una fitta rete di rapporti con le altre
persone “che contano” nel medesimo ambiente.
L’”uomo di rispetto” si colloca, così, al centro del divenire
delle relazioni sociali. E vi rimarrà pur nel mutare degli
assetti politici, economici e sociali susseguitisi nel tempo.
Il suo comportamento fondamentale si incentra nella mediazione
tra classi sociali in stato di conflittualità, anche latente,
e tra queste ed il potere politico-burocratico, sempre, naturalmente,
in chiave di composizione tra opposti interessi. Sorge così
la nozione concettuale di “clientela”.
Il rapporto clientelare possiede più di una componente
in comune con la relazione interpersonale di tipo mafioso.
L’uno e l’altra, infatti, presuppongono una netta disuguaglianza
di status e di potere tra i soggetti interessati. Il lato debole
è, ovviamente, costituito dai “clientes”, quello forte
dai “padrini”.
Il rapporto che li lega si fonda sullo scambio tra le risorse
possedute dal padrino, che si impegna ad usarle in modo da favorire
o, quantomeno, non ostacolare il cliente e la contropartita offerta
da quest’ultimo in termini di fedeltà, disponibilità,
astensione da comportamenti non graditi ed uso del voto in conformità
alle indicazioni ricevute.
La catena clientelare si stringe, in ogni caso, mediante una disparità
di forza contrattuale apparentemente compensata dal riferimento
a valori quali il sentimento di protezione, da un lato, e la fedeltà
“per grazia ricevuta”, dall’altro. In realtà è l’intimidazione,
anche se non palese, a cementare il nesso.
La sanzione per l’eventuale trasgressione può raggiungere
il colpevole, che perciò la teme, anche in termini di emarginazione
sociale oltre che, naturalmente, in modo diretto e violento. Ipotesi,
quest’ultima, tipica della relazione a sfondo mafioso.
Il clientelismo, insomma, costituisce la forma più scontata
e ovvia di associazione allorquando sussista, in concreto, una
situazione di disuguaglianza e, quindi, di potenziale subordinazione
di talune fasce sociali rispetto ad una, o più, élite.
Così avviene, per esempio, nel legame che si stabilisce,
sussistendo le predette condizioni, tra elettore e partito politico.
Il nesso clientelare conviene ad entrambi. L’elettore ne ricava
il convincimento di avere tratto il massimo vantaggio dall’uso
del voto che, se sottratto allo scambio, finirebbe con il risolversi
nella mera manifestazione di un credo politico, piuttosto che
di un altro, e, quindi, nella assenza di alcun concreto beneficio.
Il partito politico, a sua volta, si giova per la raccolta del
consenso della via più facile, quella cioè della
sapiente distribuzione delle risorse di cui dispone. Ben più
arduo e vago risulterebbe il tentativo di conseguire lo stesso
risultato attraverso appelli o messaggi privi di qualsiasi contenuto
materiale. Con, per di più, l’ulteriore posta attiva costituita
dallo stretto collegamento che così si stabilisce tra incremento
delle risorse disponibili e misura del consenso conseguito.
Il ruolo della mafia, in un contesto di tal fatta, assume connotazioni
determinanti per il raggiungimento dei fini che la caratterizzano.
La funzione di mediazione che le è propria le consente,
infatti, di valorizzare al massimo la logica clientelare della
quale, inoltre, è essa stessa sapiente interprete e, tutto
sommato, originaria progenitrice.
Ma quali sono le ragioni per cui un rapporto istintivo, come quello
clientelare naturale, in un contesto di disuguaglianze profonde,
di potenziale subordinazione di alcune fasce sociali rispetto
ad altre, non trova dovunque il medesimo sviluppo?
Orbene, l’humus meno favorevole allo sviluppo del clientelismo
è costituito solo marginalmente da dati di tipo culturale,
o ambientale. Il vero discrimine è rinvenibile nelle seguenti
situazioni: a) esistenza di una burocrazia informata a criteri
di efficienza e legalità; b) assenza di usi discriminatori
delle risorse e dell’ amministrazione da parte dei partiti politici,
che tale propensione inevitabilmente tendono a realizzare.
La storia del Mezzogiorno non ha mai conosciuto la sussistenza
di tali situazioni.
Il primato della dimensione clientelare ha favorito al massimo
la permeabilità del sistema politico all’infiltrazione
mafiosa.
La colpevolizzazione di questo, o quel partito politico è
del tutto inutile e marginale. Le condizioni di quel primato preesistevano
tutte. L’autentica, grave responsabilità è di tipo
omissivo e consiste, cioè, nel non avere operato in modo
tale da rimuovere quella tendenza. Ma in un sistema di concorrenzialità
elettorale, tale compito non poteva in alcun modo essere coronato
da successo ove un solo partito se ne fosse dato carico. L’unico
risultato certo sarebbe stato, infatti, quello di assicurarsi
una caduta del consenso in favore dei partiti concorrenti e, non
disposti a muoversi in sintonia.
Ciò spiega anche perché è del tutto erroneo
collegare il voto mafioso ad un solo partito o, comunque, a tutto
il partito.
E’ il sistema dei partiti nel suo complesso, quelli di governo
naturalmente in misura nettamente superiore e proporzionale alla
propria forza, che si è macchiato della gravissima colpa
di avere rinunziato ad elevare la qualità della politica,
trovando invece cinicamente assai più comodo ed utile limitarsi
a ricercare il consenso prendendo atto dell’esistente e, anziché
impegnarsi a determinarne in qualche modo l’evoluzione, organizzandosi
a sua immagine e somiglianza per ricavarne la maggiore quantità
di suffragi possibile è, conseguentemente, di potere.
L’incapacità di andare oltre l’opportunistica utile gestione
dell’esistente è stata, insomma, probabilmente, la principale
causa del trionfo della tanto deprecata partitocrazia e, con esso,
della degenerazione del sistema politico.
Tale processo, al sud, è stato aggravato sensibilmente
dalle autonomie locali.
La concentrazione di potere a tale livello ha favorito proprio
le catene clientelari, ispirate essenzialmente da interessi particolaristici
che, in una strutturazione localistica del potere, trovavano le
condizioni ideali per prevalere ed affermarsi.
La centralità dei meccanismi mafioso-clientelari ha, addirittura,
funzionato come fattore di mobilità sociale. La principale
possibilità di ottenere un posto, di far carriera è
stata, invero, individuata, a seconda i casi ed i punti di partenza,
nel collegamento con una famiglia mafiosa o con una fazione politica.
La conquista della dimensione borghese è stata, di fatto,
notevolmente facilitata dai predetti collegamenti, piuttosto che
da percorsi connotati da criteri di legalità, di obiettività,
di merito.
Conseguentemente, in seno alla pubblica amministrazione, i doveri
di solidarietà con la fazione tendono a prevalere ogniqualvolta
divergono da quelli di imparzialità e buon andamento.
Una situazione di tale portata, occorre segnalarlo, era già
verificabile intorno al 1870.
I rapporti che le autorità militari trasmettevano alla
Prefettura di Palermo ponevano, infatti, in evidenza come le amministrazioni
inefficienti, corrotte e, perciò, condizionate dalla mafia
erano numerose, mentre l’uso strumentale dell’amministrazione
locale era significativamente diffuso.
Non deve allora stupire che il Barone Giovanni Nicotera, Ministro
dell’interno, nel primo Gabinetto Depretis, abbia avuto la sfrontatezza
di ammettere che un’azione condotta in modo veramente incisivo
e determinato contro la mafia ed il brigantaggio avrebbe alienato
alla sinistra buona parte del corposo sostegno elettorale ricevuto
nel Mezzogiorno il quale, per di più, costituiva l’asse
portante della sua forza in campo nazionale.
Ed infatti, la repressione fu contenuta a colpire sino ad un certo
livello della gerarchia mafiosa, ma non oltre.
Emerge con chiarezza sin dal lontano momento storico in questione
la sostanziale equivocità con la quale si sono confrontati
tradizionalmente il potere legale con quello mafioso e, quindi,
illegale. Questo, in quanto tale ed in quanto concorrente, è
stato dal primo affrontato come un nemico, ma non sino in fondo.
Il limite è stato segnato dalla sua notevole capacità
di orientare significative componenti del consenso. Altrimenti
non troverebbe alcuna plausibile spiegazione la sua forza e la
sua apparente invincibilità.
Ma nell’economia complessiva dell’analisi, non può essere
trascurato un dato di innegabile rilievo, quale quello legato
a taluni valori etico-culturali che caratterizzano la società
siciliana. A questi, infatti, non può essere disconosciuto
un ruolo di apprezzabile rilievo in ordine sia alla nascita, che
al consolidamento del fenomeno mafioso.
La storia della Sicilia è stata per secoli caratterizzata
da un dato costante che l’ha vista sempre conquistata da svariati
paesi stranieri. Il potere, quindi, è stato sentito dai
siciliani come una imposizione utilitaristica ed estranea al corpo
sociale, escluso per definizione dalla possibilità di concorrere
in qualche modo alla formazione del governo cui sottomettersi.
La discrasia tra morale statuale e morale popolare è così
divenuta una componente fondamentale dell’etica del nostro popolo,
connotata dal diffuso convincimento secondo il quale le norme
statuali sono, in realtà, impostate ed utilizzate non già
in funzione del pubblico interesse, ma in favore del soddisfacimento
degli interessi del gruppo dominante, il quale, forte del proprio
dominio, tende a volgerle a proprio vantaggio.
In larghi strati della popolazione, quelli meno colti ed avvertiti,
pertanto il contrasto tra la regola privata e quella pubblica
viene istintivamente risolto in favore della prima, pari essendone
ritenuta l’efficacia morale.
Il rispetto della norma, quindi, origina da un convincimento profondo
soprattutto nei confronti di quella volta a regolare rapporti,
o interessi privati.
Tutto quello che è pubblico non è in realtà
tale, perché viene utilizzato da chi dispone del potere
a fini personalistici o di fazione. Il cosiddetto “distacco” dalle
istituzioni è la ovvia conseguenza del diffuso convincimento
sin qui esposto.
In tale “distacco” si inserisce il sorgere della mafia in funzione
suppletiva rispetto allo Stato, assente e lontano e, comunque,
incapace di assicurare beni fondamentali quali l’ordine e la sicurezza
della civile convivenza.
I valori ed il sentimento della famiglia e dell’amicizia divengono,
cosi, assolutamente fondamentali nel comune sentire.
Cosa Nostra poi è riuscita a strumentalizzare ed a distorcere
tali valori tipici della mentalità siciliana ed in sè
astrattamente non censurabili. Così i valori della famiglia
e dell’amicizia sono stati esaltati, enfatizzati, così
come il rispetto, la fedeltà, l’obbedienza, l’onore e messi
trasgressivamente al servizio del clan e non della società.
In caso di trasgressione la sanzione comporta l’esclusione dal
gruppo di appartenenza, la qualifica dispregiativa di “muffutu”,
spione, “sbirru”, pentito e la inappellabile condanna a morte,
che può essere eseguita da chiunque degli associati ne
abbia la possibilità.
Pertanto, questa organizzazione, peraltro da sempre circondata
da un alone di mistero, non era ritenuta in passato del tutto
estranea all’animo dei siciliani.
E’ stato necessario, dunque, e penso che ci siamo riusciti attraverso
le indagini ed i processi, dimostrare che Cosa nostra non è
affatto una organizzazione a difesa dei deboli, ma una vera e
propria organizzazione criminale che abusa dei valori tipici
della cultura siciliana e che è dedita ad ogni sorta di
delitti, anche i più infamanti.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di
tipo mafioso conterebbero circa 5.500 affiliati, cioè lo
0,11% della popolazione, che ammonta a circa 5 milioni (uno su
mille). Oltre a Cosa nostra i gruppi più significativi
sono le “Stidde” delle province di Agrigento e Caltanissetta e
i clan catanesi non aderenti a Cosa Nostra.
L’aspetto probabilmente più caratterizzante della criminalità
organizzata siciliana è la presenza di un’area "grigia"
della società costituita da elementi o gruppi che, pur
non facendo parte integrante dell'organizzazione, stabiliscono
con essa contatti, collaborazioni, forme di contiguità
più o meno strette.
Nel rapporto tra mafia e società è dunque rinvenibile
un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice,
connivente, o caratterizzato da una neutralità indifferente.
Tale blocco comprende in primis una "borghesia mafiosa"
fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti,
imprenditori e politici che o sono strumentali o interagiscono
con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla
difesa di sempre nuovi interessi comuni.
La cosiddetta "zona grigia" rappresenta a ben vedere
la vera forza della mafia: essa è costituita da individui
e/o gruppi che vivono nella legalità e forniscono un fondamentale
supporto di consulenza per le questioni legali, gli investimenti,
l'occultamento di fondi, la capacità di manovrare l'immenso
potenziale economico dell'organizzazione criminale.
Nella zona grigia rientrano però, oltre ai professionisti
e ai funzionari compiacenti, anche quei membri della piccola borghesia
o dei ceti operai (dipendenti pubblici, impiegati, operai specializzati,
ecc.) che investono i loro risparmi nel contrabbando di tabacchi
o nel traffico della droga, ricavandone interessi (talvolta fino
al 100%) impossibili in qualsiasi forma di investimento legale.
Questo meccanismo di risparmio illegale, cui sono ammesse solo
persone vicine e affidabili, contribuisce ad allargare l’area
grigia ai livelli dei ceti medio-bassi. Ed il blocco sociale si
calcola che ammonti a questo punto ad alcune centinaia di migliaia
di persone.
Come può venire in mente di concedere l’impunità
a quest’area di supporto criminale alla mafia proponendo di eliminare
il concorso esterno in associazione mafiosa?
Tutt’al più si può pensare a creare delle fattispecie
concrete, per evitare il rischio che una eccessiva genericità
e indeterminatezza della norma possa favorire la criminalizzazione
di comportamenti inoffensivi.
Anche le imprese del Nord che vogliono investire in Sicilia pretendono,
e mi pare anche giusto in un’ottica imprenditoriale, dei punti
di riferimento certi che garantiscano il buon esito delle loro
iniziative. Questi punti di riferimento vanno ricercati nell’amministrazione
pubblica e nella politica e non in un’entità come la mafia
che, attraverso una intermediazione parassitaria e interessata,
sia l’unica in grado di garantire il rispetto di accordi, magari
illeciti e non scritti.
Gli appartenenti al sistema economico-politico-sociale non possono
colloquiare con i mafiosi e farsi influenzare nelle scelte.
Recenti indagini, attraverso intercettazioni ambientali, hanno
colto un medico, che reggeva la famiglia mafiosa di Brancaccio,
dedicarsi di mattina in sala da pranzo alla cura degli affari
che riguardavano le attività criminali del mandamento:
attività estorsiva, gestione della c.d. cassa, sostegno
ai detenuti e rispettive famiglie, reclutamento dei nuovi affiliati,
neutralizzazione di un associato che aveva iniziato a collaborare,
rapporti e contatti con gli altri capi, etc. Il pomeriggio, invece,
spostatosi nel salotto “buono”, si dedicava al sostegno di candidati
alle consultazioni elettorali regionali, al controllo illecito
dei flussi di spesa pubblica, ad influire sulle procedure amministrative
di nomina di medici e primari nel settore della sanità
regionale, ad orientare secondo i propri interessi le procedure
comunali in materia di modifiche al piano regolatore, infine,
(e ciò ha destato grande meraviglia) anche a ricercare
rapporti con giornalisti di alto livello e vertici nazionali di
uno schieramento politico al fine di trovare soluzioni a livello
mass-mediatico e politico favorevoli a Cosa Nostra (abolizione
ergastolo, 41 bis O.P., legge sui pentiti, etc.).
Nel corso delle conversazioni si evidenziavano anche precisi riferimenti
alla necessità di inserire tra i funzionari della Regione
Siciliana operanti a Bruxelles un tecnico “amico”, che potesse
fornire in anticipo precise informazioni sugli orientamenti dei
flussi di finanziamento verso determinate materie e iniziative,
in modo da poter “mettere il cappello” sulle opere pubbliche più
appetibili.
In una recente indagine del CNEL, in particolare, viene chiesto
ad un campione significativo di imprenditori che hanno effettuato
un investimento in Sicilia negli ultimi tre anni quale tra le
difficoltà incontrate nella loro iniziativa si è
rivelata maggiore rispetto alle aspettative. E. viceversa, quale
difficoltà avevano in certo senso sovravalutato.
Le risposte inaspettatamente convergono: la difficoltà
maggiore è stata costituita (100%) dall’inefficienza della
pubblica amministrazione. La difficoltà, al contrario,
non rivelatasi come tale, si riferiva al rischio temuto di condizionamenti
messi in atto dalla presenza di una criminalità organizzata
nell’area presso la quale andava a localizzarsi l’investimento.
Una spiegazione di questo rovesciamento di un paradigma dominante
può rinvenirsi nel fatto che la libera impresa non aveva
forse previsto il ritardo dei tempi ed il rialzo dei costi, determinati
da processi di inefficienza della pubblica amministrazione, strutturali
o dolosamente provocati, al fine di ottenere ulteriori esborsi,
attraverso varie forme di corruzione, nelle quali, oltre ai pubblici
funzionari, si può, talvolta, inserire la politica con
ruoli di interessata mediazione.
I costi dell’impatto criminale, al contrario, sarebbero stati
preventivati, contenuti e facilmente sopportabili, un 2% inserito
nei costi d’impresa.
Che la criminalità influenzi le scelte localizzative e
il comportamento operativo delle imprese è un dato di fatto
difficilmente discutibile.
Non tutte le imprese, però, reagiscono in modo uguale alla
presenza delle organizzazioni criminali: vi è chi chiude
l’attività, e chi invece continua a lavorare e produrre,
eventualmente crescendo e incrementando la propria produzione.
Tutto ciò porta alla seguente contraddizione: sebbene la
criminalità organizzata sia da tutti percepita come ostacolo
allo sviluppo e agisca da freno alla mobilità dei fattori,
gli imprenditori che operano in zone con una qualche presenza
di organizzazioni criminali hanno imparato a convivere con esse,
trovando spunti, canali, comportamenti che consentono alle loro
aziende di perseguire l’obiettivo della massimizzazione del profitto
pur in contesti di non piena “agibilità legale”.
La presenza della mafia può determinare la chiusura degli
impianti esistenti. La loro scomparsa dal mercato o la rilocalizzazione
in altri distretti produttivi.
Ma come si comportano le imprese che “restano”? Tre possibili
comportamenti: l’acquiescenza, la resistenza, la connivenza.
Nel primo caso l’imprenditore semplicemente si assoggetta al ricatto.
Nel secondo caso, invece, l’imprenditore “resiste” alle pressioni
e sostiene il costo di questa resistenza.
A volte la resistenza all’operare dell’organizzazione mafiosa
assume caratteri “pubblici” concretandosi nella creazione di associazioni
antimafia o antiracket di rilievo locale o nazionale.
Vi è, infine, un terzo approccio di relazione che le imprese
possono adottare nella propria “convivenza” con la mafia, l’individuazione
di spazi di cointeressenza; si realizza in questo caso l’impresa
“connivente”, la quale può a sua volta assumere varie tipologie.
L’impresa può prestarsi al gioco criminale come luogo di
riciclaggio e ripulitura di denaro “sporco”. In tal caso offre
un servizio all’organizzazione criminale e riceve in cambio un
flusso aggiuntivo di finanziamento sotto forma, presumibile, della
percentuale sull’importo riciclato.
Un secondo comportamento “connivente” potrebbe consistere nell’accettazione
di una sorta di patronage (padrinaggio) nella gestione dei rapporti
con la Pubblica amministrazione. L’esempio più tipico e
pervasivo di tale forma di cointeressenza è fornito dal
settore degli appalti pubblici. In tal caso è l’impresa
a fruire di un servizio da parte dell’organizzazione, condividendo
poi con questa una parte del sovraprofitto derivante dalla distorsione,
indotta con violenza o con corruzione, dei meccanismi di assegnazione
dell’appalto.
Infine, l’impresa connivente, o riciclante, può fruire
della “protezione” mafiosa anche sul mercato privato. Non è
infrequente, ad esempio, il caso di imprese attive nel settore
alberghiero o in quello della ristorazione che ricevono pressioni.
intimidazioni, attentati per forzare l’approvvigionamento di risorse
alimentari presso produttori o intermediari conniventi con la
mafia, pur a condizioni non favorevoli o meno favorevoli rispetto
ad altri fornitori.
Ricordiamolo la mafia non potrà mai essere compatibile
con una economia sana.
Pare ovvia questa affermazione. In realtà bisogna stare
all’erta, perché sono ancora in molti coloro che invece
ritengono che la mafia non è solo un’organizzazione criminale.
E’, a suo modo, “anche” uno strumento di accumulazione di capitale;
a suo modo “anche” un datore di lavoro, non solo criminale; a
suo modo “anche” un ammortizzatore sociale; a suo modo “anche”
un investitore in attività produttive legali e, quindi,
“anche” un fattore di sviluppo economico. E’, in definitiva, un’organizzazione
che coinvolge uomini, banche, intermediari finanziari, imprenditori,
professionisti, pubblici amministratori, politici, cioè
una buona parte della società civile e politica e forse
ciò spiega perché nonostante l’esistenza pluricentenaria,
non sia stata mai debellata.
Ma possono le risorse finanziarie ritenersi “maledette” al momento
della loro accumulazione e diventare “benedette” al momento del
loro utilizzo in investimenti legali produttivi di occupazione
e sviluppo? Si può arrivare a proporre, come è stato
fatto, ma spero solo per provocazione, che canali semi-istituzionali
dovrebbero incoraggiare la mafia ad investire, “per il bene del
Paese”, in attività produttive in sofferenza? Per fare
un esempio comprensibile, sarebbe come invitare Provenzano a risanare
la sanità pubblica, magari investendo grossi capitali nella
sanità privata convenzionata, naturalmente per il bene
dei siciliani. Forse chi lo propone non lo sa, ma tutto ciò
costituisce un reato che ha un nome ben preciso, che si chiama
riciclaggio di denaro sporco e viene combattuto, chissà
perché, da tutto il mondo e da più di mezzo secolo,
come qualcosa di esiziale per l’economia.
Il mafioso che è in grado di accumulare enormi profitti,
di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare
a suo favore i flussi della spesa pubblica, non può non
difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai
suoi interessi, tentando di procurarsi una stampa connivente e
ammiccando alla politica.
La consueta questione del rapporto causale sottosviluppo-mafia
appare oggi superata in quanto si è ormai stabilizzato
un modello di circolo vizioso che porta nel complesso ad un rafforzamento
reciproco tra i due fenomeni. La mafia non è necessariamente
figlia del sottosviluppo, ma ne è comunque fattore di forte
e strumentale mantenimento. E una simile dinamica di interdipendenza
segna anche i rapporti mafia-politica da un lato, e mafia-società
civile dall'altro. L'immagine che si ha è quella di una
regione nella quale la più che centenaria convivenza tra
mafia, politica e società ha contribuito a determinare
il carattere di tutti e tre questi poli, ed a sviluppare un originale
adattamento reciproco. Adattamento che spiega assai meglio le
interrelazioni tra politici e mafiosi, per esempio, di qualunque
modello meccanicistico (mafiosi strumenti dei politici o politici
"asserviti alla" se non "assorbiti dalla"
mafia).
Non si può parlare dei rapporti tra mafia e politica senza
affrontare la vecchia polemica sull’esistenza o meno del terzo
livello. A Falcone fino a poco prima della sua morte veniva contestato
di avere negato, dopo averla affermata, l’esistenza del terzo
livello, quello politico sovraordinato a Cosa Nostra, perché
altrimenti non gli avrebbero consentito di andare avanti nelle
sue indagini o (cosa ancora più grave e calunniosa) che
non lo aveva voluto colpire deliberatamente perché colluso
con quello stesso potere politico.
Ancora oggi dopo la sua morte qualcuno ha l’ardire di sostenere
che Falcone era convinto nell’intimo dell’esistenza del terzo
livello, ma che non voleva colpire il vero vertice della mafia,
cioè la politica. Proprio in una delle sue ultime interviste
affermò: “Il terzo livello non solo non esiste, ma non
è stato mai da me ipotizzato. Se per terzo livello intendiamo
una sorta di organizzazione che si trova al di sopra degli organismi
di vertice di Cosa Nostra, composta da politici e imprenditori,
creiamo una trama per un film tipo “La Piovra”. Finiremmo con
il creare la Spectre di Fleming. - La realtà è molto
più grave, molto più complessa. E’ peggiore: negare
l’esistenza del terzo livello significa infatti affermare -conclude
Giovanni Falcone - che comanda Cosa Nostra e non gli uomini politici”.
Appare dunque questa la sfida della società siciliana nel
momento in cui i boss dominanti negli anni '80 e impegnati nella
guerra allo Stato nei primi anni '90 sono ormai stati pressoché
tutti catturati e isolati: incidere sulle mentalità diffuse
che, anche se non direttamente "mafiose", fanno il gioco
della mafia nella misura in cui sono frutto di una prolungata
convivenza con il fenomeno; "rieducare" la popolazione
e la classe dirigente.
Permane tuttora un’immagine vessatoria delle istituzioni statali
ed il perdurare della dipendenza dei cittadini dal bisogno diffuso
e dall'assistenzialismo.
Un sistema di relazioni informali, basato sul principio dell'amicizia
strumentale, sostituisce spesso l'esercizio dei diritti di cittadinanza
e lascia spazio a forme di appartenenza ed intermediazione alternative
e spesso illegali.
Sono d’accordo nell’individuare nel personalismo al di fuori della
collegialità delle organizzazioni politiche l'elemento
chiave nella genesi del rapporto perverso politica-imprenditoria-mafia.
In una situazione in cui il proprio ruolo sociale, la propria
credibilità professionale, la propria possibilità
di scambio, contatto, inserimento, dipendono strettamente dalle
proprie conoscenze, l’atteggiamento prevalente non è il
rifiuto degli equilibri consolidati qualora essi vedano il prevalere
di elementi mafiosi, ma piuttosto il compromesso. Il politico
influente, l'imprenditore stimato, l'uomo d'onore fanno parte
di una rete di amicizie strumentali alla quale cercano di connettersi,
in mancanza di altre reti di rapporti basate su valori diversi
(onestà, capacità professionale, affidabilità,
ecc.). Per cui, al di là delle grandi dichiarazioni di
principi, degli schieramenti politici, degli spazi istituzionali
di dibattito e di azione, è nella microfisica dei rapporti
interpersonali, "amicali", che si prendono le decisioni,
si fanno affari, si veicolano capitali, conoscenze, persino identità,
e questo in particolar modo negli ambienti affaristici. Tale insieme
reticolare di relazioni ha una grande vischiosità ed inerzia:
chi esce da questa "rete" perversa si trova non solo
esposto alla minaccia di ritorsioni, ma anche alla perdita dei
benefici che derivano dal compromesso. E di fronte all'alternativa
tra una vantaggiosa connivenza ed un isolamento che in alcuni
casi può risultare anche mortale (vedi il caso di Libero
Grassi), pochi hanno il coraggio di assumente una posizione "eroica"
di rifiuto.
L'atteggiamento prevalente della società civile siciliana
nei confronti della criminalità organizzata è estremamente
variegato: dalla rimozione all'assuefazione, da una neutralità
indifferente ad una latente o conclamata complicità, fino
alle forme di mobilitazione ed alla rivolta morale che si esplica
tuttavia in momenti circoscritti di fronte a fatti eclatanti (come
è accaduto con gli omicidi di Falcone e Borsellino). Il
grande movimento di opinione antimafia è già alle
spalle e al momento attuale la sua carenza maggiore è ravvisata
nella mancanza di un progetto generale e condiviso, di cui invece
la lotta contro la mafia ha estremo bisogno.
Stanno segnando il passo, ad esempio le associazioni antiracket,
che non vedono salire il numero dei loro iscritti, mentre il pagamento
del pizzo rimane una pratica generalizzata e in alcuni settori
universale.
La mafia va affrontata non solo come problema di ordine pubblico,
ma come parte di un’azione di più generale riforma delle
condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno.
La questione meridionale nasce dall’Unità d’Italia.
I crediti del Sud sono enormi rispetto al Nord.
Il Mezzogiorno continua a dare mano d’opera alle industrie del
nord, costituisce area di consumo per i prodotti del nord, rimane
un bacino elettorale che influenza il formarsi della maggioranza
parlamentare e di governo del Paese. Migliaia e migliaia di giovani
siciliani intravedono nel loro futuro soltanto violenza, sopraffazione
e disoccupazione; sono costretti al clientelismo, al favore, alla
negazione dei più elementari diritti.
Sarebbe ora che la gente del Sud cominciasse a vedere una più
attiva promozione della cultura della legalità da parte
di tutte le istituzioni; la creazione di infrastrutture che favoriscano
gli investimenti; l’estensione dell’associazionismo tra imprenditori
e commercianti per contrastare il racket e l’usura; una più
puntuale efficienza della pubblica amministrazione; un’accelerazione
delle procedure amministrative; una rinnovata capacità
progettuale degli enti locali; una maggiore apertura del sistema
bancario a piccole e medie imprese, per evitare il ricorso a finanziamenti
privati che alimentino l’usura; la creazione di un contesto sociale-economico
più sicuro, investendo anche in sicurezza; l’adozione di
misure di protezione personale e di effettiva assistenza economica
per imprenditori e commercianti taglieggiati; il ripristino delle
regole del libero mercato; la correttezza della politica ed il
mantenimento delle sue promesse.
Certo bisogna riconoscere il primato della politica, ma va compreso
il momento storico: quando ci si riunisce a tavolino per conciliare
interessi di parti sociali diverse il luogo alto della politica
sta certamente nella mediazione, nel compromesso; ma quando il
criminale spara contro la vittima innocente, contro il magistrato,
il rappresentante delle istituzioni, colpevole solo di fare il
proprio dovere, il luogo alto della politica sta nello schierarsi
dalla parte della vittima. Continuare a mediare tra vittime e
carnefici è un’azione indegna e colpevole.
La questione morale, la rivolta morale deve dunque farsi politica,
occorrono non solo nuovi comportamenti e nuovi principi ma nuove
regole e nuove istituzioni.
Oggi siamo stati chiamati a fare analisi. Adesso non è
più tempo di analisi, di diagnosi. Adesso è tempo
ormai di porre in essere con i sistemi della democrazia, con l’azione,
con la parola, la questione morale. E’ tempo che ciascuno di noi
con determinazione, con forza ed energia attui la propria rivolta
morale. Rivolta morale contro tutte le mafie che sono eclissi
di legalità in quanto negazione di valori quali la libertà,
la democrazia, la giustizia, la verità.
Rivolta morale contro le istituzioni che mirano a togliere ai
cittadini, ogni libertà di pensiero e di iniziativa, che
favoriscono la cultura dell’immagine del singolo anziché
l’etica della solidarietà.
Rivolta morale contro una classe dirigente che invece di servire
le istituzioni talvolta se n’è servita per la propria libidine
di potere o di rapace guadagno; che della propria discrezionalità
ha fatto arbitrio e dell’arbitrio ha fatto legge; che dal denaro
pubblico ha tratto fondi per i propri vizi; che della dignità
della persona ha fatto trampolino per le proprie ambizioni.
Rivolta morale contro la massa di persone pronta a baciare le
mani che la bastonano, grata se le è consentito di mendicare
qualche favore.
Rivolta morale contro una cultura antimafia fatta di sterili rimuginamenti,
di sofisticati adattamenti, incapace di un gesto virile.
Rivolta morale contro gli ideali d’accatto, l’inerzia codarda,
la rassegnazione vigliacca, l’affarismo più equivoco, la
falsità e la calunnia urlate come verità.
Come Procuratore di Palermo non posso che pensare alla repressione.
Ma come cittadino nessuno mi può impedire di rimanere quell’inguaribile
sognatore che spera un giorno di poter raccontare ad un nipotino
sulle ginocchia una storia di mafia che inizi: “C’era una volta
la mafia..”
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